Come già richiamato dal nostro Ufficio liturgico Diocesano nella nota «Credo la risurrezione di questa carne». Nota su alcuni aspetti riguardanti la celebrazione esequiale e la cremazione del 23 maggio 2021, a cui si vuole fare riferimento per le motivazioni e gli approfondimenti teologici, – volendo garantire uno stile unitario all’azione pastorale della nostra Arcidiocesi, – al fine di offrire degne esequie a tutti i battezzati nelle nostre chiese parrocchiali – udito il parere del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Vicari Foranei,

L’ARCIVESCOVO DECRETA LE SEGUENTI NORME

CHE REGOLANO LA CELEBRAZIONI DELLE ESEQUIE

1– Il Parroco, nella pastorale ordinaria annunci a tutti i fedeli e, in occasione della morte di un battezzato ai suoi familiari, il valore della celebrazione cristiana delle Esequie come “celebrazione del mistero pasquale di Cristo”, da vivere all’interno della comunità dei credenti in Gesù Cristo risorto, a cui il defunto apparteneva in vita. Il Parroco nel suo ministero di evangelizzazione, ed in particolare nel colloquio con i familiari del defunto ha inoltre il compito di mettere in rilievo l’importanza che i resti mortali siano conservati in un cimitero, luogo che per tradizione millenaria dei popoli consente la loro degna custodia nel tempo e la memoria comunitaria orante dei defunti nell’attesa della loro Risurrezione dei morti. La celebrazione dell’Esequie e la conservazione dei corpi dei battezzati defunti sono infatti un segno di fede ed espressione della comunione ecclesiale e mai un “fatto privato”.

2– I familiari del defunto, prima di tutto prendano contatto con il Parroco della parrocchia di appartenenza o di elezione, a cui spetta il dovere della celebrazione; concordino con lui l’orario, il luogo e le modalità della celebrazione esequiale. Solo dopo questo colloquio personale si può procedere al suono delle campane che comunica il decesso, agli altri adempimenti liturgici, ed al contatto con la ditta che curerà le onoranze funebri.

3– Quando il defunto è deceduto in casa e prima di un eventuale trasferimento nella casa funeraria o all’obitorio, il Parroco quando gli è possibile provveda alla benedizione del corpo che precede la celebrazione delle Esequie. Laddove il trasferimento alla casa funeraria o all’obitorio fosse già avvenuto, il Parroco provvederà alla benedizione del corpo prima della chiusura della bara in vista del trasferimento nella chiesa dove saranno celebrate le Esequie, così come indicato dal Rituale.

 4- La celebrazione delle Esequie deve svolgersi nella chiesa parrocchiale o nella succursale, secondo le uniche due modalità previste dal Rituale: a) la celebrazione della Santa Messa esequiale; b) la celebrazione delle Esequie nella Liturgia della Parola, senza la comunione eucaristica. Laddove la famiglia del defunto non aderisse ad una di queste due modalità, in via eccezionale, per il maggior bene delle anime e con prudenza pastorale, il Parroco o un Diacono da lui incaricato, prima della chiusura della bara, può presenziare ad un momento di preghiera con i familiari (ad esempio la recita del S. Rosario, lettura di un Salmo o di un altro testo della Sacra Scrittura tra quelli suggeriti dal Rituale). Si ricordi che questo momento di preghiera non equivale in alcun modo ad un funerale cattolico. Si inviti contestualmente i familiari a partecipare ad una S. Messa in suffragio del congiunto in occasione dell’ottavo e del trentesimo giorno della sua morte.

5– Nelle case funerarie, durante la preghiera, si sospendano eventuali musiche di sottofondo.

6– Durante la celebrazione delle Esequie, sulla bara si possono porre dei fiori, ed eventuali oggetti che esprimono la fede cattolica del defunto (ad esempio il libro dei Vangeli o la Bibbia o una croce). Se richiesto dai familiari, si autorizza che venga esposta la fotografia del defunto, purché sia posta a lato, in luogo che non disturbi la celebrazione, e non offuschi la centralità dell’altare e il contesto di preghiera.

7– Sulle bare, sulle urne cinera-rie e sulle lapidi cimiteriali sia-no riportati i segni della fede cristiana e tra questi innanzitutto la Croce di Gesù.

8– Al termine dell’ultima rac-comandazione e commiato, si autorizza che sia letto -non dall’ambone- un saluto da parte dei familiari per ricordare il defunto, concordando il testo con chi presiede la celebrazione. Nel caso di personalità che ab-biano avuto responsabilità civili, si concordino assieme al Parroco le modalità di un saluto da parte di più rappresentanti della comunità, da effettuarsi dopo la conclusione, ma non durante la celebrazione delle Esequie.

9– Non si autorizzano in chiesa testi o musiche estranee alla liturgia e alla fede cristiana.

10-Il Parroco raccomandi ai fedeli di mantenere un clima di rispetto per il defunto, anche all’esterno della chiesa, in attesa di dirigersi sollecitamente verso il cimitero quando la sepoltura si svolge subito dopo la Celebrazione delle Esequie.

11– La Chiesa, pur raccomandando la sepoltura dei corpi, non si oppone alla cremazione. Le ceneri devono essere deposte nei cimiteri e, per quanto la legislazione civile lo permetta, la Chiesa non consente che siano conservate in casa, né sparse in aria, in terra o in acqua, o siano convertite in ricordi commemorativi  Quando le ceneri del defunto giungono dal crematorio, si provveda alla deposizione dell’urna in cimitero accompagnandola con un momento di preghiera secondo le indicazioni liturgiche.

12-Nel caso in cui il defunto abbia scelto la cremazione perché non riconosce la dignità del corpo in vista della risurrezione, o abbia dato indicazione ai familiari di disperdere le ceneri dopo la cremazione, considerando la morte come l’annullamento totale e definitivo della persona, tali libere scelte escludono la celebrazione del funerale cattolico. 2

13-La celebrazione esequiale deve sempre precedere la cremazione. Quando eccezionalmente non è possibile (ad esempio, il caso di decesso all’estero), nella liturgia alla presenza dell’urna cineraria, si omettano l’aspersione e l’incensazione, gesti che riguardano esclusivamente la dignità cristiana del corpo nella sua integralità.

14-Il momento di preghiera per la deposizione dell’urna può essere guidato sia da un ministro ordinato (Presbitero o Diacono), sia da un laico esplicitamente autorizzato dal Vescovo. In questo secondo caso, l’Ufficio liturgico diocesano provvederà a formare alcune persone designate a questo compito dal Parroco e a fornirle dell’autorizzazione e dei sussidi adeguati.

Queste norme sono in vigore da domenica 19 aprile 2026, Domenica di Pasqua Risurrezione del Signore. Esse vanno assunte dai Parroci e dai loro Consigli Pastorali, e ne va data esecuzione dando nel contempo opportuna informazione e spiegazione ai fedeli e alle ditte di onoranze funebri.

Dalla residenza arcivescovile

Udine, 17 marzo 2026                                              + Riccardo Lamba

                                                                                Arcivescovo di Udine

1 Cf .CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione Ad resurgendum cum Christo circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione (15 agosto 2016), nn. 6-7.

MESE DI MAGGIO DEDICATO ALLA B.V. MARIA

Siamo invitati a recitare il S. Rosario ogni giorno:

Ore 10.30: Chiesa di S. Giacomo (dopo la S. Messa)

Ore 18.30: Oratorio della Purità (prima della S. Messa)

Nelle nostre famiglie, ci possiamo unire a tante persone tramite Radio Maria o TV 2000.

Preghiamo per la pace nel mondo.

DECRETO CHE REGOLA IL SUONO DELLE CAMPANE NELLE CHIESE DELL’ARCIDIOCESI DI UDINE

Prot. n. 0515/Can/26

L’ARCIVESCOVO DI UDINE

  Considerata la tradizione plurisecolare della Chiesa che si esprime mediante gli usi e le tradizioni locali, e che utilizza il suono delle campane per convocare il popolo cristiano alle varie celebrazioni festive e quotidiane, per informarlo di avvenimenti importanti delle comunità locali, o per richiamare nella giornata gli appuntamenti di preghiera, di gioia o di lutto; Considerato, altresì, che l’uso delle campane è espressione della fede e della religiosità delle comunità ecclesiali cattoliche. Valutata la necessità di dare una regolamentazione a tale uso, nell’Arcidiocesi di Udine, che ha come primo obiettivo di permettere alle parrocchie il costante utilizzo delle campane, senza che alcuno possa impedire alle comunità locali questa tradizione cultuale, che si inserisce, nell’ambito della libertà religiosa riconosciuta dall’art. 19 Cost. e nel rispetto degli accordi stipulati tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano, ai sensi dell’art. 7 Cost.

Valutato, altresì, che l’uniforme applicazione delle norme diocesane che disciplinano l’uso delle campane, il vivere civile e il buon senso, uniti ad un sereno atteggiamento di prudenza, di attenzione e carità verso chiunque, sono quasi sempre in grado di evitare quegli attriti e incomprensioni, che possono sfociare nelle ostilità o condurre ad azioni legali. Visto che le norme diocesane intendono dare anche attuazione al contenuto della legge 26 ottobre 1995, n. 447 (Legge quadro sull’inquinamento acustico) e alle successive normative nazionali ed europee che hanno fissato criteri in merito all’inquinamento acustico. Vista la necessità, alla luce del mutato quadro normativo e socioculturale, di aggiornare il precedente decreto del 22 dicembre 1995 adottato dall’allora Arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti. Visto il parere favorevole del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Vicari Foranei;

DISPONE

1-In tutte le chiese, a prescindere dal numero della popolazione residente, le campane non suonino prima delle ore 7.00 e mai dopo le ore 21.00. Fanno eccezione la chiesa di S. Maria in Castello a Udine, la chiesa di Pieve di Castello a San Daniele del Friuli, il Duomo di Cividale del Friuli e la chiesa Pieve a San Pietro in Carnia, dove per tradizione plurisecolare vengono suonate alle ore 22.00.

2-Nelle chiese situate nei centri cittadini con popolazione residente oltre i 5.000 abitanti (indipendentemente dalla popolazione del territorio comunale), la domenica e nelle feste civili, le campane non suonino prima delle ore 7.30 e dopo le ore 21.00

3-Eventuali eccezioni agli orari del comma 1 e 2 devono essere autorizzate dal Sindaco, secondo la normativa vigente in materia di inquinamento acustico.

4-In tutte le chiese, a prescindere dal numero della popolazione residente, sono previste delle eccezioni nella notte del Santo Natale del Signore Gesù, nella Veglia pasquale, in specifiche straordinarie occasioni locali e nei casi di calamità.

5-Nel rispetto dell’antica e veneranda tradizione, non ci sia alcun suono di campana nei giorni del Venerdì Santo e del Sabato Santo, a partire dal canto del Gloria della Messa della Cena del Signore fino al canto del Gloria della Veglia Pasquale.

6-In tutti i centri cittadini, a prescindere dal numero della popolazione residente, si escluda il suono notturno dell’orologio del campanile.

7-La durata di tutti i suoni delle campane, escluso lo scampanio (cfr comma 10), non superi complessivamente i 5 minuti per ciascuna suonata (dall’avvio della campana al completo fermarsi della stessa) e siano conformi alle norme della vigilanza.

8-L’annuncio della morte dei fedeli e i funerali siano comunicati secondo le indicazioni del comma 7.

9-Secondo la tradizione comune, l’Ave Maria del mattino e della sera è suonata con una sola campana. Così pure l’Angelus di mezzodì, tranne le domeniche e i venerdì, laddove vi fosse la tradizione di suonare tre campane. Nei centri di cui al comma 2, dove vi fossero più chiese vicine, ci si accordi perché questi suoni quotidiani, o festivi, vengano dati dalle campane della sola chiesa più importante o parrocchiale.

10-Nelle grandi festività parrocchiali, lo scampanio manuale delle campane (scampanata) sia effettuato all’interno di queste fasce orarie: 8.30-13.00; 15.00-19.00. La durata dello scampanio manuale non superi complessivamente i 20 minuti. Si ricorda che quest’arte campanaria è riconosciuta e tutelata dall’UNESCO.

11-Il suono delle campane è altresì consentito in caso di calamità, secondo gli usi locali.

12-Le presenti disposizioni si applicano anche quando il suono è riprodotto mediante strumenti meccanici o elettronici.

13-Per il suono o le modifiche di orario delle campane, i campanari e i sacrestani, dipendono esclusivamente dall’autorità del Parroco o dal Rettore della Chiesa, che ne sono i legali rappresentanti. I parroci orientino i collaboratori ad un autentico spirito ministeriale nel rispetto delle disposizioni civili. Queste norme entreranno in vigore da domenica 19 aprile. Esse vanno assunte dai Parroci e dai loro Consigli, e ne va data esecuzione dando allo stesso tempo opportuna informazione e spiegazione ai fedeli.

                                                                  Dalla residenza arcivescovile

Udine, 17 marzo 2026                   + Riccardo Lamba Arcivescovo di Udine

       SEI CHIESE E CINQUE CAMPANILI IN CENTRO CITTA’

La nostra parrocchia gode della presenza di sei chiese che restano aperte per la preghiera e la visita anche grazie ai volontari “Amici della cattedrale” e di cinque campanili le cui campane ci ricordano antiche tradizioni e invitano i cristiani alle celebrazioni liturgiche. Ci adeguiamo alle norme del decreto vescovile dettate da ragionevoli opportunità ivi illustrate.

Solidarietà al Santo Padre

Condanna dei prepotenti nel mondo

In questi giorni, il nome di Papa Leone XIV risuona in tutto il mondo, accompagnato da un sentimento che va ben oltre i confini della fede cattolica: la solidarietà. Non quella formale, di circostanza, ma quella autentica che unisce persone di culture, tradizioni e convinzioni diverse attorno a una figura che ha già mostrato di voler mettere al centro del proprio pontificato i più vulnerabili.

E proprio questa solidarietà diventa specchio. Riflette, per contrasto, tutto ciò che nel mondo cammina nella direzione opposta. Perché mentre ci si stringe attorno a chi ha scelto il servizio come vocazione, non si può restare in silenzio davanti a chi esercita il potere come sopraffazione. I prepotenti del mondo — quelli che siedono su troni politici o economici, che decidono le sorti di interi popoli senza averne mai condiviso le sofferenze — rappresentano l’antitesi di ciò che un pontificato fondato sulla misericordia e sulla giustizia cerca di incarnare. 

La condanna non appartiene a una bandiera o a un’ideologia. È una condanna morale, prima ancora che politica. È la condanna di chi usa la forza contro i deboli, di chi trasforma la guerra in strumento di potere, di chi lascia morire di fame popolazioni intere mentre celebra i propri trionfi davanti al mondo. 

Ma questa condanna non può restare solo nelle mani dei grandi della terra, né affidata unicamente alle istituzioni. Spetta a ciascuno di noi, nei gesti quotidiani, nelle scelte di ogni giorno, nella voce che si alza o che si abbassa davanti all’ingiustizia. Il cittadino comune non è uno spettatore della storia: ne è co-autore. Scegliere da che parte stare, rifiutare l’indifferenza, prendersi cura del vicino prima ancora che del lontano sono atti politici e spirituali al tempo stesso. La prepotenza prospera nel silenzio. E il silenzio è una scelta, come lo è la parola.

In un tempo in cui troppi leader alzano muri, soffocano il dissenso e alimentano la paura, scegliere la solidarietà è già un atto di resistenza. È dire chiaramente che il potere ha senso solo quando è al servizio dell’altro, specialmente del più fragile. Eppure, al di là dell’indignazione e della denuncia, rimane qualcosa che nessuna prepotenza riesce davvero a spegnere: la speranza. Non quella ingenua, che chiude gli occhi sulla realtà, ma quella testarda e luminosa che continua a credere nel cambiamento, nella conversione dei cuori, nella possibilità che il bene — anche quando sembra soccombere — lasci sempre un seme nel terreno della storia. È una speranza che attraversa le religioni e parla anche a chi non crede, perché nasce dalla parte più profonda dell’essere umano: quella che sa che vivere per gli altri è l’unica forma di vita che vale davvero la pena. Che si creda o meno, questo è un messaggio che appartiene a tutti.

(Sebastiano Ribaudo)

                                                              

PREGHIERA PER LA PACE E IL DISARMO

Papa Leone XIV

Signore della vita, che hai plasmato ogni essere umano a Tua immagine e somiglianza, crediamo che Tu ci hai creati per la comunione e non per la guerra, per la fraternità e non per la distruzione.

Tu che hai salutato i tuoi discepoli dicendo: “La pace sia con voi“, donaci la tua pace e la forza per renderla reale nella storia.

Oggi eleviamo la nostra supplica per la pace nel mondo, chiedendo che le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo e della diplomazia. Disarma i nostri cuori dall’odio, dal rancore e dall’indifferenza, perché possiamo diventare strumenti di riconciliazione.

Aiutaci a comprendere che la vera sicurezza non nasce dal controllo alimentato dalla paura, ma dalla fiducia, dalla giustizia e dalla solidarietà tra i popoli.

Signore, illumina i leader delle nazioni, affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte,  fermare la corsa agli armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili. Fa’ che la minaccia nucleare non condizioni mai più il futuro dell’umanità.

Spirito Santo, rendici costruttori fedeli e creativi di pace quotidiana nei nostri cuori e nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e nelle nostre città.

Che ogni parola gentile, ogni gesto di riconciliazione e ogni scelta di dialogo siano semi di un mondo nuovo.

Amen.

Trasmissione della S. Messa

Tutte le sante Messe celebrate in Cattedrale (7.30-9.00-10.30-12.00-19.00) vengono sempre trasmesse in streaming da questo sito CLICCA QUI

Si precisa che queste celebrazioni vengono trasmesse in streaming soltanto col fine di favorire la partecipazione di coloro che sono malati o anziani o impediti da motivi gravi. Agli altri si raccomanda la presenza in chiesa.

NEL TEMPO ORDINARIO:

SANTE MESSE

1) Cattedrale di S.Maria Annunziata

Sabato: 19.00

Giorni festivi: Ore 7.30 – 9.00 – 10.30 – 12.00 – 19.00

SS. Messe feriali:

Da lunedì 1° settembre 2025 e per tutto il periodo invernale riprende la celebrazione delle SS. Messe feriali nell’Oratorio della Purità alle ore 7.30 e 19.00.

2) Oratorio della Purità

da Lunedì a venerdì: Ore 7.30 e 19.00

Sabato: Ore 7.30; Ore 17.30 S. Messa in lingua friulana

3) Chiesa di S. Giacomo

Giorni feriali: Ore 10.00  S. Messa  – Ore 10.30 S. Rosario o Adorazione.

Giorni festivi: Le Messe temporaneamente sono celebrate nella Chiesa di S. Pietro martire.

4) Chiesa di S. Pietro martire

Giorni festivi: Sabato ore 17.00 S. Rosario – Ore 17.30 S. Messa.

Domenica: ore 10.00 – Ore 11.30 S. Messa

CONFESSIONI

Lunedì (ore 9:30 – 11:30)Mons. Mariano Linossi
Martedì (ore 9:30 – 11:30)Mons. Davide Larice
Mercoledì (ore 9:30 – 11:30)Padre Cristiano Cavedon
Giovedì (ore 9:30 – 11:30)Mons. Gianni Fuccaro
Venerdì (ore 9:30 – 11:30)Padre Cristiano Cavedon
Sabato (ore 9:30 – 11:30)Mons. Giampaolo d’Agosto
Domenica (ore 7:30 – 8:30 / 9:00 – 10:00)Mons. Luciano Nobile
Lunedì (ore 16:00 – 18:30)Mons. Sandro Piussi
Martedì (ore 16:00 – 18:30)Mons. Mariano Linossi
Mercoledì (ore 16:00 – 18:30)Mons. Giuseppe Peressotti
Giovedì (ore16:00 – 18:30)Mons. Sandro Piussi
Venerdì (ore 16:00 – 18:30)Mons. Giampaolo d’Agosto
Sabato (ore 16:00 – 18:30)Mons. Giuseppe Peressotti
Domenica (ore 18:00 – 19:00)Mons. Luciano Nobile

SOSPESO l’incontro del 19.04 per la concomitanza con la Pasqua del Sordo organizzata dall’ENS d Udine.

SPOSTATA la destinazione dell’incontro del 19.04 al 24.05 che cambia, rimandando l’appuntamento esistente alla prossima programmazione.

Il 6 gennaio scorso papa Leone XIV ha chiuso la porta santa della Basilica di San Pietro, dichiarando concluso il Giubileo della Speranza. L’anno giubilare appena trascorso è stato un tempo di grazia che ha invitato ciascuno a rallentare il passo e a rimettere al centro l’essenziale. È stato un cammino segnato da porte aperte, non solo quelle simboliche, ma soprattutto quelle del cuore, chiamate a lasciar entrare misericordia, riconciliazione e speranza.

Il Giubileo ci ha ricordato che il perdono non è un gesto astratto, ma una scelta quotidiana, spesso faticosa, che libera chi lo riceve e chi lo dona. In un tempo storico segnato da divisioni, incertezze e fragilità, questo anno speciale ha offerto l’occasione di riscoprire il valore dell’ascolto, della pazienza e della solidarietà concreta verso i più deboli. Molti hanno vissuto il Giubileo come un ritorno alle radici della fede, altri come un primo passo o una ripresa dopo un periodo di distanza. Pellegrinaggi, momenti di silenzio, celebrazioni e opere di carità hanno intrecciato la dimensione spirituale con quella quotidiana, ricordandoci che la fede non si esaurisce nei riti, ma si traduce in scelte di vita. Ora che l’anno giubilare si è concluso, la sfida più grande è non disperdere quanto seminato. Il Giubileo non è un punto di arrivo, ma un passaggio: ciò che abbiamo riscoperto — il senso della misericordia, della responsabilità reciproca e della speranza — è chiamato a diventare stile permanente. Solo così l’esperienza giubilare potrà continuare a dare frutto nel tempo, trasformando la vita personale e le nostre comunità.                                                                                                             

(Matteo Carota)

IL NOSTRO GIUBILEO

… per non dimenticare

(a cura di Sebastiano Ribaudo)

SUL MONDO SPLENDE IL SOLE OLTRE LE NUBI

CHIAMATI A DARE SEGNI DI SPERANZA

Viviamo in un tempo in cui molti cuori sono appesantiti dalla fatica, dalla solitudine e dalle incertezze del futuro. Proprio per questo, come cristiani, siamo chiamati più che mai a diventare portatori di speranza.

 Non una speranza vaga o superficiale, ma quella che nasce dalla fede nel Signore risorto, Colui che ha vinto il male e la morte e che continua ad accompagnare la nostra storia. 

Ogni giorno incontriamo persone che forse non chiedono grandi discorsi, ma solo un gesto gentile, uno sguardo accogliente, una parola che faccia sentire che non sono sole.

La speranza cristiana non è un sentimento passeggero, ma una presenza viva che si trasmette attraverso la nostra vita concreta: un ascolto sincero, un aiuto offerto con discrezione, una testimonianza di fiducia anche nelle prove.  Quando, pur nelle difficoltà, continuiamo a credere nell’amore di Dio e lo rendiamo visibile con gesti semplici, diventiamo luce nel buio del mondo.

Il Signore ci invita a non chiuderci nelle nostre preoccupazioni, ma a lasciarci guidare dal suo Spirito per essere segni della sua consolazione.

 Ogni volta che scegliamo di perdonare, incoraggiare, servire, stiamo annunciando che il bene è più forte del male e che la grazia è all’opera anche quando non ce ne accorgiamo.  Non aspettiamo grandi occasioni: la speranza si costruisce nelle piccole fedeltà quotidiane, nel modo in cui trattiamo chi ci vive accanto, nel coraggio di rimanere saldi nella fede anche quando tutto sembra vacillare.

 Il mondo ha bisogno di vedere cristiani che non si arrendono, che sanno mantenersi calmi anche nelle tempeste, perché hanno posto la loro sicurezza in Dio.

 Chiediamo al Signore che ci renda strumenti del suo amore, perché attraverso la nostra vita molti possano ricevere un raggio di luce.

 Sì, siamo chiamati a dare segni di speranza: che questa missione diventi la nostra gioia e il nostro impegno quotidiano. Come ha scritto Papa Benedetto XVI, “chi ha speranza vive diversamente; gli è donata una vita nuova.”(Spe Salvi, 2). La nostra speranza è radicata in Cristo.

                                                                            

(a cura di Matteo Carota)

Il tempo e il dominio dell’uomo su di esso

L’anno sabbatico segue la stessa logica dello shabbat, un’istituzione dell’Antico Testamento essenziale per cogliere l’essenza dell’umanesimo biblico. Porre un sigillo su un giorno della settimana significa aver sottratto il tempo al dominio assoluto degli uomini. Nessuno possiede il tempo. Nella settimana ebraica lo shabbat è il settimo giorno, festivo e consacrato a Dio, nel corso del quale si interrompe ogni lavoro e attività che comportino cosciente trasformazione dell’ordine esistente. Durante un anno giubilare, dovevano essere compiuti con maggiore radicalità i gesti di fraternità umana e cosmica celebrati durante l’anno sabbatico ogni sette anni, ovvero la cessazione dei lavori nei campi, la liberazione degli schiavi e la remissione dei debiti. Infatti, il giubileo ebraico cadeva ogni sette anni sabbatici.

Tornando alla settimana, nel mondo cristiano il sabato è diventato il giorno che precede la festa ed è  ricco di gioia perché si apre alla domenica, caratterizzata non solo dal riposo, ma dall’inizio della settimana che ci ricorda la Resurrezione di Cristo. Non siamo padroni del tempo, che scorre come un fiume: forse siamo padroni o meglio gestori accorti o intelligenti amministratori o semplici consumatori del momento che viviamo, ma il tempo è di Dio. Non c’è virtù umana che possa permetterci di esercitare qualche potere sul tempo, se non quella che il Signore ci regala per vivere il tempo: la speranza. La sapienza ci porta a pregare e a discernere ogni momento come possibilità di vivere con speranza nel tempo.

Il lavoro alla luce della fede

Il lavoro è una parte integrante della vita, perché vi investiamo larga parte del nostro tempo, delle nostre energie e dei nostri pensieri. Per alcuni lavorare è un piacere, per altri è un peso, per altri ancora è una semplice necessità. Alla luce della fede, il lavoro non è soltanto uno strumento d’azione; viene sviluppata la persona del singolo, il quale contribuisce al progresso della società nel suo complesso. Quindi cosa accade quando vediamo il lavoro con lo sguardo della fede, e non con quello della produttività e del dovere? Questa riflessione scaturisce da una domanda molto profonda nella sua semplicità: che significato ha il mio lavoro agli occhi di Dio? La fatica, le frustrazioni e gli incombenti dietro l’angolo, insieme con i rapporti che intrecciamo sul lavoro, possono diventare un punto d’incontro con il Signore? Alla luce della fede, il lavoro è uno spazio in cui coltivare responsabilità, equilibrio, disponibilità, ma anche pazienza, umiltà e speranza. Coltivare la speranza non implica perdere il contatto con la realtà, né tantomeno nutrire un susseguirsi di illusioni: implica essere certi che le giornate più faticose, se vissute con fede, non sono mai sprecate.

Fede e fatturato: una convivenza possibile?

Nel mondo contemporaneo, dove l’efficienza economica e il profitto sembrano dominare ogni aspetto della vita, la domanda se fede e fatturato possano convivere è quanto mai attuale. A prima vista, sembrano appartenere a due mondi inconciliabili: la fede richiama valori come gratuità, giustizia, solidarietà; il fatturato evoca numeri, competizione, profitto. Eppure, una convivenza non solo è possibile, ma può diventare necessaria e virtuosa. L’imprenditore credente non è chiamato a rinunciare al successo economico, ma a vivere l’attività economica come una vocazione, secondo i principi del Vangelo. Il lavoro e l’impresa diventano luoghi in cui si esercita la responsabilità verso i dipendenti, i clienti, l’ambiente. La dottrina sociale della Chiesa parla di un’economia “al servizio dell’uomo”, dove il profitto non è fine a sé stesso ma mezzo per creare valore umano e sociale, che quindi dà agli uomini la speranza di migliorare la propria vita. In definitiva, fede e fatturato possono camminare insieme quando l’etica guida le scelte economiche, e quando l’impresa diventa spazio di fraternità e non solo di produttività. Non è facile, ma è possibile. Ed è ciò di cui oggi la società ha più bisogno.                                                             

Comunicare con fede nel tempo dell’incertezza

Siamo regolarmente trascinati da un flusso continuo di notizie: titoli, video, commenti, analisi. La rapida diffusione delle notizie dà all’informazione un terreno molto fragile in cui la verità è oggetto di contesa, così la fiducia nell’informazione viene meno e a lungo andare la paura viene abitualmente trasmessa non solo nel modo in cui ci informiamo, ma anche in quello in cui comunichiamo, fomentando allarmismo e diffidenza. Comunicare con fede significa scegliere di credere che la parola può costruire ponti, generando fiducia e curando ferite, anche quando il mondo sembra crollarci addosso. Non basta trasmettere notizie, è necessario avere il desiderio di raccontare la verità, dando luce a ciò che viene nascosto.

Comunicare con fede implica dare importanza alla qualità delle informazioni e non limitarsi a scegliere se dire qualcosa o non farlo. Implica rifiutarsi di strumentalizzare la paura e scegliere invece informazioni che costruiscono, educano e promuovono la fiducia e la solidarietà. Anche nel caos mediatico, la fede nella comunicazione, si traduce nella volontà di ascoltare e non solo di parlare.

Comunicare con fede nel tempo dell’incertezza è una sfida continua, oltre a essere una missione fondamentale. Farlo non vuol dire avere tutte le risposte, ma scegliere ogni giorno di fare della comunicazione un atto che costruisce, che cura, che dà spazio alla speranza e alla verità. In un mondo pieno d’incertezze, la fede nella parola diventa un modo per continuare a credere nel suo potere di cambiare il mondo.

Famiglia e fede: un’alleanza sacra

La famiglia è il luogo in cui la vita cresce, nasce e si proietta verso il futuro. Compito della famiglia è la tutela di tradizioni, valori e ricordi trasmessi dai suoi anziani; questo gesto indica che Dio continua a sperare nell’umanità, soprattutto quando i coniugi aspettano la nascita di un figlio. Generare e accogliere la vita è uno degli atti più profondi di speranza. Mettere al mondo un figlio, educarlo, prendersene cura, significa credere nel futuro, nonostante le incertezze del presente.

Pregare insieme, superare le difficoltà quotidiane e perdonarsi sono solo alcuni segni che Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza: in un presente in cui le relazioni sono sempre più fragili, le famiglie che rimangono unite sono una testimonianza viva di speranza che l’amore fedele è ancora possibile. Ogni famiglia che vive secondo il Vangelo anticipa il Regno di Dio nella storia. È una realtà umana che guarda al cielo, rendendo visibile la speranza eterna nella concretezza delle relazioni quotidiane.

Anche in tempi di crisi e trasformazioni sociali, la famiglia rimane un pilastro fondamentale della società, capace di generare non solo vita biologica, ma vita spirituale e morale. Custodirla e sostenerla significa costruire le basi di una società più giusta, fraterna e aperta al futuro.

Servire è governare con il cuore

Cosa c’entra il Giubileo con la politica? Ogni autorità è, in fondo, un servizio. San Paolo scrive ai Romani che “chi governa lo faccia con diligenza” (Rm 12,8), e Gesù stesso lava i piedi ai suoi discepoli per mostrare che governare è servire Gesù ci ha mostrato che il potere vero è proprio quello che si fa servizio e lo ha fatto chinandosi a lavare i piedi dei suoi Apostoli. E San Paolo, nella Lettera ai Romani, ci ricorda: “Chi governa, lo faccia con impegno” (Rm 12,8). Ma aggiungiamo oggi: con speranza. Con la speranza fondata sulla fiducia che Dio opera anche nelle scelte pubbliche, quando sono animate dal desiderio sincero di compiere il bene. Anche governare può essere un atto di speranza. Speranza che il bene comune prevalga sul tornaconto personale, tramite il proprio esempio. Speranza che si possa ancora amministrare con giustizia, trasparenza, passione. Speranza che chi amministra il nostro paese e i nostri enti locali lo faccia accompagnato dalla preghiera di chi crede. In un tempo in cui la fiducia nelle istituzioni sembra affievolirsi, questo Giubileo ci ricorda che governare può essere ancora una vocazione, se vissuta con umiltà e spirito di servizio. Per tutti noi questa è un’occasione per pregare per chi ci amministra, troppo spesso oggetto solo di inutili critiche e polemiche.

Un Giubileo per chi ci guida nella fede

In occasione del Giubileo dei sacerdoti, papa Leone XIV li ha esortati a radicare la loro vita e il loro ministero «in un amore sempre più forte, personale e autentico per Gesù», rimarcando l’importanza di restare immersi nella realtà della vita delle persone, invito rivolto a più riprese anche dal compianto papa Francesco. Il Giubileo li spinge a sentirsi guardati da Dio e salvati dalla Sua misericordia, per poi imparare a guardare con lo stesso sguardo paterno. Questo sguardo sacerdotale non giudica ma accoglie, accompagna e perdona.

In questo Giubileo, siamo chiamati a pregare per i nostri sacerdoti, affinché possano rinvigorire il loro amore personale per Gesù; esercitare uno stile pastorale fatto di misericordia e concretezza, accogliere con cuore paterno ogni fratello e sorella, anche i più smarriti, nonché vivere e testimoniare insieme l’unità della Chiesa. Anche noi fedeli siamo chiamati a sostenere il loro ministero con gratitudine, collaborazione, preghiera e affetto. Ricordiamo ogni giorno che, con tutte le sfide e le responsabilità che comporta, il sacerdozio è un dono che sostiene la vita spirituale della comunità cristiana. Che questo tempo giubilare faccia dono anche a noi del cuore di Cristo, per camminare insieme con i nostri sacerdoti come pellegrini di speranza.

ABBIAMO VISSUTO INSIEME IL GIUBILEO

Carissimi,

giovedì 13 marzo alle 18.30 insieme ai ragazzi ed i loro genitori e nonni abbiamo vissuto il Giubileo presso il santuario della B.V. delle Grazie. Nonostante la pioggia eravamo in tanti anche se non tutti. È stata un’ora di intensità spirituale, preparata dai catechisti della Collaborazione pastorale Udine-centro. Credo che tutti abbiamo colto il senso della speranza cristiana che, come un faro, proietta la luce sul nostro cammino, lo illumina e fa scoprire tanti umili segni della presenza di Gesù in mezzo a noi. Direi emozionante percepire il silenzio dei ragazzi e degli adulti davanti al Crocefisso esposto sul presbiterio del Santuario. Cosa avranno detto questi ragazzi fissando Gesù crocefisso in un momento di intimità con Lui? Non lo sappiamo ma sappiamo che hanno sentito la sua presenza ed hanno con Lui dialogato per alcuni minuti. Vi esorto a leggere l’approfondimento che il giovane Francesco offre oggi su questo foglio domenicale circa il silenzio.

Vivremo un altro momento di Giubileo in forma comunitaria il 10 aprile. Tutti potranno intervenire. Ci troveremo presso il Battistero della Cattedrale alle ore 18.30 per esprimere insieme la nostra fede recitando il Credo di Aquileia poi ci porteremo processionalmente in Cattedrale per l’adorazione del Crocifisso. Quindi celebreremo l’Eucaristia nella chiesa della Purità. Nel mese di maggio ci sarà un’altra occasione per celebrare il Giubileo in forma comunitaria. Ci recheremo al santuario di S. Antonio a Gemona domenica 25 maggio, nel pomeriggio. Comunicherò il programma più dettagliato sul Bollettino parrocchiale di Pasqua e da questo sito. Vi auguro un buon cammino di Quaresima. Ciascuno si regali ogni giorno un momento di silenzio davanti a Dio. D’altronde il tempo è di Dio.

Il Parroco, Mons. Luciano Nobile

Pellegrini di speranza

Il giubileo dei giovani 2025

Del Giubileo dei Giovani reste­rà impressa un’immagine che, ne sono certa, entrerà nella sto­ria: il Papa che, dall’elicottero che lo porta a Tor Vergata, guar­da dall’alto con tenerezza e or­goglio, quasi come un padre, la “sua” gioventù. Più di un milione di ragazzi e ragazze provenien­ti da tutto il mondo, riuniti per pregare insieme a lui, per testi­moniare la speranza. Ma per noi giovani dell’Arcidiocesi di Udine il viaggio è cominciato ben prima di quel momento.

La nostra avventura è iniziata la mattina di lunedì 28 luglio, quan­do in circa trecento tra giovani, accompagnatori, seminaristi e sa­cerdoti siamo partiti alla volta di Roma. Durante il viaggio il pul­lman provavamo un miscuglio di emozioni: entusiasmo, curiosità, ma anche un po’ di timore. Nes­suno di noi sapeva davvero cosa aspettarsi, ma tutti avevamo la sensazione che stessimo andan­do incontro a qualcosa di grande. Quando siamo arrivati, la città ci ha accolti con il suo caos mera­viglioso: le strade piene di gente, il sole che scaldava ogni cosa, e quell’aria vibrante che solo Roma sa avere. Lì ho sentito che l’atte­sa si trasformava in gioia, e che la vera avventura stava iniziando.

Nei giorni successivi abbiamo partecipato alle attività organiz­zate dalla CEI e dall’Arcidiocesi, camminando per Roma tra ba­siliche, musei e piazze. Non era un semplice itinerario turistico, ma un pellegrinaggio. Ogni pas­so aveva un significato, ogni in­contro lasciava un segno. Mi ha colpito molto ascoltare le testi­monianze di altri giovani: c’era chi aveva riscoperto la fede dopo un periodo difficile, chi la stava ancora cercando, chi la viveva nel servizio agli altri. Ho capito che credere non significa avere tutte le risposte, ma avere il coraggio di cercarle insieme.

Venerdì 1 agosto ho vissuto uno dei momenti più intensi di tut­to il viaggio: mi sono confessata nella chiesa delle Catacombe di San Sebastiano. Lì, in quel luo­go silenzioso e pieno di storia, ho sentito nascere dentro di me una pace nuova. È stato come alleggerirmi da tutto ciò che mi pesava, per essere pronta ad ac­cogliere pienamente ciò che mi aspettava a Tor Vergata.

Il giorno più forte, quello che re­sterà per sempre nel mio cuore, è stato sabato 2 agosto. L’arrivo a Tor Vergata per la grande Ve­glia con Papa Leone XIV è stato un momento indescrivibile. C’e­rano bandiere che sventolavano da ogni parte del mondo, canti in decine di lingue diverse, abbracci spontanei tra scono­sciuti che si sentivano fratelli. Quando il Papa ha parla­to di noi come “pellegrini di speranza”, tema di tutto il Giubileo, ho sentito che quelle parole mi apparteneva­no. “È Gesù che sognate quando cercate la felicità”, ha detto. In quel momento ho capito che la speranza non è aspettare che qualcosa cambi da solo, ma scegliere ogni giorno di credere nella vita, anche quando fa male, an­che quando sembra impossibile.

Quella notte abbiamo dormito all’aperto, sotto un cielo pieno di stelle e, per qualche minuto, anche sotto la piog­gia. Faceva caldo, poi freddo, ma nessuno si è lamentato. Sdraiata nel mio sacco a pelo, ho pensato a quanto mi sentissi diversa rispetto a quando ero partita: più serena, più consapevole, più grata. Attorno a me c’erano ragaz­zi che ormai consideravo amici. Non importava da dove venissimo, parlavamo la stessa lingua: quella della fede, della speranza, della gioia di esserci.

La mattina dopo, durante la Messa conclusiva, l’emo­zione è stata travolgente. Vedere migliaia di giovani che pregavano insieme, che si abbracciavano, che cantavano con le lacrime agli occhi, mi ha fatto capire che la Chie­sa è viva, e che ne faccio parte anch’io. Non è qualco­sa di lontano o astratto, ma una famiglia che cammina unita, nonostante le differenze e le fragilità. Durante il viaggio di ritorno, nel silenzio del pullman, ho ripensato a tutto. A quanto avevo temuto all’inizio e a quanto invece ho ricevuto. Por­to con me i volti, i sorrisi, le pa­role del Papa, ma soprattutto una nuova consapevolezza: la fede non è fatta di grandi gesti, ma di piccoli passi quotidiani. Essere “pellegrina di speranza” signifi­ca non smettere mai di cercare il bene, anche quando costa fati­ca; significa guardare avanti con fiducia, credendo che Dio opera anche nei dettagli, nelle fragilità, nelle relazioni vere.Oggi, ogni volta che ripenso a Roma, sen­to ancora quella pace che mi ha attraversata. E capisco che quel viaggio non è finito: continua dentro di me, ogni giorno, nei ge­sti semplici, nei sorrisi che scel­go di donare, nei sogni che non voglio smettere di inseguire. Per­ché, come ci ha ricordato il Papa, “la speranza è più forte di ogni paura”. E io voglio camminare portandola con me, passo dopo passo.

(Cristina Fogliarini)

Una missione giubilare a Udine

testimonianza dei missionari vincenziani

Era dal 1985 che la città di Udine non vedeva una missione popolare sul suo territorio. Si deve all’intui­zione del parroco della cattedrale, Mons. Luciano No­bile, la realizzazione di una settimana di animazione missionaria nella sua parrocchia, per la cui conduzio­ne ha invitato noi missionari vincenziani di Udine. L’occasione di questa iniziativa è stata la riapertura della pieve di S. Maria di Castello, la chiesa più antica di Udine, riportata alla sua semplice e al tempo stesso elegante bellezza, dopo otto anni di restauri.

Dal 28 settembre al 5 ottobre, i vincenziani di Udi­ne si sono così dedicati ad una missione popolare, l’apostolato primigenio della loro casa fin dalla sua fondazione nel 1750. I padri della comunità di Udine, con il supporto prezioso di un confratello della casa di Torino, hanno animato la celebrazione della San­ta Messa, del Rosario e dell’Adorazione Eucaristica nelle quattro chiese principali della parrocchia. Molti fedeli si sono accostati al Sacramento della Riconci­liazione e molti altri hanno partecipato ai momenti di incontro e di preghiera (per i collaboratori pastorali, per le persone anziane nel Sacramento dell’Unzione degli Infermi) con interesse e anche con un pizzico di curiosità perché la presenza di noi missionari èstata discreta e priva di fasti o di protagonismo.

La settimana missionaria ha visto la sua conclusio­ne con una partecipata processione dalla restaurata chiesa di S. Maria di Castello alla cattedrale, dove l’arcivescovo Mons. Riccardo Lamba ha presieduto la solenne Eucaristia.

Cuore dell’esperienza missionaria sono state le vi­site casa per casa, o meglio condominio per con­dominio. Sappiamo quanto non sia facile trovare la forza di suonare un campanello e rischiare di essere presi a male parole o forse peggio nell’indifferenza dei nostri tempi; eppure le molte persone che atten­devano la visita e quelle che, sorprese, hanno aper­to il proprio “fogolâr” ci hanno ripagato della fatica di salire e scendere le scale o di percorrere strade e vicoli del centro cittadino. Alcuni incontri e la be­nedizione portata alle famiglie visitate rimarranno non tanto nei ricordi personali ma come espressione del nostro carisma missionario, vissuto nel cercare di portare o riportare Cristo nel cuore degli uomini.

Una nuova pagina è ora scritta nel nostro Libro del­le Missioni: nutriamo la speranza che altre verranno riempite in futuro, a Dio piacendo. Da parte nostra, saremo ben contenti di poter “riannodare” i fili di una tradizione plurisecolare, che ha visto nel Friuli genera­zioni di missionari vincenziani spendersi con dedizio­ne in questo ministero di evangelizzazione e di carità.

A Mons. Luciano, ai suoi collaboratori pastorali, a tutti quelli hanno reso possibile questa bella iniziativa pa­storale va tutta la nostra riconoscenza e gratitudine.

(La comunità vincenziana di Udine)

Con cuore ferito dalle guerre e dalle ingiustizie, noi, donne e uomini di ogni popolo, proclamiamo che la pace è il bene supremo dell’umanità e responsabilità di ciascuno.

Dieci Principi e Impegni

1. Ogni vita è sacra.

Riconosciamo la dignità inviolabile di ogni persona: la pace nasce dal rispetto reciproco.

2. Taccia il fragore delle armi.

Solo il dialogo può aprire la via alla giustizia e alla riconciliazione tra i popoli.

3. Disarmare il cuore.

Non vi è pace senza liberarsi da odio, vendetta e indifferenza.

4. Educare alla nonviolenza.

Scuole, famiglie e comunità diventino laboratori di ascolto, cooperazione e solidarietà.

5. Giustizia sociale come fondamento.

La lotta contro la povertà, le disuguaglianze e le oppressioni è seme di pace duratura.

6. Solidarietà tra i popoli.

Nessuno si salva da solo: la pace cresce solo se condivisa, oltre i confini e le appartenenze.

7. Custodia della Terra.

La pace con la natura è condizione della pace tra gli esseri umani.

8. Memoria delle vittime.

I volti di chi ha sofferto la guerra restano per noi monito e responsabilità: mai più.

9. Responsabilità personale e comunitaria.

Ogni gesto quotidiano, dal linguaggio alle scelte economiche, può costruire o distruggere la pace.

10. Visione di fraternità universale.

La pace non è solo assenza di guerra, ma pienezza di vita, giustizia e speranza condivisa.

Dichiarazione finale

La pace è possibile. La pace è necessaria. La pace comincia da noi.

                                                   (A cura di Sebastiano Ribaudo)

Signore Dio di pace, ascolta la nostra supplica!

Abbiamo provato tante volte e per tanti anni a risolvere i nostri conflitti con le nostre forze e anche con le nostre armi; tanti momenti di ostilità e di oscurità; tanto sangue versato; tante vite spezzate; tante speranze seppellite … Ma i nostri sforzi sono stati vani. Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace.

Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”; “con la guerra tutto è distrut-to!”. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Signore, Dio di Abramo e dei Profeti, Dio Amore che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace; donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino.

Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono. Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace.

E che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra! Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre “fratello”, e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam! Amen. (Papa Francesco).

Uno spazio di speranza per la comunità di San Martín

Vogliamo aiutare la Diocesi di San Martín, nella periferia di Buenos Aires, capitale dell’Argentina, nella ricostruzione della Cappella Nuestra Señora del Pilar: uno spazio che sarà punto di riferimento per la comunità, centro di ascolto, luogo di carità e per la celebrazione della liturgia.

Le offerte si depongono nella cassetta: “Un pane per amor di Dio”.