Carissimi fedeli,

                         ultimamene abbiamo celebrato insieme una festa a noi cara: la solennità del Corpus Domini. Ci ha fatto sentire il Signore vicino a noi, anzi Lui stesso pellegrino con noi lungo le strade della nostra città. Dopo aver celebrato la S. Messa presieduta dall’ Arcivescovo, abbiamo partecipato alla processione che mi è sembrata raccolta e devota, cogliendo quelle riflessioni che ci venivano proposte dai lettori dell 5 parrocchie del centro-città e ripetendo a voce alta le preghiere di lode, di adorazione, di richiesta di grazie o di perdono. Grazie alla cappella Musicale che ci ha coinvolti nei canti eucaristici,  agli Scout cattolici d’Europa che ogni anno si prestano ad aprire la processione recando il crocifisso e a reggere gli altoparlanti, alla Polizia Locale che garantisce l’ordine, agli Alpini che, con braccia forti e abituate alla fatica, sempre si offrono di portare il baldacchino. Non abbiamo chiamato quest’anno la banda musicale che dona senz’altro una nota di colore. Abbiamo voluto una processione ritmata soltanto dalla preghiera e dal canto con qualche spazio di meditazione silenziosa. Le tre soste ci hanno aiutato a riflettere sulla tragedia del terremoto avvenuto nel 1976 che ci ha fatto gustare la solidarietà delle chiese sorelle d’ Italia e oltre, sulla rinascita del popolo friulano che con coraggio ammirevole si è rimboccato le maniche per ricostruire quanto era stato distrutto, sulla necessità di ricostruire sempre il tessuto sociale dei nostri paesi ed il tessuto cristiano delle nostre comunità ecclesiali.

Ora ci stiamo avvicinando alla Solennità dei Patroni, venerdì 26 giugno vi presentiamo una proposta culturale interessante (clicca QUI) che può essere considerata il pronao attraverso il quale tutti possiamo passare per vivere poi con fede la festa patronale con la celebrazione della S. Messa alle 10.30 ed il concerto dellle ore 20.30 in occasione della consegna del Premio Santi Ermacora e Fortunato – Cuore Solidale, giunto alla seconda Edizione ed al quale auguriamo lunga vita per mettere in risalto il bene che non fa chiasso ma cambia il mondo.

A tutti auguro ogni bene.                                           

Cordialmente, don Luciano, parroco

PAPA LEONE XIV

Nel suo primo discorso a Barcellona dalla Cattedrale della Santa Croce e Sant’Eulalia, il Papa ha detto: “Il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita è un clima di famiglia, in cui si vive insieme, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”. Il Pontefice ha aggiunto che “Barcellona, in questo, ha una grande tradizione”, ricordando che ne faceva memoria San Giovanni Paolo II “quando, in visita qui, lodava l’animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti”. E “nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione.

Dalla solidarietà al Santo Padre alla condanna dei prepotenti

In questi giorni, il nome di Papa Leone XIV risuona in tutto il mondo, accompagnato da un sentimento che va ben oltre i confini della fede cattolica: la solidarietà. Non quella formale, di circostanza, ma quella autentica che unisce persone di culture, tradizioni e convinzioni diverse attorno a una figura che ha già mostrato di voler mettere al centro del proprio pontificato i più vulnerabili. E proprio questa solidarietà diventa specchio. Riflette, per contrasto, tutto ciò che nel mondo cammina nella direzione opposta. Perché mentre ci si stringe attorno a chi ha scelto il servizio come vocazione, non si può restare in silenzio davanti a chi esercita il potere come sopraffazione. I prepotenti del mondo – quelli che siedono su troni politici o economici che decidono le sorti di interi popoli senza averne mai condiviso le sofferenze — rappresentano l’antitesi di ciò che un pontificato fondato sulla misericordia e sulla giustizia cerca di incarnare.

La condanna non appartiene a una bandiera o a un’ideologia.

È una condanna morale, prima ancora che politica.

È la condanna di chi usa la forza contro i deboli, di chi trasforma la guerra in strumento di potere, di chi lascia morire di fame popolazioni intere mentre celebra i propri trionfi davanti al mondo.

Ma questa condanna non può restare solo nelle mani dei grandi della terra, né affidata unicamente alle istituzioni.

Spetta a ciascuno di noi — nei gesti quotidiani, nelle scelte di ogni giorno, nella voce che si alza o che si abbassa davanti all’ingiustizia.

Il cittadino comune non è uno spettatore della storia: ne è co-autore.

Scegliere da che parte stare, rifiutare l’indifferenza, prendersi cura del vicino prima ancora che del lontano — sono atti politici e spirituali al tempo stesso. La prepotenza prospera nel silenzio. E il silenzio è una scelta, come lo è la parola. 

In un tempo in cui troppi leader alzano muri, soffocano il dissenso e alimentano la paura, scegliere la solidarietà è già un atto di resistenza. È dire chiaramente che il potere ha senso solo quando è al servizio dell’altro — specialmente del più fragile.

Eppure, al di là dell’indignazione e della denuncia, rimane qualcosa che nessuna prepotenza riesce davvero a spegnere: la speranza. Non quella ingenua, che chiude gli occhi sulla realtà, ma quella testarda e luminosa che continua a credere nel cambiamento, nella conversione dei cuori, nella possibilità che il bene — anche quando sembra soccombere — lasci sempre un seme nel terreno della storia. È una speranza che attraversa le religioni e parla anche a chi non crede, perché nasce dalla parte più profonda dell’essere umano: quella che sa che vivere per gli altri è l’unica forma di vita che vale davvero la pena. 

Che si creda o meno, questo è un messaggio che appartiene a tutti.

(Sebastiano Ribaudo)

MERCOLEDI 10 GIUGNO INCONTRIAMO LUIGI SCROSOPPI

SANTO DA 25 ANNI

GIORNATA DI PREGHIERA

ore 9.30 Accoglienza dell’urna con le reliquie del Santo in Cattedrale

ore 19.00 S. Messa presieduta dall’ Arcivescovo

Queste le parole pronunciate da Giovanni Paolo II durante l’omelia tenuta nell’Eucaristia per la canonizzazione di padre Scrosoppi:

«La carità fu il segreto del suo lungo e instancabile apostolato, nutrito di costante contatto con Cristo, contemplato e imitato nell’umiltà e nella povertà della sua nascita a Betlemme, nella semplicità della vita laboriosa a Nazaret, nella completa immolazione sul Calvario, nell’eloquente silenzio dell’Eucaristia. Per questo la Chiesa lo addita ai sacerdoti e ai fedeli quale modello di profonda ed efficace sintesi tra la comunione con Dio e il servizio dei fratelli. Modello, in altre parole, di un’esistenza vissuta in comunione intensa con la Santissima Trinità»

(Giovanni Paolo II, Omelia tenuta domenica 10 giugno 2001)

Quando l’orizzonte si fa corto

Vi sarete chiesti o vi avranno chiesto: cosa può dare senso e significato alla vita quando l’orizzonte si fa corto e il presente diventa l’unico tempo davvero abitabile?_ 

Penso che la risposta stia innanzitutto in un cambiamento di scala – non nel rinunciare al significato, ma nel cercarlo in luoghi diversi da quelli che la cultura moderna tende a valorizzare. Una cultura che misura tutto in termini di produttività, progetto, futuro. Ma il senso non ha bisogno del futuro per esistere.

Le relazioni affettive diventano, in età avanzata, il terreno più fertile. Non le relazioni utili o socialmente necessarie, ma quelle vere: i nipoti, gli amici di lunga data, persino nuove amicizie inaspettate. La capacità di essere presenti per qualcuno è un dono che non si consuma con l’età. Anzi, spesso si affina.

C’è poi la trasmissione – passare qualcosa alle generazioni successive: un sapere, una storia, un modo di guardare il mondo. Non come insegnamento cattedratico, ma come testimonianza viva. “Io ho vissuto, e ho imparato questo.” È una forma di continuità che trascende il tempo individuale, un filo che continua oltre di noi.

In età avanzata diventa anche possibile qualcosa che la frenesia della vita attiva spesso impedisce: la contemplazione. Da giovani si fa; da anziani si può finalmente vedere. La bellezza di un tramonto, di una musica, di un libro riletto con occhi diversi. L’attenzione che si dà alle piccole cose diventa essa stessa un atto di gratitudine verso l’esistenza. 

E poi c’è la riconciliazione – con sé stessi, con le proprie scelte, con ciò che non è andato come si sperava. Non rassegnazione, ma qualcosa di più maturo: l’accettazione che una vita intera, con tutte le sue contraddizioni, ha comunque avuto un valore. Erik Erikson chiamava questa sfida dell’ultima stagione della vita il confronto tra integrità e disperazione. Chi riesce a guardare indietro e riconoscere che la propria vita aveva una forma – non perfetta, ma autentica – trova una pace che è essa stessa pienezza.

Il cristianesimo, su tutto questo, ha qualcosa di specifico e potente da dire.

Al cuore del messaggio evangelico c’è un’idea radicale: il valore di una persona non dipende da ciò che produce o progetta, ma da ciò che è. “Sei amato” – non perché sei utile, non perché hai ancora un lungo futuro davanti, ma semplicemente perché esisti. È una risposta diretta, quasi chirurgica, all’angoscia moderna della produttività perduta.

Il Vangelo insiste che Dio si incontra adesso, non in un futuro ipotetico. “Non affannatevi per il domani” dice Gesù nel Discorso della Montagna. In età avanzata queste parole smettono di essere un consiglio astratto e diventano quasi una descrizione della realtà. L’orizzonte corto, come è stato  definito,   può diventare paradossalmente un’apertura verso il verticale – verso la profondità invece che verso la lunghezza. Non meno spazio, ma uno spazio diverso. 

La tradizione ebraico-cristiana custodisce inoltre qualcosa che la cultura contemporanea ha quasi del tutto dimenticato: la dignità specifica della vecchiaia. Gli anziani nella Bibbia sono i portatori di memoria, i testimoni. Il libro dei Proverbi dice che i capelli bianchi sono “una corona di gloria”. Non declino, ma compimento.

Il contributo più originale del cristianesimo rimane però la questione della morte. Non tolta di mezzo con una consolazione ingenua, ma privata della sua assolutezza. Se la vita non finisce nel nulla, allora ogni momento vissuto – anche nel tempo della fragilità – acquista un peso che va oltre se stesso. Ci si avvicina a qualcosa, non ci si allontana da tutto. S. Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. In vecchiaia quell’inquietudine può finalmente placarsi, non per stanchezza, ma per approssimazione.

E anche quando il corpo non permette più molto, rimane la preghiera – intesa come attenzione, ascolto, gratitudine silenziosa. I contemplativi cristiani direbbero che non è poco. È forse il massimo. Il paradosso più bello è questo: il cristianesimo offre un linguaggio in cui la fragilità non è una sconfitta. La croce stessa – il simbolo centrale della fede – è il punto in cui il significato emerge proprio là dove tutto sembra perduto. Per chi è anziano e credente, questo non è una metafora lontana. È quasi una biografia.

E forse il segreto ultimo, al di là di ogni tradizione, sta nella capacità di meravigliarsi ancora – di conservare la curiosità, lo stupore, l’interesse per le cose. Chi la mantiene non perde mai davvero il filo del senso. Perché il senso non si trova altrove. Si riconosce  in ciò che si è vissuto, in ciò che si è ancora capaci di sentire, in ciò che, misteriosamente, ci precede e ci attende.

(Sebastiano Ribaudo)

UNA FEDE CHE TRASFORMA LA VITA

Un cristiano si contraddistingue principalmente per la fede in Gesù Cristo, l’impegno a vivere secondo il suo insegnamento e la presenza di un amore altruistico e concreto verso il prossimo.

Per comprendere meglio cosa significhi essere cristiani e come questa identità si traduca nella vita di ogni giorno, possiamo considerare alcuni aspetti fondamentali della fede e della testimonianza.

Identità e fede

La caratteristica fondante di un cristiano è la relazione personale con Cristo che ci ha amati per primo e ci ha scelti e noi ci lasciamo amare da Lui. Non  si tratta semplicemente di aderire ad alcune regole o di partecipare a riti religiosi, ma di avere una fede viva in Gesù risorto, riconoscendolo come Figlio di Dio e Salvatore personale di tutti. Questa fede produce una trasformazione della vita, che si manifesta in scelte, pensieri e atteggiamenti continuamente rinnovati dalla partecipazione alla S. Messa che è il sostegno della nostra vita cristiana.

Espressione quotidiana

Un cristiano autentico cerca di armonizzare la propria vita con la Parola di Dio e la volontà divina: esprime giustizia, pazienza, umiltà, onestà e altruismo in ogni ambito, sia nella famiglia sia nella società. Il cristiano si distingue per la capacità di perdonare, aiutare chi è in difficoltà, essere sincero e servire senza secondi fini. I suoi atti sono guidati dall’amore e dalla ricerca del bene altrui.

Dimensione interiore e testimonianza

La differenza tra il semplice rappresenta una caratteristica essenziale. Non basta, infatti, conoscere o praticare esteriormente la religione: ciò che distingue il cristiano è la fedeltà interiore e la disponibilità a lasciarsi cambiare da Dio.

“Voi Un cristiano non si lascia condizionare dalle mode o dallo “spirito del tempo”, ma vive secondo i principi del Vangelo, anche se questi sono controcorrente rispetto alla mentalità diffusa. La libertà dalle inclinazioni egoistiche e dalla ricerca del consenso sociale è segno distintivo della maturità cristiana. 

Libertà e autonomia spirituale

cuore l’invito di Gesù, che illumina il senso profondo dell’essere cristiani:

Sintesi

• Fede in Gesù Cristo come Signore e Salvatore di tutti.

• Vita rinnovata e coerente con il Vangelo, sostenuta dai sacramenti.

• Amore verso il prossimo e capacità di perdonare.

• Libertà interiore, indipendenza dal giudizio del mondo.

• Testimonianza concreta della propria fede con le opere 

Conclusione

Essere cristiani non è una condizione acquisita una volta per tutte, ma un cammino quotidiano di fede, conversione e amore. In un mondo che spesso esalta l’apparenza, il successo e l’individualismo, il vero discepolo di Cristo sceglie la via della semplicità e del dono di sé. Il cristiano autentico non cerca di distinguersi con le parole, ma con la coerenza e la luce delle proprie azioni.

Ogni gesto di perdono, ogni atto di servizio, ogni scelta guidata dall’amore diventa allora una piccola testimonianza del Vangelo vivente. Solo così la fede smette di essere un’idea astratta e si fa vita che illumina e rinnova il mondo. A conclusione di questo cammino di riflessione, lasciamo che risuoni nel siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte.” (Matteo 5,14)

Sebastiano Ribaudo

È  ACCADUTA UNA COSA BELLA

Carissimi fedeli,

                        è grande questa festa, ci dà la sensazione di una nuova creazione, di una pienezza di gioia che inonda le nostre comunità che celebrano la discesa dello Spirito di Dio che ci impregna di amore, di quell’amore che Gesù ci ha manifestato nel giorno di Pasqua e che ogni domenica noi accogliamo vivendo il mistero della S. Messa. Ma questa cosa bella che accade ogni anno genera cose buone. Una settantina di persone adulte si sono preparate a ricevere il dono dello Spirito attraverso l’imposizione delle mani dell’Arcivescovo, la preghiera e la crismazione. Chi accoglie lo Spirito viene consacrato a Dio, non per se stesso ma in vista di una missione: essere profeta per interpretare la storia alla luce della Parola di Dio, essere sacerdote per offrire a Dio il culto con la propria vita cristiana nella S. Messa assieme al pane e al vino, essere pastore nel senso di assumersi le responsabilità che la vita presenta. I cresimati assumono questa triplice missione di Cristo.

 Su questo foglio viene comunicata oggi la iniziativa del “Premio dei Santi Patroni: Cuore solidale”. Direi che questa iniziativa torni opportuna proprio oggi come un dono, poiché, in mezzo a tante tristi notizie anche di questi giorni, ci viene comunicata una notizia bella. Ci sono tante persone che nascondono in se stesse un cuore solidale che si esprime in dedizione prolungata, esemplare, che cambia il mondo. È cosa buona segnalare, porre in evidenza, pubblicare il bene che esiste nel nostro mondo. È un segno di speranza.  È una presa di coscienza che

ci rallegra. Il Premio cui ho accennato ha questa finalità. Ringraziamo lo Spirito Santo che suscita tanto bene nel mondo e diventa una prova della sua presenza costante e del suo operare nei cuori che diventano sempre più solidali. E questa è la garanzia della  presenza del Regno di Dio nel nostro mondo.

Buona festa di Pentecoste.           

Il Parroco don Luciano.

Vieni, o Spirito creatore

Vieni, o Spirito creatore,

visita le nostre menti,

riempi della tua grazia i cuori che hai creato.

O dolce consolatore, dono del Padre altissimo, acqua viva, fuoco, amore, santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio, promesso dal Salvatore, irradia i tuoi sette doni, suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore; sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico, reca in dono la pace, la tua guida invincibile ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo Amore.

Amen

                                             

Carissimi parrocchiani,

domenica scorsa abbiamo celebrato una festa, bella, raccolta, ricca di sentimenti, rivedendoci bambini attorno all’altare, come i fanciulli/e che hanno partecipato alla Messa della loro Prima Comunione. Tutti nutriamo la speranza che, crescendo, questi figli possano essere continuamente corroborati dall’ Eucaristia e vivano la testimonianza della vita di Cristo, aiutati anche dalle loro famiglie e dalla comunità. È lunedì notte e sono appena tornato dal seminario di Castellerio ove si è tenuto un incontro diocesano per discutere sui progetti, sulle collaborazioni pastorali vissute nell’amore reciproco “perché il mondo creda”, accogliendo la Parola di Dio. Anche se è tardi, apro il piccolo Messale che tengo in casa e leggo il Vangelo che tutti abbiamo sentito oggi. E ho fatto qualche riflessione che nuovamente propongo a me e a voi perché non ci agitiamo ma nuotiamo nel mare della vita personale e comunitaria con serenità. Gesù ascende al cielo e affida una missione: «Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli» (Mt28,19). Ieri si è fidato dei suoi apostoli, entusiasti e fragili, pronti a promettere: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. (Mt 26,35) Così Pietro. Ma così anche gli altri ma l’evangelista nota: “Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56). Non mi pare siano stati tanto coraggiosi, gli apostoli, inizialmente. Non sono stati all’altezza della loro vocazione e della situazione. Questo non mi scandalizza, anzi mi conforta.
Li comprendo. Sempre più mi accorgo che il cristianesimo è un paradosso.
Dio si è fidato di “questi apostoli” un tempo e oggi si fida di me, di te, di tutti noi e ci manda nel mondo. Noi progettiamo, giustamente, per non battere inutilmente l’aria. Ma non siamo superuomini che vanno a manifestare il loro coraggio. Siamo “vasi di creta, di terra”. Non possiamo far nulla da noi stessi. Dipendiamo dallo Spirito che Gesù ci ha promesso.
La nostra fede, simboleggiata da questa donna che fissa lo sguardo su Cristo che sale al cielo, dipinta dal Louis Dorigy sulla parte destra dell’abside della nostra cattedrale, è la luce che sostiene la nostra perenne attesa dello Spirito che, invocato, sempre viene a dare fecondità alla nostra umile parola, alla nostra sincera testimonianza di vita, perfino alle nostre paure e
contraddizioni trasformate dalla sua forza, ai nostri fallimenti che ci rendono umili e fanno spazio a Lui che ci consola e difende.
Così ogni nostro servizio, prestato con umiltà nel nostro stato di vita, con la sua potenza può diventare testimonianza feconda di bene, produce la pace, attira alla fede, diffonde amore e genera speranza.
Un cordiale saluto a tutti e l’augurio che la prossima Domenica di Pentecoste lo Spirito Santo scenda su tutti e rinnovi la nostra vita.
Don Luciano, parroco

MESE DI MAGGIO

L’eternità dell’amore: tra poesia e fede

“L’amore è una forma di eternità. È ciò che ci salva dal tempo e dall’oblio.”

In questa frase attribuita a Alda Merini si condensa un’intuizione profonda: l’essere umano, pur immerso nel fluire del tempo, fa esperienza di qualcosa che sembra sottrarsi alla sua legge. Il tempo consuma, trasforma, dissolve; l’oblio cancella anche ciò che il tempo risparmia. Eppure, nell’amore, qualcosa resiste. Questa idea affonda le sue radici già nella filosofia antica. Platone, nel Simposio, descrive l’amore come desiderio di immortalità: l’uomo, consapevole della propria finitezza, cerca di partecipare all’eterno attraverso ciò che genera e attraverso i legami che costruisce. Amare significa allora oltrepassare i confini del proprio io e inscriversi in una continuità più ampia. Con Søren Kierkegaard, l’amore diventa una scelta che si rinnova nel tempo e proprio per questo lo trascende. Non è l’istante emotivo a renderlo eterno, ma la fedeltà che lo sostiene. In questa prospettiva, l’amore autentico non subisce il tempo: lo attraversa e lo trasfigura. Anche Henri Bergson aiuta a comprendere questa esperienza distinguendo tra il tempo misurabile e la “durata” vissuta. Nell’amore, il tempo non si conta più: si intensifica. Un attimo può contenere un’intera vita, perché ciò che conta non è la quantità, ma la qualità dell’esperienza.

A questo orizzonte filosofico si affianca, in modo sorprendentemente armonico, la visione cristiana. Nella prospettiva del Vangelo, l’amore non è soltanto una tensione verso l’eterno, ma una partecipazione all’eterno stesso. Nel Vangelo secondo Giovanni si legge infatti che “Dio è amore”: l’eternità non è un tempo infinito, ma una relazione viva, una comunione. Per San Paolo, l’amore è l’unica realtà che non passa: tutto il resto è destinato a cadere, ma la carità “non avrà mai fine”. Qui l’intuizione di Merini trova un’eco ancora più radicale: l’amore non solo lascia tracce nel tempo, ma è ciò che sopravvive al tempo stesso.

Anche Sant’Agostino vede nell’amore il principio che unifica e salva l’esistenza dalla dispersione. Il tempo, per lui, è frammentazione e inquietudine; l’amore, invece, raccoglie, dà senso, orienta verso ciò che non passa. Amare significa già cominciare a dimorare in ciò che è eterno.

Così, tra poesia, filosofia e fede, emerge una stessa verità sotto forme diverse: l’amore non elimina la finitezza umana, ma la trasfigura. Per Merini, esso salva dall’oblio lasciando trac ce indelebili nel cristia nesimo, salva persino dalla morte, perché ciò  è eterno.

(Sebastiano Ribaudo)

Come già richiamato dal nostro Ufficio liturgico Diocesano nella nota «Credo la risurrezione di questa carne». Nota su alcuni aspetti riguardanti la celebrazione esequiale e la cremazione del 23 maggio 2021, a cui si vuole fare riferimento per le motivazioni e gli approfondimenti teologici, – volendo garantire uno stile unitario all’azione pastorale della nostra Arcidiocesi, – al fine di offrire degne esequie a tutti i battezzati nelle nostre chiese parrocchiali – udito il parere del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Vicari Foranei,

L’ARCIVESCOVO DECRETA LE SEGUENTI NORME

CHE REGOLANO LA CELEBRAZIONI DELLE ESEQUIE

1– Il Parroco, nella pastorale ordinaria annunci a tutti i fedeli e, in occasione della morte di un battezzato ai suoi familiari, il valore della celebrazione cristiana delle Esequie come “celebrazione del mistero pasquale di Cristo”, da vivere all’interno della comunità dei credenti in Gesù Cristo risorto, a cui il defunto apparteneva in vita. Il Parroco nel suo ministero di evangelizzazione, ed in particolare nel colloquio con i familiari del defunto ha inoltre il compito di mettere in rilievo l’importanza che i resti mortali siano conservati in un cimitero, luogo che per tradizione millenaria dei popoli consente la loro degna custodia nel tempo e la memoria comunitaria orante dei defunti nell’attesa della loro Risurrezione dei morti. La celebrazione dell’Esequie e la conservazione dei corpi dei battezzati defunti sono infatti un segno di fede ed espressione della comunione ecclesiale e mai un “fatto privato”.

2– I familiari del defunto, prima di tutto prendano contatto con il Parroco della parrocchia di appartenenza o di elezione, a cui spetta il dovere della celebrazione; concordino con lui l’orario, il luogo e le modalità della celebrazione esequiale. Solo dopo questo colloquio personale si può procedere al suono delle campane che comunica il decesso, agli altri adempimenti liturgici, ed al contatto con la ditta che curerà le onoranze funebri.

3– Quando il defunto è deceduto in casa e prima di un eventuale trasferimento nella casa funeraria o all’obitorio, il Parroco quando gli è possibile provveda alla benedizione del corpo che precede la celebrazione delle Esequie. Laddove il trasferimento alla casa funeraria o all’obitorio fosse già avvenuto, il Parroco provvederà alla benedizione del corpo prima della chiusura della bara in vista del trasferimento nella chiesa dove saranno celebrate le Esequie, così come indicato dal Rituale.

 4- La celebrazione delle Esequie deve svolgersi nella chiesa parrocchiale o nella succursale, secondo le uniche due modalità previste dal Rituale: a) la celebrazione della Santa Messa esequiale; b) la celebrazione delle Esequie nella Liturgia della Parola, senza la comunione eucaristica. Laddove la famiglia del defunto non aderisse ad una di queste due modalità, in via eccezionale, per il maggior bene delle anime e con prudenza pastorale, il Parroco o un Diacono da lui incaricato, prima della chiusura della bara, può presenziare ad un momento di preghiera con i familiari (ad esempio la recita del S. Rosario, lettura di un Salmo o di un altro testo della Sacra Scrittura tra quelli suggeriti dal Rituale). Si ricordi che questo momento di preghiera non equivale in alcun modo ad un funerale cattolico. Si inviti contestualmente i familiari a partecipare ad una S. Messa in suffragio del congiunto in occasione dell’ottavo e del trentesimo giorno della sua morte.

5– Nelle case funerarie, durante la preghiera, si sospendano eventuali musiche di sottofondo.

6– Durante la celebrazione delle Esequie, sulla bara si possono porre dei fiori, ed eventuali oggetti che esprimono la fede cattolica del defunto (ad esempio il libro dei Vangeli o la Bibbia o una croce). Se richiesto dai familiari, si autorizza che venga esposta la fotografia del defunto, purché sia posta a lato, in luogo che non disturbi la celebrazione, e non offuschi la centralità dell’altare e il contesto di preghiera.

7– Sulle bare, sulle urne cinera-rie e sulle lapidi cimiteriali sia-no riportati i segni della fede cristiana e tra questi innanzitutto la Croce di Gesù.

8– Al termine dell’ultima rac-comandazione e commiato, si autorizza che sia letto -non dall’ambone- un saluto da parte dei familiari per ricordare il defunto, concordando il testo con chi presiede la celebrazione. Nel caso di personalità che ab-biano avuto responsabilità civili, si concordino assieme al Parroco le modalità di un saluto da parte di più rappresentanti della comunità, da effettuarsi dopo la conclusione, ma non durante la celebrazione delle Esequie.

9– Non si autorizzano in chiesa testi o musiche estranee alla liturgia e alla fede cristiana.

10-Il Parroco raccomandi ai fedeli di mantenere un clima di rispetto per il defunto, anche all’esterno della chiesa, in attesa di dirigersi sollecitamente verso il cimitero quando la sepoltura si svolge subito dopo la Celebrazione delle Esequie.

11– La Chiesa, pur raccomandando la sepoltura dei corpi, non si oppone alla cremazione. Le ceneri devono essere deposte nei cimiteri e, per quanto la legislazione civile lo permetta, la Chiesa non consente che siano conservate in casa, né sparse in aria, in terra o in acqua, o siano convertite in ricordi commemorativi  Quando le ceneri del defunto giungono dal crematorio, si provveda alla deposizione dell’urna in cimitero accompagnandola con un momento di preghiera secondo le indicazioni liturgiche.

12-Nel caso in cui il defunto abbia scelto la cremazione perché non riconosce la dignità del corpo in vista della risurrezione, o abbia dato indicazione ai familiari di disperdere le ceneri dopo la cremazione, considerando la morte come l’annullamento totale e definitivo della persona, tali libere scelte escludono la celebrazione del funerale cattolico. 2

13-La celebrazione esequiale deve sempre precedere la cremazione. Quando eccezionalmente non è possibile (ad esempio, il caso di decesso all’estero), nella liturgia alla presenza dell’urna cineraria, si omettano l’aspersione e l’incensazione, gesti che riguardano esclusivamente la dignità cristiana del corpo nella sua integralità.

14-Il momento di preghiera per la deposizione dell’urna può essere guidato sia da un ministro ordinato (Presbitero o Diacono), sia da un laico esplicitamente autorizzato dal Vescovo. In questo secondo caso, l’Ufficio liturgico diocesano provvederà a formare alcune persone designate a questo compito dal Parroco e a fornirle dell’autorizzazione e dei sussidi adeguati.

Queste norme sono in vigore da domenica 19 aprile 2026, Domenica di Pasqua Risurrezione del Signore. Esse vanno assunte dai Parroci e dai loro Consigli Pastorali, e ne va data esecuzione dando nel contempo opportuna informazione e spiegazione ai fedeli e alle ditte di onoranze funebri.

Dalla residenza arcivescovile

Udine, 17 marzo 2026                                              + Riccardo Lamba

                                                                                Arcivescovo di Udine

1 Cf .CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione Ad resurgendum cum Christo circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione (15 agosto 2016), nn. 6-7.