,

Solennità del Corpus Domini

Quando l’orizzonte si fa corto

Vi sarete chiesti o vi avranno chiesto: cosa può dare senso e significato alla vita quando l’orizzonte si fa corto e il presente diventa l’unico tempo davvero abitabile?_ 

Penso che la risposta stia innanzitutto in un cambiamento di scala – non nel rinunciare al significato, ma nel cercarlo in luoghi diversi da quelli che la cultura moderna tende a valorizzare. Una cultura che misura tutto in termini di produttività, progetto, futuro. Ma il senso non ha bisogno del futuro per esistere.

Le relazioni affettive diventano, in età avanzata, il terreno più fertile. Non le relazioni utili o socialmente necessarie, ma quelle vere: i nipoti, gli amici di lunga data, persino nuove amicizie inaspettate. La capacità di essere presenti per qualcuno è un dono che non si consuma con l’età. Anzi, spesso si affina.

C’è poi la trasmissione – passare qualcosa alle generazioni successive: un sapere, una storia, un modo di guardare il mondo. Non come insegnamento cattedratico, ma come testimonianza viva. “Io ho vissuto, e ho imparato questo.” È una forma di continuità che trascende il tempo individuale, un filo che continua oltre di noi.

In età avanzata diventa anche possibile qualcosa che la frenesia della vita attiva spesso impedisce: la contemplazione. Da giovani si fa; da anziani si può finalmente vedere. La bellezza di un tramonto, di una musica, di un libro riletto con occhi diversi. L’attenzione che si dà alle piccole cose diventa essa stessa un atto di gratitudine verso l’esistenza. 

E poi c’è la riconciliazione – con sé stessi, con le proprie scelte, con ciò che non è andato come si sperava. Non rassegnazione, ma qualcosa di più maturo: l’accettazione che una vita intera, con tutte le sue contraddizioni, ha comunque avuto un valore. Erik Erikson chiamava questa sfida dell’ultima stagione della vita il confronto tra integrità e disperazione. Chi riesce a guardare indietro e riconoscere che la propria vita aveva una forma – non perfetta, ma autentica – trova una pace che è essa stessa pienezza.

Il cristianesimo, su tutto questo, ha qualcosa di specifico e potente da dire.

Al cuore del messaggio evangelico c’è un’idea radicale: il valore di una persona non dipende da ciò che produce o progetta, ma da ciò che è. “Sei amato” – non perché sei utile, non perché hai ancora un lungo futuro davanti, ma semplicemente perché esisti. È una risposta diretta, quasi chirurgica, all’angoscia moderna della produttività perduta.

Il Vangelo insiste che Dio si incontra adesso, non in un futuro ipotetico. “Non affannatevi per il domani” dice Gesù nel Discorso della Montagna. In età avanzata queste parole smettono di essere un consiglio astratto e diventano quasi una descrizione della realtà. L’orizzonte corto, come è stato  definito,   può diventare paradossalmente un’apertura verso il verticale – verso la profondità invece che verso la lunghezza. Non meno spazio, ma uno spazio diverso. 

La tradizione ebraico-cristiana custodisce inoltre qualcosa che la cultura contemporanea ha quasi del tutto dimenticato: la dignità specifica della vecchiaia. Gli anziani nella Bibbia sono i portatori di memoria, i testimoni. Il libro dei Proverbi dice che i capelli bianchi sono “una corona di gloria”. Non declino, ma compimento.

Il contributo più originale del cristianesimo rimane però la questione della morte. Non tolta di mezzo con una consolazione ingenua, ma privata della sua assolutezza. Se la vita non finisce nel nulla, allora ogni momento vissuto – anche nel tempo della fragilità – acquista un peso che va oltre se stesso. Ci si avvicina a qualcosa, non ci si allontana da tutto. S. Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. In vecchiaia quell’inquietudine può finalmente placarsi, non per stanchezza, ma per approssimazione.

E anche quando il corpo non permette più molto, rimane la preghiera – intesa come attenzione, ascolto, gratitudine silenziosa. I contemplativi cristiani direbbero che non è poco. È forse il massimo. Il paradosso più bello è questo: il cristianesimo offre un linguaggio in cui la fragilità non è una sconfitta. La croce stessa – il simbolo centrale della fede – è il punto in cui il significato emerge proprio là dove tutto sembra perduto. Per chi è anziano e credente, questo non è una metafora lontana. È quasi una biografia.

E forse il segreto ultimo, al di là di ogni tradizione, sta nella capacità di meravigliarsi ancora – di conservare la curiosità, lo stupore, l’interesse per le cose. Chi la mantiene non perde mai davvero il filo del senso. Perché il senso non si trova altrove. Si riconosce  in ciò che si è vissuto, in ciò che si è ancora capaci di sentire, in ciò che, misteriosamente, ci precede e ci attende.

(Sebastiano Ribaudo)