Quando l’orizzonte si fa corto

Vi sarete chiesti o vi avranno chiesto: cosa può dare senso e significato alla vita quando l’orizzonte si fa corto e il presente diventa l’unico tempo davvero abitabile?_ 

Penso che la risposta stia innanzitutto in un cambiamento di scala – non nel rinunciare al significato, ma nel cercarlo in luoghi diversi da quelli che la cultura moderna tende a valorizzare. Una cultura che misura tutto in termini di produttività, progetto, futuro. Ma il senso non ha bisogno del futuro per esistere.

Le relazioni affettive diventano, in età avanzata, il terreno più fertile. Non le relazioni utili o socialmente necessarie, ma quelle vere: i nipoti, gli amici di lunga data, persino nuove amicizie inaspettate. La capacità di essere presenti per qualcuno è un dono che non si consuma con l’età. Anzi, spesso si affina.

C’è poi la trasmissione – passare qualcosa alle generazioni successive: un sapere, una storia, un modo di guardare il mondo. Non come insegnamento cattedratico, ma come testimonianza viva. “Io ho vissuto, e ho imparato questo.” È una forma di continuità che trascende il tempo individuale, un filo che continua oltre di noi.

In età avanzata diventa anche possibile qualcosa che la frenesia della vita attiva spesso impedisce: la contemplazione. Da giovani si fa; da anziani si può finalmente vedere. La bellezza di un tramonto, di una musica, di un libro riletto con occhi diversi. L’attenzione che si dà alle piccole cose diventa essa stessa un atto di gratitudine verso l’esistenza. 

E poi c’è la riconciliazione – con sé stessi, con le proprie scelte, con ciò che non è andato come si sperava. Non rassegnazione, ma qualcosa di più maturo: l’accettazione che una vita intera, con tutte le sue contraddizioni, ha comunque avuto un valore. Erik Erikson chiamava questa sfida dell’ultima stagione della vita il confronto tra integrità e disperazione. Chi riesce a guardare indietro e riconoscere che la propria vita aveva una forma – non perfetta, ma autentica – trova una pace che è essa stessa pienezza.

Il cristianesimo, su tutto questo, ha qualcosa di specifico e potente da dire.

Al cuore del messaggio evangelico c’è un’idea radicale: il valore di una persona non dipende da ciò che produce o progetta, ma da ciò che è. “Sei amato” – non perché sei utile, non perché hai ancora un lungo futuro davanti, ma semplicemente perché esisti. È una risposta diretta, quasi chirurgica, all’angoscia moderna della produttività perduta.

Il Vangelo insiste che Dio si incontra adesso, non in un futuro ipotetico. “Non affannatevi per il domani” dice Gesù nel Discorso della Montagna. In età avanzata queste parole smettono di essere un consiglio astratto e diventano quasi una descrizione della realtà. L’orizzonte corto, come è stato  definito,   può diventare paradossalmente un’apertura verso il verticale – verso la profondità invece che verso la lunghezza. Non meno spazio, ma uno spazio diverso. 

La tradizione ebraico-cristiana custodisce inoltre qualcosa che la cultura contemporanea ha quasi del tutto dimenticato: la dignità specifica della vecchiaia. Gli anziani nella Bibbia sono i portatori di memoria, i testimoni. Il libro dei Proverbi dice che i capelli bianchi sono “una corona di gloria”. Non declino, ma compimento.

Il contributo più originale del cristianesimo rimane però la questione della morte. Non tolta di mezzo con una consolazione ingenua, ma privata della sua assolutezza. Se la vita non finisce nel nulla, allora ogni momento vissuto – anche nel tempo della fragilità – acquista un peso che va oltre se stesso. Ci si avvicina a qualcosa, non ci si allontana da tutto. S. Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. In vecchiaia quell’inquietudine può finalmente placarsi, non per stanchezza, ma per approssimazione.

E anche quando il corpo non permette più molto, rimane la preghiera – intesa come attenzione, ascolto, gratitudine silenziosa. I contemplativi cristiani direbbero che non è poco. È forse il massimo. Il paradosso più bello è questo: il cristianesimo offre un linguaggio in cui la fragilità non è una sconfitta. La croce stessa – il simbolo centrale della fede – è il punto in cui il significato emerge proprio là dove tutto sembra perduto. Per chi è anziano e credente, questo non è una metafora lontana. È quasi una biografia.

E forse il segreto ultimo, al di là di ogni tradizione, sta nella capacità di meravigliarsi ancora – di conservare la curiosità, lo stupore, l’interesse per le cose. Chi la mantiene non perde mai davvero il filo del senso. Perché il senso non si trova altrove. Si riconosce  in ciò che si è vissuto, in ciò che si è ancora capaci di sentire, in ciò che, misteriosamente, ci precede e ci attende.

(Sebastiano Ribaudo)

UNA FEDE CHE TRASFORMA LA VITA

Un cristiano si contraddistingue principalmente per la fede in Gesù Cristo, l’impegno a vivere secondo il suo insegnamento e la presenza di un amore altruistico e concreto verso il prossimo.

Per comprendere meglio cosa significhi essere cristiani e come questa identità si traduca nella vita di ogni giorno, possiamo considerare alcuni aspetti fondamentali della fede e della testimonianza.

Identità e fede

La caratteristica fondante di un cristiano è la relazione personale con Cristo che ci ha amati per primo e ci ha scelti e noi ci lasciamo amare da Lui. Non  si tratta semplicemente di aderire ad alcune regole o di partecipare a riti religiosi, ma di avere una fede viva in Gesù risorto, riconoscendolo come Figlio di Dio e Salvatore personale di tutti. Questa fede produce una trasformazione della vita, che si manifesta in scelte, pensieri e atteggiamenti continuamente rinnovati dalla partecipazione alla S. Messa che è il sostegno della nostra vita cristiana.

Espressione quotidiana

Un cristiano autentico cerca di armonizzare la propria vita con la Parola di Dio e la volontà divina: esprime giustizia, pazienza, umiltà, onestà e altruismo in ogni ambito, sia nella famiglia sia nella società. Il cristiano si distingue per la capacità di perdonare, aiutare chi è in difficoltà, essere sincero e servire senza secondi fini. I suoi atti sono guidati dall’amore e dalla ricerca del bene altrui.

Dimensione interiore e testimonianza

La differenza tra il semplice rappresenta una caratteristica essenziale. Non basta, infatti, conoscere o praticare esteriormente la religione: ciò che distingue il cristiano è la fedeltà interiore e la disponibilità a lasciarsi cambiare da Dio.

“Voi Un cristiano non si lascia condizionare dalle mode o dallo “spirito del tempo”, ma vive secondo i principi del Vangelo, anche se questi sono controcorrente rispetto alla mentalità diffusa. La libertà dalle inclinazioni egoistiche e dalla ricerca del consenso sociale è segno distintivo della maturità cristiana. 

Libertà e autonomia spirituale

cuore l’invito di Gesù, che illumina il senso profondo dell’essere cristiani:

Sintesi

• Fede in Gesù Cristo come Signore e Salvatore di tutti.

• Vita rinnovata e coerente con il Vangelo, sostenuta dai sacramenti.

• Amore verso il prossimo e capacità di perdonare.

• Libertà interiore, indipendenza dal giudizio del mondo.

• Testimonianza concreta della propria fede con le opere 

Conclusione

Essere cristiani non è una condizione acquisita una volta per tutte, ma un cammino quotidiano di fede, conversione e amore. In un mondo che spesso esalta l’apparenza, il successo e l’individualismo, il vero discepolo di Cristo sceglie la via della semplicità e del dono di sé. Il cristiano autentico non cerca di distinguersi con le parole, ma con la coerenza e la luce delle proprie azioni.

Ogni gesto di perdono, ogni atto di servizio, ogni scelta guidata dall’amore diventa allora una piccola testimonianza del Vangelo vivente. Solo così la fede smette di essere un’idea astratta e si fa vita che illumina e rinnova il mondo. A conclusione di questo cammino di riflessione, lasciamo che risuoni nel siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte.” (Matteo 5,14)

Sebastiano Ribaudo

È  ACCADUTA UNA COSA BELLA

Carissimi fedeli,

                        è grande questa festa, ci dà la sensazione di una nuova creazione, di una pienezza di gioia che inonda le nostre comunità che celebrano la discesa dello Spirito di Dio che ci impregna di amore, di quell’amore che Gesù ci ha manifestato nel giorno di Pasqua e che ogni domenica noi accogliamo vivendo il mistero della S. Messa. Ma questa cosa bella che accade ogni anno genera cose buone. Una settantina di persone adulte si sono preparate a ricevere il dono dello Spirito attraverso l’imposizione delle mani dell’Arcivescovo, la preghiera e la crismazione. Chi accoglie lo Spirito viene consacrato a Dio, non per se stesso ma in vista di una missione: essere profeta per interpretare la storia alla luce della Parola di Dio, essere sacerdote per offrire a Dio il culto con la propria vita cristiana nella S. Messa assieme al pane e al vino, essere pastore nel senso di assumersi le responsabilità che la vita presenta. I cresimati assumono questa triplice missione di Cristo.

 Su questo foglio viene comunicata oggi la iniziativa del “Premio dei Santi Patroni: Cuore solidale”. Direi che questa iniziativa torni opportuna proprio oggi come un dono, poiché, in mezzo a tante tristi notizie anche di questi giorni, ci viene comunicata una notizia bella. Ci sono tante persone che nascondono in se stesse un cuore solidale che si esprime in dedizione prolungata, esemplare, che cambia il mondo. È cosa buona segnalare, porre in evidenza, pubblicare il bene che esiste nel nostro mondo. È un segno di speranza.  È una presa di coscienza che

ci rallegra. Il Premio cui ho accennato ha questa finalità. Ringraziamo lo Spirito Santo che suscita tanto bene nel mondo e diventa una prova della sua presenza costante e del suo operare nei cuori che diventano sempre più solidali. E questa è la garanzia della  presenza del Regno di Dio nel nostro mondo.

Buona festa di Pentecoste.           

Il Parroco don Luciano.

Vieni, o Spirito creatore

Vieni, o Spirito creatore,

visita le nostre menti,

riempi della tua grazia i cuori che hai creato.

O dolce consolatore, dono del Padre altissimo, acqua viva, fuoco, amore, santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio, promesso dal Salvatore, irradia i tuoi sette doni, suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore; sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico, reca in dono la pace, la tua guida invincibile ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo Amore.

Amen

                                             

Carissimi parrocchiani,

domenica scorsa abbiamo celebrato una festa, bella, raccolta, ricca di sentimenti, rivedendoci bambini attorno all’altare, come i fanciulli/e che hanno partecipato alla Messa della loro Prima Comunione. Tutti nutriamo la speranza che, crescendo, questi figli possano essere continuamente corroborati dall’ Eucaristia e vivano la testimonianza della vita di Cristo, aiutati anche dalle loro famiglie e dalla comunità. È lunedì notte e sono appena tornato dal seminario di Castellerio ove si è tenuto un incontro diocesano per discutere sui progetti, sulle collaborazioni pastorali vissute nell’amore reciproco “perché il mondo creda”, accogliendo la Parola di Dio. Anche se è tardi, apro il piccolo Messale che tengo in casa e leggo il Vangelo che tutti abbiamo sentito oggi. E ho fatto qualche riflessione che nuovamente propongo a me e a voi perché non ci agitiamo ma nuotiamo nel mare della vita personale e comunitaria con serenità. Gesù ascende al cielo e affida una missione: «Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli» (Mt28,19). Ieri si è fidato dei suoi apostoli, entusiasti e fragili, pronti a promettere: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. (Mt 26,35) Così Pietro. Ma così anche gli altri ma l’evangelista nota: “Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56). Non mi pare siano stati tanto coraggiosi, gli apostoli, inizialmente. Non sono stati all’altezza della loro vocazione e della situazione. Questo non mi scandalizza, anzi mi conforta.
Li comprendo. Sempre più mi accorgo che il cristianesimo è un paradosso.
Dio si è fidato di “questi apostoli” un tempo e oggi si fida di me, di te, di tutti noi e ci manda nel mondo. Noi progettiamo, giustamente, per non battere inutilmente l’aria. Ma non siamo superuomini che vanno a manifestare il loro coraggio. Siamo “vasi di creta, di terra”. Non possiamo far nulla da noi stessi. Dipendiamo dallo Spirito che Gesù ci ha promesso.
La nostra fede, simboleggiata da questa donna che fissa lo sguardo su Cristo che sale al cielo, dipinta dal Louis Dorigy sulla parte destra dell’abside della nostra cattedrale, è la luce che sostiene la nostra perenne attesa dello Spirito che, invocato, sempre viene a dare fecondità alla nostra umile parola, alla nostra sincera testimonianza di vita, perfino alle nostre paure e
contraddizioni trasformate dalla sua forza, ai nostri fallimenti che ci rendono umili e fanno spazio a Lui che ci consola e difende.
Così ogni nostro servizio, prestato con umiltà nel nostro stato di vita, con la sua potenza può diventare testimonianza feconda di bene, produce la pace, attira alla fede, diffonde amore e genera speranza.
Un cordiale saluto a tutti e l’augurio che la prossima Domenica di Pentecoste lo Spirito Santo scenda su tutti e rinnovi la nostra vita.
Don Luciano, parroco

MESE DI MAGGIO

L’eternità dell’amore: tra poesia e fede

“L’amore è una forma di eternità. È ciò che ci salva dal tempo e dall’oblio.”

In questa frase attribuita a Alda Merini si condensa un’intuizione profonda: l’essere umano, pur immerso nel fluire del tempo, fa esperienza di qualcosa che sembra sottrarsi alla sua legge. Il tempo consuma, trasforma, dissolve; l’oblio cancella anche ciò che il tempo risparmia. Eppure, nell’amore, qualcosa resiste. Questa idea affonda le sue radici già nella filosofia antica. Platone, nel Simposio, descrive l’amore come desiderio di immortalità: l’uomo, consapevole della propria finitezza, cerca di partecipare all’eterno attraverso ciò che genera e attraverso i legami che costruisce. Amare significa allora oltrepassare i confini del proprio io e inscriversi in una continuità più ampia. Con Søren Kierkegaard, l’amore diventa una scelta che si rinnova nel tempo e proprio per questo lo trascende. Non è l’istante emotivo a renderlo eterno, ma la fedeltà che lo sostiene. In questa prospettiva, l’amore autentico non subisce il tempo: lo attraversa e lo trasfigura. Anche Henri Bergson aiuta a comprendere questa esperienza distinguendo tra il tempo misurabile e la “durata” vissuta. Nell’amore, il tempo non si conta più: si intensifica. Un attimo può contenere un’intera vita, perché ciò che conta non è la quantità, ma la qualità dell’esperienza.

A questo orizzonte filosofico si affianca, in modo sorprendentemente armonico, la visione cristiana. Nella prospettiva del Vangelo, l’amore non è soltanto una tensione verso l’eterno, ma una partecipazione all’eterno stesso. Nel Vangelo secondo Giovanni si legge infatti che “Dio è amore”: l’eternità non è un tempo infinito, ma una relazione viva, una comunione. Per San Paolo, l’amore è l’unica realtà che non passa: tutto il resto è destinato a cadere, ma la carità “non avrà mai fine”. Qui l’intuizione di Merini trova un’eco ancora più radicale: l’amore non solo lascia tracce nel tempo, ma è ciò che sopravvive al tempo stesso.

Anche Sant’Agostino vede nell’amore il principio che unifica e salva l’esistenza dalla dispersione. Il tempo, per lui, è frammentazione e inquietudine; l’amore, invece, raccoglie, dà senso, orienta verso ciò che non passa. Amare significa già cominciare a dimorare in ciò che è eterno.

Così, tra poesia, filosofia e fede, emerge una stessa verità sotto forme diverse: l’amore non elimina la finitezza umana, ma la trasfigura. Per Merini, esso salva dall’oblio lasciando trac ce indelebili nel cristia nesimo, salva persino dalla morte, perché ciò  è eterno.

(Sebastiano Ribaudo)

Carissimi,             

abbiamo intrapreso il cammino del tempo pasquale, un tempo di gioia per la resurrezione di Cristo, un tempo di dolore per le guerre in atto, un tempo in cui rafforzare la speranza. La forza di camminare e sperare ci viene dal Risorto. A Lui il nostro ringraziamento ma anche a tutti coloro che in diversi modi collaborano all’ unità tra i popoli, gettando semi di bontà, di misericordia e di perdono nei solchi della nostra storia. Tutti possiamo essere seminatori di bontà con gesti che fanno parte di una normale vita cristiana e profumano di vita nuova.

Ringrazio i sacerdoti che, in preparazione della Pasqua, si sono prestati per il servizio delle Confessioni, i sagrestani, i Pueri et Juvenes cantores, la Cappella Musicale, i ministri della Comunione Eucaristica, i lettori, tutti coloro che hanno collaborato per rendere solenni e partecipate le liturgie di Pasqua.

Accogliamo l’invito del Papa a pregare per la pace. Ricordiamo anche tutti i bambini che nel tempo pasquale vengono battezzati ed entrano a far parte della chiesa, i fanciulli che oggi celebrano la festa del perdono poiché si sono accostati in questi giorni al sacramento della riconciliazione, ai ragazzi che il 10 maggio parteciperanno alla S. Messa della Prima Comunione Eucaristica. Si avvicina ormai il mese di maggio, tradizionalmente dedicato alla B. V. Maria. Siamo invitati a recitare il S. Rosario per la pace nel mondo. Possiamo aiutarci anche con i mezzi di comunicazione (radio Maria, TV 2000…) oltre che partecipare al Rosario che viene recitato in chiesa. Il 24 maggio celebreremo la solennità di Pentecoste e verranno cresimati tanti adulti che si sono preparati ad accogliere lo Spirito santo e a testimoniare con coraggio il Signore con la loro vita.

Il 7 giugno, “Corpus Domini”, avrà luogo anche la processione Eucaristica lungo le strade della nostra città. Sono momenti di spiritualità che vivremo insieme.

Non mi resta che augurare a tutti un buon cammino.

Il Parroco don Luciano.

Sembra non sia stata insensibile la natura di fronte alla grande manifestazione della gloria di Dio
apparsa sulla croce nella persona del suo Figlio Gesù. Questa gloria è l’amore infinito di chi dà la
vita per tutti, amici e nemici. È la vittoria sulla morte e sul male, riportata da Cristo con la sua
Risurrezione. Contempliamo questa gloria che ci coinvolge liturgicamente nel Triduo Pasquale.
“La terra si scosse” anche quel 6 maggio 1976, come in quel venerdì pomeriggio. Chi ha vissuto il
terremoto sa. Tutti lo possono conoscere attraverso i racconti e le foto. Il Friuli in croce ha mostrato
le sue ferite e le sue piaghe. Oltre 1000 morti, paesi distrutti, ridotti a macerie, comunità disgregate
e disperse. E il mondo, che ha visto tramite la TV, ha partecipato al dolore e alla ricostruzione delle
fabbriche, delle case e delle chiese. In primis si sono offerte le chiese sorelle d’Italia. Ma il Friuli,
dopo un primo inevitabile smarrimento si è rimboccato le maniche. Il 15 settembre un altro
scossone lo mise di nuovo in ginocchio. Non si diede per vinto e ora nella memoria rimane il
“modello Friuli” come esempio di risposta per altre esperienze di calamità naturali. Nei primi giorni
di maggio ricorderemo il 50° anniversario di quella catastrofe anche per rivivere quel tempo di
croce e di amore coraggioso e condiviso. Ricostruiti i paesi, più faticosa è stata ed è la ricostruzione
delle relazioni tra le persone nelle comunità. Ed è su questo che vogliamo riflettere per riprendere
oggi con maggiore alacrità la vita comunitaria, che ha bisogno di ricompattarsi e riaprirsi per
ricostruire il tessuto sociale sfilacciato, per rafforzare le vita cristiana e guardare con speranza verso
il futuro.
L’esperienza del terremoto è oggi presente in un territorio più vasto. Apriamo il giornale,
accendiamo la TV. Il terremoto non sale dalle profondità della terra per leggi naturali ma piove dal
cielo per la sete di potere, di ricchezza, di cattiveria, per rivalsa, vendetta, odio, guerre. E le case,
sventrate, diventano macerie: Gaza, Ucraina, Russia, Medio Oriente, Sudan, Myanmar e si potrebbe
continuare. Ci sentiamo impotenti come i Friulani nella notte del sisma. Che fare? Dove andare?
Cosa è successo? Perché? Come mai la guerra? Chi l’avrebbe pensato? Tante domande, con o senza
risposte. Incapaci di trovare soluzioni efficaci. Ci resta l’unica nostra forza: la preghiera unanime e
accorata per la pace.
Al tempo del nostro terremoto ho letto sul giornale locale, di un uomo che al mattino seguente,
vedendo sorgere il sole che illuminava la realtà della tragedia, ha detto: ”Il mondo non è finito,
siamo ancora vivi”. Un barlume di speranza. Era seguito un tempo di scoraggiamento, breve, poi il
popolo friulano, aiutato dall’Italia e non solo, si è rialzato e ha ripreso con entusiasmo il suo
cammino.
Oggi prendiamo coscienza che il terremoto tra i popoli continua ancora: guerre, distruzione, paura,
disperazione. Davvero la storia è maestra di vita ma ha pochi alunni. Vorremmo metterci tra questi
scolari per dire a tutti che la speranza di un mondo migliore è sempre possibile. Anche la chiesa che
vive nel mondo è coinvolta in questo terremoto. Vediamo chiese distrutte per odio, per cattiveria,
per ideologia, per noncuranza, per mancanza di cristiani che le frequentino. Si riducono a mucchi di
macerie o prendono altre destinazioni. Le comunità cristiane stesse in occidente soffrono per
l’indifferenza di molti. Ci rassegniamo? Certamente no.
“Le pietre si spezzarono”

Abbiamo l’umile coraggio di uscire allo scoperto nel mondo per portare la bella notizia, per dare
risposta alle domande essenziali della vita. Tante pietre vive sono sbrecciate o spezzate ma
possiamo ancora contare sulla “pietra angolare”, la roccia che è indistruttibile, dalla quale sgorga
ancora l’acqua viva, dalla quale prende misura la nostra casa che è la chiesa: si può ampliare, si
deve tenere la porta aperta, per ospitare le persone che vengono tra noi. È ancora buio nella nostra
società. Non sappiamo quando sarà giorno pieno. Sappiamo però che l’alba è già spuntata.
La potenza di Dio ha rotolato la pietra del sepolcro. Cristo è risorto! Ha vinto la morte. Andiamo
insieme a cercarlo. Andiamo con Maria Maddalena che ama Gesù di un amore tenero e concreto,
vuole prendersi cura del corpo di Lui. Anche tante persone che non conoscono Cristo hanno
compassione per i sofferenti e li curano. Hanno una patrona, senza saperlo: Maria Maddalena.
Andiamo a cercare Gesù, con Giovanni. L’amore per Gesù gli fa vedere. Cosa? Vede la vittoria
dell’amore. E crede. Andiamo a cercare Gesù, con Pietro. Ha un peso sul cuore. Ha tradito l’amico.
Gesù con uno sguardo di misericordia gli scioglie il nodo che sente in gola, con il dono delle
lacrime. Gli fa comprendere, dopo la resurrezione, che non ha perso la fiducia in lui. Stiamo accanto
a tutti i falliti, a coloro che sentono il peso dei peccati e insieme condividiamo il perdono di Gesù.
Che risorgendo ci ha fatto il dono che ci fa risorgere oggi e domani. In questa chiesa, peccatrice e
santa, che cerca, che ama, che condivide la vita, troviamo il Salvatore, siamo sorretti da lui nel
nostro cammino, facciamo l’esperienza della resurrezione e annunciamo la bella notizia della sua
presenza costante in mezzo a noi.
Anche a nome dei miei confratelli e degli operatori pastorali della catechesi, della liturgia, della
carità e a tutti i collaboratori, auguro un buon incontro col Risorto!


Il Parroco
Mons. Luciano Nobile

PERDONARE ED ESSERE PERDONATI

Un campo sterminato di rovine è la memoria:

nulla che non fosse male mi rimase estraneo.

Ma fierezza mi conforta fino a credere che mi perdonerà.

                                                   (Turoldo)

Di solito facciamo fatica a perdonare, come facciamo fatica a dimenticare il male che ci viene fatto. Ma prima di tutto dovremmo riflettere sul fatto che il male esiste, sia in noi sia negli altri. Il male è dentro di noi: “non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mc 7,15).

Aver coscienza e umiltà nel riconoscere il male dentro di noi, è un momento importante e necessario per renderci capaci di chiedere o di concedere il perdono.

Non si tratta di un sentimento, di buona volontà, e nemmeno di debolezza. Si tratta di un atto di fede: perdonare agli altri significa credere che chi mi ha fatto del male può cambiare solo se si sentirà perdonato, chiedere perdono significa avere fiducia e speranza di riuscire a cambiare il nostro male in bene. Perché qualcosa ci impedisce di essere uomini e donne che perdonano e sono perdonati?

Perché confrontiamo il nostro piccolo bene con il male che vediamo negli altri, perché non siamo capaci di vedere il nostro male, perché non pensiamo che il perdono sia un dono, ma crediamo sia un diritto, una giustizia; perché siamo legati al passato e non riusciamo ad essere persone libere capaci di vedere e di vivere il futuro; perché facciamo fatica a riconoscere che i nostri gesti o le nostre parole causano sofferenze; perché non siamo capaci di perdonare noi stessi.

Il perdono è anzitutto un dono. Un dono che ci viene anzitutto da Dio, un Dio che è morto per noi, un Dio che risuscita per noi, un Dio che nonostante i nostri mali non cessa di amarci, un Dio che non pone limiti al perdono. Un perdono che diventa modello e un invito anche per il nostro perdono nei confronti dei fratelli. Un perdono che dona sempre vita. Questo è lo stile di Dio.

Offre un perdono che noi non possiamo esigere, ma in cui crediamo perché viene da Gesù Cristo che ha preso su di sé il male del mondo. Non è quindi un’impresa personale, ma una risposta alla Grazia, un “sì” all’amore di Dio che non si arrende mai. Un perdono che ci chiama e ci offre una vita nuova. Il perdono poi non è mai solo personale, ma ha una dimensione comunitaria. Il perdonare e l’essere perdonati non fa bene solo a noi, ma fa bene a tutti. È un bene che coinvolge le nostre comunità e diventa visibile. Dal perdono nasce una vita nuova che si apre alla speranza e alla testimonianza. Così nella Chiesa dei perdonati si costruisce un mondo nuovo. Ecco perché il perdono di Dio è ciò di cui tutti abbiamo bisogno, ed è il segno più grande della sua misericordia. Un dono che ogni peccatore perdonato è chiamato a condividere con ogni fratello e sorella che incontra (papa Francesco).

                                                                         P. Cristiano Cavedon,  Assistente spirituale degli universitari

PREPARIAMOCI INSIEME AL DONO PASQUALE

Mercoledì santo 1° aprile ore 18.00

Liturgia penitenziale in cattedrale

IN CAMMINO
VERSO LA CELEBRAZIONE
DEL SACRAMENTO
DELLA RICONCILIAZIONE
Gesù dona la luce
che illumina la vita.
Riconosciamo di essere ciechi?
Ci lasciamo aprire gli occhi da Gesù?

L’AMICIZIA: UN CAMMINO CHE ATTRAVERSA LA STORIA DELL’UOMO

L’amicizia: un cammino che attraversa la storia dell’uomo

1. Alle origini: l’amicizia come bisogno umano fondamentale

Fin dalle origini della civiltà, l’uomo ha compreso che non può vivere da solo. L’amicizia nasce come risposta a una condizione essenziale dell’essere umano: la sua apertura all’altro. Non è solo un legame affettivo, ma una dimensione costitutiva della vita buona.

Nelle società antiche, l’amicizia era legata alla fiducia, alla lealtà e alla reciprocità, valori indispensabili per la sopravvivenza e la convivenza. Già qui emerge un primo dato fondamentale: l’amicizia non è utilitaristica, ma genera comunione e stabilità.

2. L’amicizia nella filosofia 

Un punto di svolta fondamentale si trova nel pensiero di Aristotele, che dedica all’amicizia (philia) ampio spazio nell’Etica Nicomachea. Egli afferma una frase celebre: “Senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni.” Aristotele distingue tre forme di amicizia:

– Per utilità, basata sul vantaggio reciproco.

– Per piacere, fondata sull’attrazione e sull’affinità.

– Per virtù, la più alta, in cui gli amici si vogliono bene per ciò che sono.

Quest’ultima è la vera amicizia: duratura, gratuita, orientata al bene

dell’altro. Ed è già una visione profondamente etica, in cui l’amicizia diventa scuola di virtù e luogo di crescita reciproca.

3. L’amicizia nella Bibbia: da alleanza a relazione personale

Nella Sacra Scrittura, l’amicizia assume un valore ancora più profondo, perché inserita nel contesto dell’alleanza. Pensiamo all’amicizia tra Davide e Gionata, descritta come un legame dell’anima, segnato dalla fedeltà e dal dono di sé.

Ma è soprattutto nel rapporto tra Dio e l’uomo che emerge una novità straordinaria. Dio non si limita a comandare: chiama, accompagna, dialoga. Abramo viene definito “amico di Dio”, un’espressione rivoluzionaria per il mondo antico. L’amicizia, qui, non è più solo tra pari, ma diventa relazione con il Trascendente, fondata sulla fiducia e sull’ascolto.

4. Cristo e l’amicizia: il cuore del messaggio cristiano 

Con Gesù Cristo, il tema dell’amicizia raggiunge il suo vertice. Nel Vangelo di Giovanni leggiamo: “Non vi chiamo più servi, ma amici” (Gv 15,15). Queste parole sono decisive. Gesù ridefinisce il rapporto tra Dio e l’uomo: non più sudditanza, ma intimità. L’amicizia diventa il modello della relazione cristiana: è gratuita, è disposta al sacrificio (“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”), è aperta a tutti, anche ai nemici. L’amicizia cristiana non esclude, ma include; non si chiude, ma si dona.

5. Amicizia tra gli uomini e amicizia con Dio 

La tradizione cristiana ha sempre visto un legame profondo tra amicizia umana e amicizia divina. L’una prepara all’altra. Imparare ad amare, perdonare, ascoltare un amico significa educare il cuore alla relazione con Dio. Sant’Agostino descrive l’amicizia come un “concordare in Dio”. San Tommaso d’Aquino arriva a definire la carità come una forma di amicizia tra Dio e l’uomo.

6. Il richiamo del Santo Padre: amicizia come antidoto alla solitudine 

Nel nostro tempo, segnato da individualismo, conflitti e solitudini, il Santo Padre ha richiamato con forza il valore dell’amicizia. Non un sentimento superficiale, ma una responsabilità reciproca.

L’amicizia tra gli uomini diventa:

– fondamento della pace;

– antidoto alla cultura dello scarto;

– via concreta per costruire una fraternità universale.

E l’amicizia con Dio non allontana dal mondo, ma rende capaci di amarlo di più e meglio.

Conclusione 

Partendo da lontano, vediamo come l’amicizia attraversi tutta la storia dell’uomo: dalla filosofia antica alla rivelazione cristiana, fino alle sfide del presente. Essa non è un accessorio della vita, ma una delle sue forme più alte. Essere amici significa uscire da sé, riconoscere l’altro come dono, e aprirsi, infine, a quell’Amico fedele che è Dio stesso.

(Sebastiano Ribaudo)

 

PREPARIAMOCI INSIEME AL DONO PASQUALE

IN CAMMINO
VERSO LA CALEBRAZIONE
DEL SACRAMENTO
DELLA RICONCILIAZIONE
Gesù dona l’acqua viva
che spegne ogni sete.
Riconosciamo la nostra sete profonda?
Ci lasciamo dissetare da Lui?

Perché ?

Carissimi fratelli e sorelle amati dal Signore,

non vi sembri banale se oggi, aiutato da qualche testo di studio e dal Messale romano, ricorro alla spiegazione di alcuni gesti e segni per accompagnare la comunità a vivere con consapevolezza la liturgia quaresimale che propone con nobile semplicità la sua ricchezza, tesa ad elevare lo spirito e a favorire una vita sapiente.

L’acqua. Domenica scorsa abbiamo compiuto l’atto penitenziale adoperando il segno dell’acqua benedetta con la quale siamo stati aspersi a ricordo del nostro battesimo. È segno di morte e di vita. Morte al male e vita al bene. Grazie a Cristo che ci ha donato la vita nuova, la vita divina, la vita della grazia. Il battesimo è un germe, una ricchezza che custodiamo nel cuore, che germoglia nella testimonianza della fede, della speranza e della carità. Durante questa Quaresima avremo la possibilità di riscoprire questo dono nelle catechesi alle quali potremo partecipare dal 9 al 12 marzo alle ore 18.00 nella chiesa della Purità, tenute da don Alessio Geretti.

L’organo e gli altri strumenti musicali. Il loro utilizzo è consentito soltanto per sostenere il canto dell’assemblea e del coro. È questo un segno di sobrietà, specialmente nelle nostre chiese dove tante volte i silenzi sono sostituiti da brani musicali che certamente elevano lo spirito. Però in questo tempo austero della Quaresima, un doveroso silenzio prolungato potrebbe essere fecondo. Il silenzio non è il vuoto. Non è noioso. Può essere uno spazio denso di intima preghiera per un incontro personale con il Signore.  

L’altare senza i fiori. Non ci sono i fiori, soltanto qualche pianta verde ravviva e richiama la sobrietà che aiuta a focalizzare visibilmente l’essenziale: l’altare! Questo è segno di Cristo, pietra angolare attorno a cui si costruisce l’intero corpo ecclesiale. Questa assenza dei fiori perciò è significativa. Una tovaglia e i candelabri sono un ornamento necessario e sufficiente. L’altare viene sempre venerato con un inchino quando si passa davanti. Il sacerdote addirittura lo bacia ogni volta che celebra la Messa, per dire la sua natura simbolica e la sua importanza.

Il simbolo apostolico. Nel tempo di Quaresima ci viene suggerito di recitare il Simbolo degli apostoli perché richiama più da vicino la liturgia battesimale. Infatti, è la formulazione narrativa delle medesime affermazioni contenute nelle risposte che diamo alle domande del battesimo, rinnovate nella Veglia Pasquale. È una formula che non recitiamo spesso, allora è necessario leggerla sul foglio che potete ritirare agli ingressi della chiesa oppure al numero 66 sul libro dei canti, che trovate sotto il sedile del banco che vi sta davanti oppure sul banco stesso.

Lo scambio della pace. Può essere sospeso. È ormai una abitudine che forse perde un po’ il suo significato. La sospensione può avere una finalità pedagogica. È un “digiuno” che ci fa scoprire la pace come dono del Risorto, nel tempo pasquale. Un dono che riceviamo da Dio nel sacramento della Riconciliazione e che possiamo trasmettere con il perdono offerto agli altri.

Carissimi, poche buone pratiche ci possono aiutare a compiere un buon cammino di quaresima che vi auguro fecondo per la vita dello spirito.

 Il Parroco don Luciano.



IN CAMMINO                                        
VERSO LA CELEBRAZIONE
DEL SACRAMENTO
DELLA RICONCILIAZIONE
DONO PASQUALE

Gesù si trasfigura
Noi saremo trasfigurati
La nostra trasfigurazione è iniziata col Battesimo
Ci crediamo?
Dobbiamo uscire dalle nostre sicurezze
Il cammino è lungo
Torniamo a valle con Gesù e gli apostoli
Ma guardiamo in alto



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