Carissimi fedeli,
è una bella festa quella cui ci prepariamo. È la festa dei Santi Ermacora e Fortunato che sono i nostri Patroni da sempre.
È una festa solenne.
I Primi Vesperi cantati della vigilia ci introducono gioiosamente in cattedrale, in processione, preceduti dalle croci delle Pievi storiche tra le quali anche la nostra di S. Maria di castello. L’arcivescovo, i preti, i canonici, i diaconi si incamminano verso la cattedrale partendo dall’Oratorio della Purità. La Cappella Musicale inizia a cantare “Plebs fidelis Hermachorae”. Siamo ancora il popolo fedele di Ermacora, primo vescovo di Aquileia, il quale con Fortunato ha promosso l’evangelizzazione delle nostre terre nel IV secolo d.C. Noi godiamo della loro fede vissuta e testimoniata fino al sangue.
È una festa di popolo.
Infatti entrando in chiesa vediamo una folla che prega e risponde alle intercessioni: Te, Domine, celebramus” (Ti lodiamo, o Signore) e poi “Tu illum adjuva”. Il Signore aiuti chi? Il Papa, i Vescovi ecc…
Ma ancora più emerge la festa popolare quando nl giorno della Solennità, il 12 luglio, la S. Messa cantata delle 10.30 raccoglie la gente della città, le autorità civili e militari della Regione FVG e del Comune, tutte le associazioni con i loro gagliardetti, vessilli, labari ecc… Non è semplice folklore. Sono contento di avere preso, tanti anni fa, questa iniziativa di invitare tutte le associazioni del territorio comunale a mostrare il loro volto. Dietro un simbolo si nasconde e si rivela un gruppo di persone che vivono qualcosa che arricchisce la società, favoriscono la vita comunitaria, condividono un cammino e trasmettono alcuni valori alle nuove generazioni. L’Arcivescovo tiene una opportuna omelia illuminando con la luce della fede il momento presente e, alla fine, esce sul sagrato della chiesa per invocare la benedizione del Signore sulle famiglie, sugli ospedali e le case di riposo, sulle realtà lavorative e di volontariato, su quanti si impegnano per il bene di tutti. Quindi il Sindaco porge un saluto cordiale alla cittadinanza.
È una festa di fede
È vero che molti si lamentano per le notti che il nostro tempo sta vivendo, ma non è con la lamentela che i tempi cambiano. Siamo noi che diamo senso al tempo e alla storia che viviamo. Il premio SS. Ermacora e Fortunato “Cuore solidale” è un piccolo e potente messaggio in controtendenza.
S. Francesco che ricordiamo nell’ottavo secolo della sua morte ci aiuta nella preghiera: Signore, dove c’è odio che io porti l’amore, dove c’è…
È questo che Ermacora e Fortunato hanno testimoniato in tempi altrettanto difficili annunciando il vangelo. San Luigi Scrosoppi, che abbiamo recentemente festeggiato nel XXV della sua canonizzazione, ha dedicato la vita alla carità verso i più bisognosi e continua ancora la sua opera tramite le Suore della Provvidenza. Non dimentichiamo il Beato Bertrando, le cui reliquie conserviamo nella nostra cattedrale, è ricordato come il patriarca della carità, come viene descritto in un pannello esposto nel nostro museo a lui dedicato. Certamente non hanno cambiato il mondo ma hanno fatto storia e fanno storia ancora oggi tutti coloro che cresciuti nella fede la testimoniano nella carità. Questa si esprime in mille modi ed è un segno dell’amore di Dio in mezzo a noi, del regno di Dio che attraversa tutti i tempi fecondando ed illuminando la storia. Il fiume dell’amore nasce da Dio, scorre nella storia, alcuni rivoli scendono nelle profondità della terra e riappaiono come piccole sorgenti di acqua fresca che dissetano, rallegrano, cantano saltellando di sasso in sasso, purificando quanto incontrano, donando vita a terre riarse dove nascono vere oasi di pace, di perdono, di bontà gratuita. Sono i nostri santi che fanno sì che “con la loro opera, nella notte, spunti e cresca il giorno della fede nel popolo”. Spunta il giorno, è l’alba, è l’aurora di un nuovo giorno che “soffre le doglie del parto”. La pienezza del giorno è sempre all’orizzonte. Solo Dio sa quando sarà il giorno pieno. Ma ci sarà. Sarà luminoso anche per la fiamma forse fioca e debole della nostra fede in Cristo, luce del mondo, testimoniata nella carità.
Un cordiale saluto a tutte le famiglie e buona festa dei Santi Patroni
Mons. Luciano Nobile, parroco
In ponte di pîts O torni in paîs.
Ritorno al mio paese in punta di piedi. Cari fedeli, mi piace comunicare ciò che vivo in questi giorni per coinvolgere anche voi nella gioia, giacché siamo in famiglia ed in famiglia si mantengono relazioni cordiali e si condividono momenti belli e preoccupazioni. Comunicare è un momento di felicità per me e scrivere a voi che leggete, per me è riposo.
Su questo foglio domenicale “L’angelo di S. Maria di castello” ho cercato di comunicare con voi 690 volte. È stato ed è per me un modo di dialogare con le persone, uno strumento di evangelizzazione silenziosa ma, spero, efficace per quanti di domenica in domenica lo hanno ritirato e letto, portato a casa anche perché altri lo potessero prendere in mano.
Sono nato in una famiglia già numerosa il 5 agosto 1942 a Basiliano. Son partito a 11 anni per il Seminario di Castellerio e son tornato in paese regolarmente per le vacanze di Natale, di Pasqua e quelle estive, durante i lunghi 13 anni di formazione.
Ho trascorso la vita pastorale sempre in Friuli per il ministero che i vari vescovi mi ha affidato: S. Paolo in Udine, Rivignano, Mortegliano, Pavia di Udine, S. Quirino in Udine, Seminario di Castellerio, Cattedrale di Udine. Sono tappe della vita che mi hanno dato l’occasione di crescere, di progettare, di fare esperienze, di conoscere nuove persone e anche di soffrire per ogni trasferimento. È una ginnastica mentale e del cuore che mantiene allenati e liberi, rende attenti, crea qualche incidente di percorso, procura qualche caduta ma poi ci si rimette in sella e si continua a camminare con maggiore forza di prima.
Al mio paese sono sempre tornato, certamente per salutare i miei parenti, di tanto in tanto, ma anche per condividere i momenti di festa: S. Marco, S. Cuore di Maria (Perdon de Madone), Sant’Andrea apostolo. È stato ed è sempre un piacere trovarsi, salutarsi, stringersi la mano e comunicarsi notizie.
Amo il mio paese perché le persone che mi hanno voluto bene, hanno pregato per me e mi hanno accompagnato lungo il cammino della vita e stimato, anche oltre i miei meriti. Questa comunità cristiana mi ha donato qualcosa di grande ed inestimabile: il Battesimo, la Comunione Eucaristica, la Cresima, cioè la ricchezza dei sacramenti della iniziazione cristiana. Sono stato ordinato sacerdote in cattedrale il 29 giugno 1966, Solennità dei SS. Pietro e Paolo, e ho celebrato la prima S. Messa il 3 luglio a Basiliano, con una partecipazione davvero corale. Tutto il paese era presente e in festa.
Quando celebro la Messa a Basiliano, vedo i chierichetti in sagrestia e me, bambino, a servire all’altare con i miei coetanei. E chiedo ai bambini: Come ti chiami? Chi è tuo nonno o nonna? E da lì risalgo alla famiglia. Ma tante volte non è così perché persone nuove sono venute ad abitare in paese e mi fa piacere sapere che si integrano e frequentano la comunità cristiana. Questa domenica vado a celebrare la Messa nel 60° anniversario di Ordinazione sacerdotale. Sono grato al parroco don Gabriel che mi ha invitato, anche perché son stato suo Rettore in Seminario e l’ho accolto e accompagnato per sei anni di formazione. Vado a ringraziare i miei famigliari e tutti i parenti ed amici. Entro anche in cimitero perché là riposano le spoglie di tante persone cui debbo riconoscenza. A Messa ci saranno anche loro, sono certo. La liturgia della terra è in comunione con la liturgia perenne del cielo dove i beati, tra i quali anche i nostri cari defunti, godono della visione di Dio, mentre noi camminiamo nella speranza. Cielo e terra si incontrano, l’eternità entra nel tempo. È uno spaccato di eternità dove anche noi ci sentiamo concittadini dei santi. Tutti insieme ringraziamo il Signore con Cristo che perpetua la sua presenza in mezzo a noi, nella forza dello Spirito santo.
Un cordiale saluto a tutti e grazie per la vostra preghiera.
Don Luciano, parroco.
Trasmissione della S. Messa
Tutte le sante Messe celebrate in Cattedrale (7.30-9.00-10.30-12.00-19.00) vengono sempre trasmesse in streaming da questo sito CLICCA QUI
Si precisa che queste celebrazioni vengono trasmesse in streaming soltanto col fine di favorire la partecipazione di coloro che sono malati o anziani o impediti da motivi gravi. Agli altri si raccomanda la presenza in chiesa.
NEL TEMPO ORDINARIO:
SANTE MESSE
1) Cattedrale di S.Maria Annunziata
Sabato: 19.00
Giorni festivi: Ore 7.30 – 9.00 – 10.30 – 12.00 – 19.00
SS. Messe feriali:
Da lunedì 29 giugno 2026 e per tutto il periodo estivo riprende la celebrazione delle SS. Messe feriali in Cattedrale alle ore 7.30 e 19.00.
Dal 27 luglio al 28 agosto nei giorni feriali non ci sarà la S. Messa delle ore 19.00. Confermata la S. Messa delle ore 7.30
2) Oratorio della Purità
FINO A SABATO 27.06.2026:
da Lunedì a venerdì: Ore 7.30 e 19.00
Sabato: Ore 7.30; Ore 17.30 S. Messa in lingua friulana
3) Chiesa di S. Giacomo
Giorni feriali: Ore 10.00 S. Messa – Ore 10.30 S. Rosario o Adorazione.
Giorni festivi: Le Messe temporaneamente sono celebrate nella Chiesa di S. Pietro martire.
4) Chiesa di S. Pietro martire
Giorni festivi: Sabato ore 17.00 S. Rosario – Ore 17.30 S. Messa.
Domenica: ore 10.00 – Ore 11.30 S. Messa
Considerata la notevole diminuzione di fedeli, nelle domeniche di giugno, alla Messa delle 11.30, anche a motivo delle temperature elevate, si ritiene opportuno di sospendere la celebrazione della suddetta Messa dalla domenica 12 luglio (Solennità dei Santi Patroni) fino a nuovo avviso. Si avverte che, ogni domenica e festa, una S. Messa viene celebrata alle 12.00 in cattedrale.
CONFESSIONI
| Lunedì (ore 9:30 – 11:30) | Mons. Mariano Linossi |
| Martedì (ore 9:30 – 11:30) | Mons. Davide Larice |
| Mercoledì (ore 9:30 – 11:30) | Padre Cristiano Cavedon |
| Giovedì (ore 9:30 – 11:30) | Mons. Gianni Fuccaro |
| Venerdì (ore 9:30 – 11:30) | Padre Cristiano Cavedon |
| Sabato (ore 9:30 – 11:30) | Mons. Giampaolo d’Agosto |
| Domenica (ore 7:30 – 8:30 / 9:00 – 10:00) | Mons. Luciano Nobile |
| Lunedì (ore 16:00 – 18:30) | Mons. Sandro Piussi |
| Martedì (ore 16:00 – 18:30) | Mons. Mariano Linossi |
| Mercoledì (ore 16:00 – 18:30) | Mons. Giuseppe Peressotti |
| Giovedì (ore16:00 – 18:30) | Mons. Sandro Piussi |
| Venerdì (ore 16:00 – 18:30) | Mons. Giampaolo d’Agosto |
| Sabato (ore 16:00 – 18:30) | Mons. Giuseppe Peressotti |
| Domenica (ore 18:00 – 19:00) | Mons. Luciano Nobile |
Carissimi fedeli,
ultimamene abbiamo celebrato insieme una festa a noi cara: la solennità del Corpus Domini. Ci ha fatto sentire il Signore vicino a noi, anzi Lui stesso pellegrino con noi lungo le strade della nostra città. Dopo aver celebrato la S. Messa presieduta dall’ Arcivescovo, abbiamo partecipato alla processione che mi è sembrata raccolta e devota, cogliendo quelle riflessioni che ci venivano proposte dai lettori dell 5 parrocchie del centro-città e ripetendo a voce alta le preghiere di lode, di adorazione, di richiesta di grazie o di perdono. Grazie alla cappella Musicale che ci ha coinvolti nei canti eucaristici, agli Scout cattolici d’Europa che ogni anno si prestano ad aprire la processione recando il crocifisso e a reggere gli altoparlanti, alla Polizia Locale che garantisce l’ordine, agli Alpini che, con braccia forti e abituate alla fatica, sempre si offrono di portare il baldacchino. Non abbiamo chiamato quest’anno la banda musicale che dona senz’altro una nota di colore. Abbiamo voluto una processione ritmata soltanto dalla preghiera e dal canto con qualche spazio di meditazione silenziosa. Le tre soste ci hanno aiutato a riflettere sulla tragedia del terremoto avvenuto nel 1976 che ci ha fatto gustare la solidarietà delle chiese sorelle d’ Italia e oltre, sulla rinascita del popolo friulano che con coraggio ammirevole si è rimboccato le maniche per ricostruire quanto era stato distrutto, sulla necessità di ricostruire sempre il tessuto sociale dei nostri paesi ed il tessuto cristiano delle nostre comunità ecclesiali.
Ora ci stiamo avvicinando alla Solennità dei Patroni, venerdì 26 giugno vi presentiamo una proposta culturale interessante (clicca QUI) che può essere considerata il pronao attraverso il quale tutti possiamo passare per vivere poi con fede la festa patronale con la celebrazione della S. Messa alle 10.30 ed il concerto dellle ore 20.30 in occasione della consegna del Premio Santi Ermacora e Fortunato – Cuore Solidale, giunto alla seconda Edizione ed al quale auguriamo lunga vita per mettere in risalto il bene che non fa chiasso ma cambia il mondo.
A tutti auguro ogni bene.
Cordialmente, don Luciano, parroco
PAPA LEONE XIV
Nel suo primo discorso a Barcellona dalla Cattedrale della Santa Croce e Sant’Eulalia, il Papa ha detto: “Il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita è un clima di famiglia, in cui si vive insieme, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”. Il Pontefice ha aggiunto che “Barcellona, in questo, ha una grande tradizione”, ricordando che ne faceva memoria San Giovanni Paolo II “quando, in visita qui, lodava l’animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti”. E “nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione.
Dalla solidarietà al Santo Padre alla condanna dei prepotenti
In questi giorni, il nome di Papa Leone XIV risuona in tutto il mondo, accompagnato da un sentimento che va ben oltre i confini della fede cattolica: la solidarietà. Non quella formale, di circostanza, ma quella autentica che unisce persone di culture, tradizioni e convinzioni diverse attorno a una figura che ha già mostrato di voler mettere al centro del proprio pontificato i più vulnerabili. E proprio questa solidarietà diventa specchio. Riflette, per contrasto, tutto ciò che nel mondo cammina nella direzione opposta. Perché mentre ci si stringe attorno a chi ha scelto il servizio come vocazione, non si può restare in silenzio davanti a chi esercita il potere come sopraffazione. I prepotenti del mondo – quelli che siedono su troni politici o economici che decidono le sorti di interi popoli senza averne mai condiviso le sofferenze — rappresentano l’antitesi di ciò che un pontificato fondato sulla misericordia e sulla giustizia cerca di incarnare.
La condanna non appartiene a una bandiera o a un’ideologia.
È una condanna morale, prima ancora che politica.
È la condanna di chi usa la forza contro i deboli, di chi trasforma la guerra in strumento di potere, di chi lascia morire di fame popolazioni intere mentre celebra i propri trionfi davanti al mondo.
Ma questa condanna non può restare solo nelle mani dei grandi della terra, né affidata unicamente alle istituzioni.
Spetta a ciascuno di noi — nei gesti quotidiani, nelle scelte di ogni giorno, nella voce che si alza o che si abbassa davanti all’ingiustizia.
Il cittadino comune non è uno spettatore della storia: ne è co-autore.
Scegliere da che parte stare, rifiutare l’indifferenza, prendersi cura del vicino prima ancora che del lontano — sono atti politici e spirituali al tempo stesso. La prepotenza prospera nel silenzio. E il silenzio è una scelta, come lo è la parola.
In un tempo in cui troppi leader alzano muri, soffocano il dissenso e alimentano la paura, scegliere la solidarietà è già un atto di resistenza. È dire chiaramente che il potere ha senso solo quando è al servizio dell’altro — specialmente del più fragile.
Eppure, al di là dell’indignazione e della denuncia, rimane qualcosa che nessuna prepotenza riesce davvero a spegnere: la speranza. Non quella ingenua, che chiude gli occhi sulla realtà, ma quella testarda e luminosa che continua a credere nel cambiamento, nella conversione dei cuori, nella possibilità che il bene — anche quando sembra soccombere — lasci sempre un seme nel terreno della storia. È una speranza che attraversa le religioni e parla anche a chi non crede, perché nasce dalla parte più profonda dell’essere umano: quella che sa che vivere per gli altri è l’unica forma di vita che vale davvero la pena.
Che si creda o meno, questo è un messaggio che appartiene a tutti.
(Sebastiano Ribaudo)
MERCOLEDI 10 GIUGNO INCONTRIAMO LUIGI SCROSOPPI
SANTO DA 25 ANNI
GIORNATA DI PREGHIERA
ore 9.30 Accoglienza dell’urna con le reliquie del Santo in Cattedrale
ore 19.00 S. Messa presieduta dall’ Arcivescovo
Queste le parole pronunciate da Giovanni Paolo II durante l’omelia tenuta nell’Eucaristia per la canonizzazione di padre Scrosoppi:
«La carità fu il segreto del suo lungo e instancabile apostolato, nutrito di costante contatto con Cristo, contemplato e imitato nell’umiltà e nella povertà della sua nascita a Betlemme, nella semplicità della vita laboriosa a Nazaret, nella completa immolazione sul Calvario, nell’eloquente silenzio dell’Eucaristia. Per questo la Chiesa lo addita ai sacerdoti e ai fedeli quale modello di profonda ed efficace sintesi tra la comunione con Dio e il servizio dei fratelli. Modello, in altre parole, di un’esistenza vissuta in comunione intensa con la Santissima Trinità»
(Giovanni Paolo II, Omelia tenuta domenica 10 giugno 2001)
Quando l’orizzonte si fa corto
Vi sarete chiesti o vi avranno chiesto: cosa può dare senso e significato alla vita quando l’orizzonte si fa corto e il presente diventa l’unico tempo davvero abitabile?_
Penso che la risposta stia innanzitutto in un cambiamento di scala – non nel rinunciare al significato, ma nel cercarlo in luoghi diversi da quelli che la cultura moderna tende a valorizzare. Una cultura che misura tutto in termini di produttività, progetto, futuro. Ma il senso non ha bisogno del futuro per esistere.
Le relazioni affettive diventano, in età avanzata, il terreno più fertile. Non le relazioni utili o socialmente necessarie, ma quelle vere: i nipoti, gli amici di lunga data, persino nuove amicizie inaspettate. La capacità di essere presenti per qualcuno è un dono che non si consuma con l’età. Anzi, spesso si affina.
C’è poi la trasmissione – passare qualcosa alle generazioni successive: un sapere, una storia, un modo di guardare il mondo. Non come insegnamento cattedratico, ma come testimonianza viva. “Io ho vissuto, e ho imparato questo.” È una forma di continuità che trascende il tempo individuale, un filo che continua oltre di noi.
In età avanzata diventa anche possibile qualcosa che la frenesia della vita attiva spesso impedisce: la contemplazione. Da giovani si fa; da anziani si può finalmente vedere. La bellezza di un tramonto, di una musica, di un libro riletto con occhi diversi. L’attenzione che si dà alle piccole cose diventa essa stessa un atto di gratitudine verso l’esistenza.
E poi c’è la riconciliazione – con sé stessi, con le proprie scelte, con ciò che non è andato come si sperava. Non rassegnazione, ma qualcosa di più maturo: l’accettazione che una vita intera, con tutte le sue contraddizioni, ha comunque avuto un valore. Erik Erikson chiamava questa sfida dell’ultima stagione della vita il confronto tra integrità e disperazione. Chi riesce a guardare indietro e riconoscere che la propria vita aveva una forma – non perfetta, ma autentica – trova una pace che è essa stessa pienezza.
Il cristianesimo, su tutto questo, ha qualcosa di specifico e potente da dire.
Al cuore del messaggio evangelico c’è un’idea radicale: il valore di una persona non dipende da ciò che produce o progetta, ma da ciò che è. “Sei amato” – non perché sei utile, non perché hai ancora un lungo futuro davanti, ma semplicemente perché esisti. È una risposta diretta, quasi chirurgica, all’angoscia moderna della produttività perduta.
Il Vangelo insiste che Dio si incontra adesso, non in un futuro ipotetico. “Non affannatevi per il domani” dice Gesù nel Discorso della Montagna. In età avanzata queste parole smettono di essere un consiglio astratto e diventano quasi una descrizione della realtà. L’orizzonte corto, come è stato definito, può diventare paradossalmente un’apertura verso il verticale – verso la profondità invece che verso la lunghezza. Non meno spazio, ma uno spazio diverso.
La tradizione ebraico-cristiana custodisce inoltre qualcosa che la cultura contemporanea ha quasi del tutto dimenticato: la dignità specifica della vecchiaia. Gli anziani nella Bibbia sono i portatori di memoria, i testimoni. Il libro dei Proverbi dice che i capelli bianchi sono “una corona di gloria”. Non declino, ma compimento.
Il contributo più originale del cristianesimo rimane però la questione della morte. Non tolta di mezzo con una consolazione ingenua, ma privata della sua assolutezza. Se la vita non finisce nel nulla, allora ogni momento vissuto – anche nel tempo della fragilità – acquista un peso che va oltre se stesso. Ci si avvicina a qualcosa, non ci si allontana da tutto. S. Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. In vecchiaia quell’inquietudine può finalmente placarsi, non per stanchezza, ma per approssimazione.
E anche quando il corpo non permette più molto, rimane la preghiera – intesa come attenzione, ascolto, gratitudine silenziosa. I contemplativi cristiani direbbero che non è poco. È forse il massimo. Il paradosso più bello è questo: il cristianesimo offre un linguaggio in cui la fragilità non è una sconfitta. La croce stessa – il simbolo centrale della fede – è il punto in cui il significato emerge proprio là dove tutto sembra perduto. Per chi è anziano e credente, questo non è una metafora lontana. È quasi una biografia.
E forse il segreto ultimo, al di là di ogni tradizione, sta nella capacità di meravigliarsi ancora – di conservare la curiosità, lo stupore, l’interesse per le cose. Chi la mantiene non perde mai davvero il filo del senso. Perché il senso non si trova altrove. Si riconosce in ciò che si è vissuto, in ciò che si è ancora capaci di sentire, in ciò che, misteriosamente, ci precede e ci attende.
(Sebastiano Ribaudo)
UNA FEDE CHE TRASFORMA LA VITA
Un cristiano si contraddistingue principalmente per la fede in Gesù Cristo, l’impegno a vivere secondo il suo insegnamento e la presenza di un amore altruistico e concreto verso il prossimo.
Per comprendere meglio cosa significhi essere cristiani e come questa identità si traduca nella vita di ogni giorno, possiamo considerare alcuni aspetti fondamentali della fede e della testimonianza.
Identità e fede
La caratteristica fondante di un cristiano è la relazione personale con Cristo che ci ha amati per primo e ci ha scelti e noi ci lasciamo amare da Lui. Non si tratta semplicemente di aderire ad alcune regole o di partecipare a riti religiosi, ma di avere una fede viva in Gesù risorto, riconoscendolo come Figlio di Dio e Salvatore personale di tutti. Questa fede produce una trasformazione della vita, che si manifesta in scelte, pensieri e atteggiamenti continuamente rinnovati dalla partecipazione alla S. Messa che è il sostegno della nostra vita cristiana.
Espressione quotidiana
Un cristiano autentico cerca di armonizzare la propria vita con la Parola di Dio e la volontà divina: esprime giustizia, pazienza, umiltà, onestà e altruismo in ogni ambito, sia nella famiglia sia nella società. Il cristiano si distingue per la capacità di perdonare, aiutare chi è in difficoltà, essere sincero e servire senza secondi fini. I suoi atti sono guidati dall’amore e dalla ricerca del bene altrui.
Dimensione interiore e testimonianza
La differenza tra il semplice rappresenta una caratteristica essenziale. Non basta, infatti, conoscere o praticare esteriormente la religione: ciò che distingue il cristiano è la fedeltà interiore e la disponibilità a lasciarsi cambiare da Dio.
“Voi Un cristiano non si lascia condizionare dalle mode o dallo “spirito del tempo”, ma vive secondo i principi del Vangelo, anche se questi sono controcorrente rispetto alla mentalità diffusa. La libertà dalle inclinazioni egoistiche e dalla ricerca del consenso sociale è segno distintivo della maturità cristiana.
Libertà e autonomia spirituale
cuore l’invito di Gesù, che illumina il senso profondo dell’essere cristiani:
Sintesi
• Fede in Gesù Cristo come Signore e Salvatore di tutti.
• Vita rinnovata e coerente con il Vangelo, sostenuta dai sacramenti.
• Amore verso il prossimo e capacità di perdonare.
• Libertà interiore, indipendenza dal giudizio del mondo.
• Testimonianza concreta della propria fede con le opere
Conclusione
Essere cristiani non è una condizione acquisita una volta per tutte, ma un cammino quotidiano di fede, conversione e amore. In un mondo che spesso esalta l’apparenza, il successo e l’individualismo, il vero discepolo di Cristo sceglie la via della semplicità e del dono di sé. Il cristiano autentico non cerca di distinguersi con le parole, ma con la coerenza e la luce delle proprie azioni.
Ogni gesto di perdono, ogni atto di servizio, ogni scelta guidata dall’amore diventa allora una piccola testimonianza del Vangelo vivente. Solo così la fede smette di essere un’idea astratta e si fa vita che illumina e rinnova il mondo. A conclusione di questo cammino di riflessione, lasciamo che risuoni nel siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte.” (Matteo 5,14)
Sebastiano Ribaudo
Parrocchia di S. Maria Annunziata
Piazza del Duomo
33100 Udine (UD)
SEGRETERIA PARROCCHIALE
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