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Archivio Notizie 2026-2027, News

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Non basta l’amore verso Dio…

Non basta l’amore verso Dio, se questo amore rimane soltanto sulle nostre labbra, nei nostri pensieri o nelle preghiere che recitiamo.

Dire di amare Dio è semplice. Sentirlo vicino quando tutto va bene è naturale. CercarLo nei momenti di difficoltà è umano. Ma amare davvero Dio significa qualcosa di molto più profondo: significa lasciare che il Suo amore entri nella nostra vita e la trasformi.

Perché l’amore vero non può rimanere fermo. Non può essere soltanto un sentimento custodito dentro di noi. L’amore, quando è autentico, si manifesta, si dona, si mette in cammino.

E allora viene spontanea una domanda: come possiamo dire di amare Dio, che non vediamo, se non sappiamo amare le persone che ogni giorno incontriamo?

Possiamo pregare per ore, parlare di fede, conoscere le Scritture e partecipare alle celebrazioni, ma se poi davanti a una persona che soffre passiamo oltre, se davanti a chi ha sbagliato sappiamo soltanto giudicare, se conserviamo rancore nel cuore, qualcosa dentro di noi non è ancora cambiato.

L’amore verso Dio ci chiede di guardare il prossimo con occhi diversi.

Ci chiede di vedere una persona là dove noi vediamo un errore. Di vedere una ferita là dove noi vediamo un comportamento che non comprendiamo. Di vedere una storia là dove noi siamo tentati di dare soltanto un giudizio.

Non è facile. È molto più facile giudicare che comprendere. È più facile allontanarsi che restare. È più facile ricordare un torto che concedere un perdono. È più facile parlare dell’amore che viverlo.

Eppure, è proprio qui che la nostra fede viene messa alla prova.

La fede non si misura soltanto da ciò che fac- ciamo dentro una chiesa, ma anche da ciò che siamo quando usciamo da quella chiesa e torniamo nella nostra vita quotidiana. Si vede nel modo in cui trattiamo chi lavora con noi, chi vive accanto a noi, chi ci sta vicino da anni e magari conosce anche le nostre fragilità. Si vede nel modo in cui parliamo di chi non è presente. Si vede nel modo in cui reagiamo quando qualcuno ci ferisce. Si vede soprattutto nelle piccole cose, quelle che spesso nessuno nota e che non ricevono applausi.

Un messaggio mandato a una persona sola. Una telefonata fatta senza un particolare. Una parola gentile detta a chi sta attraversando una giornata  difficile. Un silenzio scelto invece di una parola che potrebbe ferire. Un perdono concesso senza pretendere che l’altro lo meriti. Una mano tesa proprio quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.

Forse è in queste cose semplici che l’amore verso Dio diventa concreto. Perché Dio non ci chiede soltanto di amarlo con le parole. Ci chiede di permettere al Suo amore di passare attraverso di noi e raggiungere qualcun altro.

E questo significa anche accettare che non sempre saremo perfetti.

Ci saranno giorni in cui saremo stanchi, impazienti, arrabbiati. Giorni in cui la nostra fede sembrerà debole e il nostro cuore farà fatica a perdonare. Giorni in cui avremo più domande che risposte.

Ma amare Dio, non significa non cadere mai. Significa avere il desiderio di rialzarsi. Significa riconoscere i propri errori senza nasconderli. Significa chiedere perdono quando abbiamo ferito qualcuno. Significa provare, ogni giorno, a diventare persone un po’ più capaci di amare.

Perché forse Dio non ci chiede di essere straordinari. Ci chiede di essere autentici. Di portare un po’ di luce dove c’è buio. Un po’ di speranza dove c’è sconforto. Un po’ di pace dove c’è rabbia. Un po’ di amore dove qualcuno si sente dimenticato. E allora comprendiamo che amare Dio non significa soltanto alzare gli occhi verso il cielo. Significa anche abbassarli verso chi è caduto e provare ad aiutarlo a rialzarsi. Significa accorgerci di chi abbiamo accanto. Significa non essere indifferenti.

Perché l’indifferenza è forse una delle forme più silenziose con cui possiamo allontanarci dall’amore.

Possiamo avere tutto: parole, conoscenze, abitudini religiose, certezze, tradizioni. Ma se manca la capacità di amare, tutto rischia di diventare vuoto.

Alla fine, ciò che rimane non sono le parole che abbiamo pronunciato, ma l’amore che abbiamo saputo lasciare negli altri.

Rimane il bene fatto senza essere visto. Rimane una persona che, grazie a noi, si è sentita meno sola. Rimane un perdono che ha ricucito una distanza. Rimane una mano che abbiamo teso quando qualcuno non aveva più la forza di chiederla. Rimane una parola che magari abbiamo dimenticato di aver detto, ma che per qualcun altro è stata importante.

E forse è proprio questo il senso più profondo dell’amore verso Dio: non tenerlo tutto per noi. Lasciarlo uscire. Lasciarlo diventare gesto, pazienza, ascolto, perdono, compassione, presenza.

Perché non basta dire: “Signore, io Ti amo.”

Bisogna permettere a quell’amore di cambiare il nostro modo di vivere. Di cambiare il modo in cui guardiamo gli altri. Di cambiare il modo in cui affrontiamo le ferite. Di cambiare il modo in cui perdoniamo. Di cambiare il modo in cui doniamo.

Perché quando l’amore verso Dio diventa amore verso il prossimo, allora la nostra fede smette di essere soltanto una parola e diventa una testimonianza.

E forse, alla fine, è proprio lì che Dio desidera incontrarci: nel bene che facciamo, nell’amore che doniamo e nel cuore che scegliamo di non chiudere mai.

Sebastiano Ribaudo

                                                                     

24 Ottobre 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2026/10/immag_page-0001.jpg 597 441 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-10-24 13:34:092026-10-24 13:34:20XXX Domenica del Tempo Ordinario
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XXIX Domenica del Tempo Ordinario

GUAI QUANDO TUTTI DIRANNO BENE DI VOI

Cari amici,

                   vi ringrazio di essere stati alla S. Messa che ho celebrato domenica scorsa assieme agli ordinati nel 1966, ai confratelli sacerdoti e a tanti di voi fino a riempire la cattedrale. Abbiamo indirizzato il nostro grazie al Signore per la misericordia che sempre ci rimette in piedi perché camminiamo alacremente verso il futuro e per il bene che insieme abbiamo compiuto in tanti anni. Trascorsi 60 tra alterne vicende, tra gioie e preoccupazioni, tra le fatiche dei semi sparsi in abbondanza e i frutti raccolti o non ancora in fiore né maturi, abbiamo fiducia che il Signore porterà a termine, se vuole, quanto Egli con noi opera o ha operato. Noi viviamo sempre nell’attesa del suo Regno che è sbocciato con Cristo ma non è ancora completamente realizzato.

Sappiamo e crediamo che si realizzerà pienamente nel futuro, grazie anche alla nostra collaborazione. Da qui la nostra ferma speranza che ci spinge ogni giorno al dono della vita al Signore nella chiesa.

Mi sono emozionato al vedere tanta gente ma non mi son per nulla “esaltato”. Anzi. Sarebbe da sciocchi.  Il fatto che tanta gente si esprima con elogi significa che sa vedere il bene; interpreta con arguzia anche ciò che bene non è o non è stato, è capace di perdono, nell’entusiasmo sa scusare e comprendere deficienze e pigrizie. È il manto della bontà che copre una umanità condivisa nella debolezza. È lo sguardo della misericordia che incoraggia. Per questo sono contento, perché veramente mi fa sentire bisognoso di pazienza come anch’io devo aver pazienza con gli altri. L’umiltà, a mio parere, è riconoscere con sincerità i propri difetti e le proprie qualità senza vivere complessi di inferiorità e senza mettersi sul piedestallo della superbia o della vanagloria. L’equilibrio cercato e vissuto mette il cuore in pace. Il discernimento non è difficile per ognuno di noi. L’occhio del Signore dona la luce del giudizio e davanti a Lui non si può barare. Sarebbe inutile e dannoso.

Mi sia concesso di riportare la simpatica immagine dell’asinello di Betfage che entrò in Gerusalemme portando sulla sua groppa Gesù di Nazareth, che il popolo in festa acclamava entusiasta dicendo: Hosanna! L’asinello ingenuamente sorrideva a tutti pensando che facessero festa a lui e che gli applausi fossero diretti a lui! Basta questo piccolo semplice, banale aneddoto per capire e riportare nel suo alveo la festa di domenica scorsa che aiuta a prendere atto del bene e a rendere gloria a Dio. Per quanto mi riguarda, dal giorno in cui sono entrato in Seminario come rettore nel 1994, ho iniziato a recitare molto spesso “la preghiera del pastore” del monaco benedettino Aelredo di Rievaulx (XII sec.) che trovate su questo foglio e conservo nel breviario e che consiglio ad ogni sacerdote. Mi ritrovo nelle ultime parole che ritengo vere e illuminanti: “Fallo se non per me, almeno per loro”.

Magnificat anima mea Dominum, è il canto che ho scelto per la fine della Messa, che è il più consono alla celebrazione vissuta insieme. Grazie a tutti e il Signore benedica tutti.

Don Luciano Nobile, parroco.

LA PREGHIERA DEL PASTORE

“O mite Signore, ecco il tuo popolo, eccolo davanti a Te. Ha sotto gli occhi la tua croce e i simboli della passione. Ed è a me, tuo umile servo peccatore, che tu ne hai affidato il governo.

Mio Dio, tu conosci la mia poca saggezza e la mia debolezza non ti è nascosta.

Non ti chiedo, dolcissimo Signore, né oro, né argento, né pietre preziose, ma la saggezza per poter reggere il tuo popolo.

Inviala dal trono della tua maestà, sorgente di saggezza, perché sia con me, agisca e operi con me, disponga i miei pensieri, i miei discorsi e tutte le mie decisioni a tuo piacimento e in onore del tuo nome.

Istruisci tu stesso colui che hai stabilito come educatore, guida colui che tu hai voluto come pastore, governa colui che hai voluto come capo.

Fallo, se non per me, almeno per loro.

Che così sia, mio Signore. Che così sia. Amen”.

17 Ottobre 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2026/10/foto-60°.jpg 489 749 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-10-17 11:44:372026-10-17 11:47:28XXIX Domenica del Tempo Ordinario
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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

La presenza di un parroco in una comunità

Una parrocchia non è fatta soltanto di una chiesa, di strutture o di iniziative. È prima di tutto una comunità di persone: bambini, giovani, famiglie, anziani, persone sole, chi vive un momento sereno e chi attraversa una prova. Ognuno porta con sé una storia, una speranza e, a volte, una sofferenza. In mezzo a questa vita concreta il Vangelo ci consegna un’immagine: quella del Buon Pastore, che conosce le sue pecore, le chiama per nome e dà la vita per loro (cfr. Gv 10). È la figura a cui il parroco è chiamato a conformarsi: pastore di una comunità che gli è affidata.

Una presenza, non soltanto una funzione

La presenza del parroco non si riduce al ruolo che ricopre né alle attività che organizza. È una presenza personale, umana e spirituale, che dà volto e continuità alla vita della comunità. Cresce nel tempo, attraverso la conoscenza reciproca e le relazioni quotidiane, e si esprime in gesti semplici: una parola, un incontro, una visita, la vicinanza a una famiglia in lutto, a un anziano solo, a un ammalato, la condivisione di una gioia o di un dolore. Sono gesti spesso silenziosi, ma sono quelli che fanno sentire la Chiesa vicina alla vita reale delle persone. Papa Francesco ha ricordato ai sacerdoti di essere pastori con «l’odore delle pecore»: non distanti, ma dentro la vita del popolo.

Il cuore del ministero

Il centro della missione del sacerdote è : celebrare l’Eucaristia, annunciare la Parola di Dio, guidare la preghiera, amministrare i sacramenti. Nel Battesimo accoglie i nuovi figli di Dio; nella Riconciliazione dona il perdono e una nuova partenza; nel Matrimonio accompagna le famiglie al loro inizio; nell’Unzione degli infermi porta consolazione nella malattia; nelle esequie sostiene chi piange e affida a Dio chi è tornato a Lui. Da questi momenti la comunità ritrova la propria origine e il proprio senso. Il suo compito è custodire ciò che è essenziale: il rapporto con Cristo e la chiamata a vivere il Vangelo ogni giorno. Sostiene nelle difficoltà, incoraggia nella prova, condivide le gioie e le speranze della vita. Si prende cura in modo particolare dei più piccoli e dei giovani, che alla comunità guardano con domande spesso non dette, e di chi ha più bisogno.

Il dono dell’ascolto Questa vicinanza si esprime in modo speciale nell’ascolto. In una società in cui si parla molto e si ascolta poco, trovare qualcuno disposto ad ac-cogliere una domanda, una preoc-cupazione o un momento di smar-rimento è un dono raro. Ascoltare non significa avere subito una risposta per tutto. A volte significa semplicemente esserci, senza giudicare, lasciando all’altro lo spazio per dire ciò che porta nel cuore.

È una forma di carità che restituisce fiducia e fa sentire meno soli.

Costruire la comunione

La presenza del parroco è decisiva anche quando la comunità è chiamata a costruire comunione. Ogni parrocchia è composta da persone diverse per sensibilità, esperienze e idee. La diversità diventa ricchezza quando è vissuta nella ricerca di ciò che unisce. Il parroco, come punto di riferimento, può favorire il dialogo, la collaborazione, la nascita di legami. Non per cancellare le differenze, ma per aiutare ciascuno a viverle con rispetto e fraternità, ricordando ciò che accomuna tutti: la stessa fede e la stessa appartenenza alla Chiesa. 

Un pastore che non fa tutto da solo

Una comunità cristiana non può dipendere soltanto dal suo parroco. La Chiesa è fatta di tutti i battezzati, e ciascuno ha doni e responsabilità da mettere in gioco: nella liturgia, nella catechesi, nella carità, nell’educazione, nell’accoglienza. Il parroco non è colui che deve fare tutto, ma colui che accompagna, incoraggia, forma e valorizza i carismi presenti nella comunità. Questo non diminuisce la sua importanza: la rende più grande. Non è chiamato a sostituirsi alla comunità, ma a farla crescere, aiutando ciascuno a riconoscere il proprio posto. È ciò che oggi chiamiamo sinodalità: sacerdote e don Pietro Del Fabbro laici che condividono la strada, ciascuno con il proprio dono, tempo e disponibilità.

Una Chiesa che va incontro

Questa apertura è oggi particolarmente importante. Molte persone vivono la fede in modi diversi: alcune frequentano abitualmente la parrocchia, altre vi si avvicinano solo in certi momenti della vita (un battesimo, un funerale, una difficoltà), altre ne sono lontane pur custodendo domande, inquietudini e desideri che non riescono ancora a esprimere. Il parroco, insieme alla comunità, è segno di una Chiesa che non si limita ad aspettare, ma sa uscire, andare incontro, ascoltare e accompagnare, senza pregiudizi.

La sua presenza può essere decisiva per chi vive la solitudine, la sofferenza o la ricerca; per le famiglie, i giovani e gli anziani; per chi, magari dopo molti anni, sente il desiderio di riavvicinarsi.

Per questo la presenza del parroco non si misura dal numero di iniziative realizzate, ma dalle relazioni costruite, dalle persone accompagnate, dalle speranze riaccese, dalla possibilità offerta a ciascuno di sentirsi parte di una comunità. Essere parroco significa stare accanto alle persone: condividerne le gioie e le fatiche, celebrare con loro i momenti importanti, essere vicino nei giorni difficili e indicare, attraverso il Vangelo, una strada di speranza.

Un legame che non è a senso unico

Anche il sacerdote è una persona, con i suoi limiti, le sue fatiche e le sue necessità. Per questo la comunità è chiamata a sostenerlo con la preghiera, la collaborazione, la comprensione e un sincero atteggiamento di fraternità. Il rapporto tra parroco e fedeli non dovrebbe essere quello di chi pretende tutto da una persona sola, ma quello di una comunità che riconosce nel proprio pastore un dono e desidera condividere con lui la responsabilità e la bellezza del cammino.

Un parroco ha bisogno della sua comunità, come la comunità ha bisogno del suo parroco. Il sacerdote offre il proprio ministero, la guida e la disponibilità; la comunità offre collaborazione, partecipazione, preghiera e vicinanza. Una preghiera, in particolare, non deve mai mancare: quella per i sacerdoti, perché siano sempre fedeli, sereni e testimoni gioiosi del Vangelo.

Una domanda per tutti

Forse, allora, la domanda più importante non è soltanto:

“Che cosa fa il nostro parroco?”

Potremmo chiederci anche: “Come possiamo essere, insieme al nostro parroco, una comunità più accogliente, più fraterna e più vicina alle persone?” 

Perché la presenza del parroco diventa feconda quando incontra una comunità disposta a camminare con lui. Così la parrocchia può essere davvero ciò che è chiamata a essere: una casa aperta, dove nessuno si senta estraneo e chi è lontano trovi una porta spalancata; un luogo in cui si celebra la fede; una presenza viva che accompagna le persone nel cammino della vita, indicando con semplicità e speranza la strada verso Cristo.

E allora, davanti a un dono così grande, il primo sentimento è la gratitudine. Una gratitudine che oggi, in questa domenica, si rivolge in modo particolare a sei sacerdoti. 

Alle ore 17.00 la nostra Cattedrale, la stessa nella quale furono ordinati, accoglie Mons. Luciano Nobile, nostro Arciprete e Parroco, don Gian Pietro Bellini, don Lorenzo Caucig, don Claudio Como, don Pietro Del Fabbro, don Adolfo Volpe che celebrano il 60° anniversario della loro ordinazione. Sessant’anni di Messe celebrate, di perdoni donati, di malati visitati, di famiglie accompagnate. Tutti siamo invitati a partecipare alla Santa Messa concelebrata, per unirci a loro nella preghiera e nel ringraziamento al Signore, che ha chiamato questi suoi servi e li ha custoditi nel tempo.

Oggi, diciamo un grazie particolarmente sentito. Grazie per il vostro «sì» di sessant’anni fa e per ogni giorno donato alle comunità che Dio vi ha affidato.

                                                                         Sebastiano Ribaudo  

                                                                    Referente Caritas Parrocchiale

10 Ottobre 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2026/10/anniversario-60-8592881.jpg 689 800 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-10-10 11:37:302026-10-10 12:19:40XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
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XXVII Domenica del T.O.

Elogio a San Francesco d’Assisi nel Museo del Duomo

Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero, e ti benediciamo perché con la tua santa croce hai redento il mondo. Francesco d’Assisi, Testamento, (FF111)

La mostra è una rassegna intesa a porre l’attenzione sul Santo assisiate nell’ottavo centenario della sua morte. Nell’ambito delle numerose iniziative dedicate a San Francesco, susseguitesi quest’anno in Italia, tra cui figurano studi, convegni, pubblicazioni ed eventi, il pellegrinaggio della diocesi udinese, si inserisce il contributo di questa mostra che mira a riscoprire la figura del Santo nei tratti salienti della sua predicazione e nell’eredità tramandataci.

Infatti il nostro Friuli ha beneficiato della spiritualità francescana già negli anni successivi alla morte di San Francesco, se nel 1259 a Udine c’era il convento dei frati minori e nel 1266 veniva consacrata la chiesa a lui intitolata, che oggi ospita mostre e altre attività culturali organizzate dal Comune.

In questo convento si formò il beato Odorico da Pordenone che intraprese il viaggio in Cina dettando poi la famosa “Relazione” prima di morire il 14 gennaio 1336. Il beato Marco d’Aviano dal 1643 per alcuni anni frequentò il Collegium dei Gesuiti a Gorizia. È rimasto nella storia per aver contribuito, con la sua travolgente predicazione, a fermare i Turchi a Vienna il 12.09.1683. San Leopoldo Mandic, nato a Castelnuovo di Cattaro il 12.05.1866, sedicenne soggiornò per alcuni anni di formazione nel convento di Udine. Padre Arcangelo di Rivai d’Arsié per tanti anni visse a Catelmonte come umile e rinomato ministro della misericordia del Signore nel Santuario della Madonna e le sue spoglie sono state deposte nel locale piccolo cimitero nel 1953. Ma non possiamo dimenticare un altro semplice e arguto cappuccino, padre Cesario Finotti, presente in Friuli dal 1935 per quasi 50 anni, prima come custode del santuario di Castelmonte e poi come rettore del Cimitero urbano di S. Vito.

Sono alcuni nomi che ricordo di frati che hanno contribuito alla evangelizzazione del Friuli e a diffondere in diverse parrocchie la spiritualità francescana come via di santificazione, promuovendo con discrezione il Terz’Ordine.

La mostra è un invito a visitare le opere conservate nella collezione permanente del Museo del Duomo di Udine, focalizzando l’attenzione su alcune tematiche legate ai personaggi e alla spiritualità francescani.

E l’occasione per ripercorrere le ricerche e gli studi condotti nel tempo su questi manufatti, illustrandone e chiarendone talora aspetti poco noti.

Nel contempo, l’utilizzo di schede e di materiali di agevole comprensione consente un primo approccio alla conoscenza delle vicende storiche e architettoniche del duomo.

L’esposizione e l’analisi delle opere, sia pittoriche sia tessili, riflettono inoltre la volontà di presentare una serie di approfondimenti di studio che possa mettere in luce le peculiarità del nostro patrimonio e, contemporaneamente, essere di stimolo a dedicare la necessaria cura anche a un contesto apparentemente minore o circoscritto, favorendone nuova visibilità e maggiore accessibilità.

Due saranno i momenti celebrativi:

Domenica 4 ottobre, Festa di S. Francesco d’Assisi, celebreremo la S. Messa solenne in cattedrale alle ore 10.30.

Sabato 17 ottobre alle ore 11.00 si aprirà la Mostra nel Museo del Duomo.

Tutti sono invitati a partecipare alla festa di questo Santo, Patrono d’Italia.

Mons. Luciano Nobile

3 Ottobre 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2026/10/San-Francesco.jpg 800 1280 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-10-03 11:23:042026-10-03 11:23:10XXVII Domenica del T.O.
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XXVI Domenica del T.O.

GIORNATA DEL MIGRANTE

Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)

Cari fratelli e care sorelle!

Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema “Anche uno solo di questi bambini” richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37).

Minori sfollati: una realtà complessa di vulnerabilità

I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari,tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza.

Dinanzi a questa drammatica realtà, il mio pensiero vaa una parola di Gesù che interpella profondamente la coscienza di ciascuno: «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita. È immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26), è presenza del Signore. Davanti a ciascun minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore. Questa chiamata si fa ancora più pressante alla luce dell’altra affermazione del Signore nel Vangelo di Matteo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

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Un appello alla responsabilità di tutti

Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, aitimori e aisogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di “migrante”, e a tutelarne i diritti fondamentali: alla vita, all’educazione, ad un livello di esistenza che gli consenta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale.

Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella vita ecclesiale, a trasformare l’accoglienza da concetto astratto a pratica pastorale stabile. Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno. Occorre incoraggiare le comunità cristiane all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo.

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Anche uno solo di questi bambini, nel contesto delle istituzioni civili, ci chiama a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani, adottando «una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra» (Discorso al Parlamento spagnolo, Madrid, 8 giugno 2026).

Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e aGesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode eil dramma dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,13-15); sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.

Dal Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.

 LEONE PP. XIV

26 Settembre 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/la-domenica.jpg 284 500 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-09-26 16:28:392026-09-26 16:28:54XXVI Domenica del T.O.
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XXV Domenica del T.O.

VIVERE QUESTO TEMPO NELLA GIOIA

Carissimi fedeli,

dopo il tempo estivo si apre davanti a noi un nuovo anno pastorale che vogliamo vivere intensamente guidati da Gesù che è il nostro maestro. Ci mettiamo nuovamente in cammino con maggiore alacrità, riprendendo le attività parrocchiali sulle grandi strade della formazione alla vita cristiana: la catechesi, la liturgia, la carità.

La catechesi.

Abbiamo bisogno di metterci in ascolto della Parola di Dio. Ed allora ci sono in Parrocchia degli incontri, per i fanciulli, i ragazzi e i giovani. Si parla tanto di emergenza educativa. Certamente. La parrocchia offre delle possibilità di incontro per formare la coscienza alla luce della Parola di Dio. Ma non solo per i giovani. Anche noi adulti abbiamo bisogno continuamente di immergerci nella parola del Signore per essere illuminati nelle nostre scelte, irrobustiti nella fede, sorretti dalla speranza e animati dalla carità nelle nostre famiglie, nel mondo del lavoro, nella scuola ed in tutti gli stati di vita. Anche gli anziani. Non si è mai finito di crescere nella conoscenza profonda e nell’amore del Signore. Nelle nostre parrocchie prenderemo in mano il testo della esortazione pastorale “Evangelii gaudium” di Papa Francesco sull’annuncio del vangelo nel mondo attuale.

E’ un orientamento per la vita pastorale: la gioia del Vangelo.

La liturgia

In particolare, mi riferisco alla S. Messa domenicale. È un dono da parte del Signore che viene a condividere la nostra vita per arricchirla della sua presenza e della sua grazia. È il sostentamento della vita cristiana. L’abbandono della frequenza alla S. Messa festiva da parte di tanti cristiani crea in loro una povertà interiore ed una povertà nella comunità. È la forza della nostra testimonianza cristiana nella vita. Certamente le celebrazioni devono essere dignitose e splendere per “nobile semplicità” ed allora bisogna essere anche disponili a renderle vive con la preghiera comunitaria, col canto guidato da un piccolo coro che non sostituisce l’assemblea ma che si alterna, con la proclamazione adeguata della Parola di Dio, col servizio puntuale dei chierichetti o dei giovani o degli adulti all’altare. Già diverse persone sono disponibili. A loro il mio grazie cordiale e sincero.

La carità

Non si limita ad una offerta pur necessaria per le famiglie più bisognose ma è la testimonianza della vita cristiana. Certamente sono lodevoli le forme comunitarie ma oggi suggerirei una modalità semplice, fattibile e feconda: la carità spicciola che non è “la carità degli spiccioli”.  Abbattere il muro della solitudine. Oggi è difficile entrare nelle case ma sarebbe facile per i vicini di casa che si incontrano nell’ascensore, si possono facilmente conoscere e con essi dialogare. Prendersi cura dei vicini di casa per coltivare sane amicizie di aiuto reciproco con semplici gesti, scontati ma necessari. Si risolverebbero tanti casi di solitudine. Le signore badanti sono preziose ma probabilmente non sono sufficienti. La gratuità non si paga. Se c’é il fuoco dell’amore gratuito di Dio nel cuore, il nostro occhio diventa esperto e sa vedere le necessità, le mani si muovono, i piedi corrono là dove è necessario. Alle volte bastano pochi passi, compiuti anche nelle nostre famiglie per migliorare la vita e renderla più umana. Non si tratta di passi fisici.

Nella nostra parrocchia da anni ormai vive un gruppo di persone che si dedicano all’apertura delle chiese e del museo, sono gli “Amici della Cattedrale”.

È un servizio semplice, è il dono di qualche ora di tempo, è il segno di una chiesa che accoglie, è l’occasione di una catechesi spicciola che alle volte può diventare una piccola luce nella vita delle persone se si sanno presentare le opere d’arte non solo sotto l’aspetto culturale ma anche quello religioso per il quale sono state commissionate e realizzate.

Anche questa è una forma di alta carità. Facile. C’è posto per tutti. Chi aderisce sia benvenuto. Auguro a tutti un buon cammino.

Il Parroco don Luciano

19 Settembre 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/04/la-domenica-212.jpg 284 500 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-09-19 11:51:262026-09-19 11:51:38XXV Domenica del T.O.
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Diescit Religio…

Carissimi fedeli,

è una bella festa quella cui ci prepariamo. È la festa dei Santi Ermacora e Fortunato che sono i nostri Patroni da sempre.

È una festa solenne.

I Primi Vesperi cantati della vigilia ci introducono gioiosamente in cattedrale, in processione, preceduti dalle croci delle Pievi storiche tra le quali anche la nostra di S. Maria di castello. L’arcivescovo, i preti, i canonici, i diaconi si incamminano verso la cattedrale partendo dall’Oratorio della Purità. La Cappella Musicale inizia a cantare “Plebs fidelis Hermachorae”. Siamo ancora il popolo fedele di Ermacora, primo vescovo di Aquileia, il quale con Fortunato ha promosso l’evangelizzazione delle nostre terre nel IV secolo d.C. Noi godiamo della loro fede vissuta e testimoniata fino al sangue.

È una festa di popolo.

Infatti entrando in chiesa vediamo una folla che prega e risponde alle intercessioni: Te, Domine, celebramus” (Ti lodiamo, o Signore) e poi “Tu illum adjuva”. Il Signore aiuti chi? Il Papa, i Vescovi  ecc…

Ma ancora più emerge la festa popolare quando nl giorno della Solennità, il 12 luglio, la S. Messa cantata delle 10.30 raccoglie la gente della città, le autorità civili e militari della Regione FVG e del Comune, tutte le associazioni con i loro gagliardetti, vessilli, labari ecc… Non è semplice folklore. Sono contento di avere preso, tanti anni fa, questa iniziativa di invitare tutte le associazioni del territorio comunale a mostrare il loro volto. Dietro un simbolo si nasconde e si rivela un gruppo di persone che vivono qualcosa che arricchisce la società, favoriscono la vita comunitaria, condividono un cammino e trasmettono alcuni valori alle nuove generazioni. L’Arcivescovo tiene una opportuna omelia illuminando con la luce della fede il momento presente e, alla fine, esce sul sagrato della chiesa per invocare la benedizione del Signore sulle famiglie, sugli ospedali  e le case di riposo, sulle realtà lavorative e di volontariato, su quanti si impegnano per il bene di tutti. Quindi il Sindaco porge un saluto cordiale alla cittadinanza.

È una festa di fede

È vero che molti si lamentano per le notti che il nostro tempo sta vivendo, ma non è con la lamentela che i tempi cambiano. Siamo noi che diamo senso al tempo e alla storia che viviamo. Il premio SS. Ermacora e Fortunato “Cuore solidale” è un piccolo e potente messaggio in controtendenza.

S. Francesco che ricordiamo nell’ottavo secolo della sua morte ci aiuta nella preghiera: Signore, dove c’è odio che io porti l’amore, dove c’è…

È questo che Ermacora e Fortunato hanno testimoniato in tempi altrettanto difficili annunciando il vangelo. San Luigi Scrosoppi, che abbiamo recentemente festeggiato nel XXV della sua canonizzazione, ha dedicato la vita alla carità verso i più bisognosi e continua ancora la sua opera tramite le Suore della Provvidenza. Non dimentichiamo il Beato Bertrando, le cui reliquie conserviamo nella nostra cattedrale, è ricordato come il patriarca della carità, come viene descritto in un pannello esposto nel nostro museo a lui dedicato. Certamente non hanno cambiato il mondo ma hanno fatto storia e fanno storia ancora oggi tutti coloro che cresciuti nella fede la testimoniano nella carità. Questa si esprime in mille modi ed è un segno dell’amore di Dio in mezzo a noi, del regno di Dio che attraversa tutti i tempi fecondando ed illuminando la storia. Il fiume dell’amore nasce da Dio, scorre nella storia, alcuni rivoli scendono nelle profondità della terra e riappaiono come piccole sorgenti di acqua fresca che dissetano, rallegrano, cantano saltellando di sasso in sasso, purificando quanto incontrano, donando vita a terre riarse dove nascono vere oasi di pace, di perdono, di bontà gratuita. Sono i nostri santi che fanno sì che “con la loro opera, nella notte, spunti e cresca il giorno della fede nel popolo”. Spunta il giorno, è l’alba, è l’aurora di un nuovo giorno che “soffre le doglie del parto”. La pienezza del giorno è sempre all’orizzonte. Solo Dio sa quando sarà il giorno pieno. Ma ci sarà. Sarà luminoso anche per la fiamma forse fioca e debole della nostra fede in Cristo, luce del mondo, testimoniata nella carità.

                                                Un cordiale saluto a tutte le famiglie e buona festa dei Santi Patroni

                                                                              Mons. Luciano Nobile, parroco

4 Luglio 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/SS.Ermacora-e-Fortunato.jpg 384 545 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-07-04 13:08:092026-07-04 13:32:33Diescit Religio…
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XIII Domenica del T.O.

In ponte di pîts O torni in paîs.

Ritorno al mio paese in punta di piedi. Cari fedeli, mi piace comunicare ciò che vivo in questi giorni per coinvolgere anche voi nella gioia, giacché siamo in famiglia ed in famiglia si mantengono relazioni cordiali e si condividono momenti belli e preoccupazioni. Comunicare è un momento di felicità per me e scrivere a voi che leggete, per me è riposo.

Su questo foglio domenicale “L’angelo di S. Maria di castello” ho cercato di comunicare con voi 690 volte. È stato ed è per me un modo di dialogare con le persone, uno strumento di evangelizzazione silenziosa ma, spero, efficace per quanti di domenica in domenica lo hanno ritirato e letto, portato a casa anche perché altri lo potessero prendere in mano.

Sono nato in una famiglia già numerosa il 5 agosto 1942 a Basiliano. Son partito a 11 anni per il Seminario di Castellerio e son tornato in paese regolarmente per le vacanze di Natale, di Pasqua e quelle estive, durante i lunghi 13 anni di formazione.

Ho trascorso la vita pastorale sempre in Friuli per il ministero che i vari vescovi mi ha affidato: S. Paolo in Udine, Rivignano, Mortegliano, Pavia di Udine, S. Quirino in Udine, Seminario di Castellerio, Cattedrale di Udine. Sono tappe della vita che mi hanno dato l’occasione di crescere, di progettare, di fare esperienze, di conoscere nuove persone e anche di soffrire per ogni trasferimento. È una ginnastica mentale e del cuore che mantiene allenati e liberi, rende attenti, crea qualche incidente di percorso, procura qualche caduta ma poi ci si rimette in sella e si continua a camminare con maggiore forza di prima.

Al mio paese sono sempre tornato, certamente per salutare i miei parenti, di tanto in tanto, ma anche per condividere i momenti di festa: S. Marco, S. Cuore di Maria (Perdon de Madone), Sant’Andrea apostolo. È stato ed è sempre un piacere trovarsi, salutarsi, stringersi la mano e comunicarsi notizie.

Amo il mio paese perché le persone che mi hanno voluto bene, hanno pregato per me e mi hanno accompagnato lungo il cammino della vita e stimato, anche oltre i miei meriti. Questa comunità cristiana mi ha donato qualcosa di grande ed inestimabile: il Battesimo, la Comunione Eucaristica, la Cresima, cioè la ricchezza dei sacramenti della iniziazione cristiana. Sono stato ordinato sacerdote in cattedrale il 29 giugno 1966, Solennità dei SS. Pietro e Paolo, e ho celebrato la prima S. Messa il 3 luglio a Basiliano, con una partecipazione davvero corale. Tutto il paese era presente e in festa.

Quando celebro la Messa a Basiliano, vedo i chierichetti in sagrestia e me, bambino, a servire all’altare con i miei coetanei. E chiedo ai bambini: Come ti chiami? Chi è tuo nonno o nonna? E da lì risalgo alla famiglia. Ma tante volte non è così perché persone nuove sono venute ad abitare in paese e mi fa piacere sapere che si integrano e frequentano la comunità cristiana. Questa domenica vado a celebrare la Messa nel 60° anniversario di Ordinazione sacerdotale. Sono grato al parroco don Gabriel che mi ha invitato, anche perché son stato suo Rettore in Seminario e l’ho accolto e accompagnato per sei anni di formazione. Vado a ringraziare i miei famigliari e tutti i parenti ed amici. Entro anche in cimitero perché là riposano le spoglie di tante persone cui debbo riconoscenza. A Messa ci saranno anche loro, sono certo. La liturgia della terra è in comunione con la liturgia perenne del cielo dove i beati, tra i quali anche i nostri cari defunti, godono della visione di Dio, mentre noi camminiamo nella speranza. Cielo e terra si incontrano, l’eternità entra nel tempo. È uno spaccato di eternità dove anche noi ci sentiamo concittadini dei santi. Tutti insieme ringraziamo il Signore con Cristo che perpetua la sua presenza in mezzo a noi, nella forza dello Spirito santo.

Un cordiale saluto a tutti e grazie per la vostra preghiera.

Don Luciano, parroco.

27 Giugno 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/04/Parrocchia-di-Basiliano-1.jpg 640 426 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-06-27 12:27:372026-06-27 12:27:49XIII Domenica del T.O.
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XII Domenica del T.O.

Carissimi fedeli,

                         ultimamene abbiamo celebrato insieme una festa a noi cara: la solennità del Corpus Domini. Ci ha fatto sentire il Signore vicino a noi, anzi Lui stesso pellegrino con noi lungo le strade della nostra città. Dopo aver celebrato la S. Messa presieduta dall’ Arcivescovo, abbiamo partecipato alla processione che mi è sembrata raccolta e devota, cogliendo quelle riflessioni che ci venivano proposte dai lettori dell 5 parrocchie del centro-città e ripetendo a voce alta le preghiere di lode, di adorazione, di richiesta di grazie o di perdono. Grazie alla cappella Musicale che ci ha coinvolti nei canti eucaristici,  agli Scout cattolici d’Europa che ogni anno si prestano ad aprire la processione recando il crocifisso e a reggere gli altoparlanti, alla Polizia Locale che garantisce l’ordine, agli Alpini che, con braccia forti e abituate alla fatica, sempre si offrono di portare il baldacchino. Non abbiamo chiamato quest’anno la banda musicale che dona senz’altro una nota di colore. Abbiamo voluto una processione ritmata soltanto dalla preghiera e dal canto con qualche spazio di meditazione silenziosa. Le tre soste ci hanno aiutato a riflettere sulla tragedia del terremoto avvenuto nel 1976 che ci ha fatto gustare la solidarietà delle chiese sorelle d’ Italia e oltre, sulla rinascita del popolo friulano che con coraggio ammirevole si è rimboccato le maniche per ricostruire quanto era stato distrutto, sulla necessità di ricostruire sempre il tessuto sociale dei nostri paesi ed il tessuto cristiano delle nostre comunità ecclesiali.

Ora ci stiamo avvicinando alla Solennità dei Patroni, venerdì 26 giugno vi presentiamo una proposta culturale interessante (clicca QUI) che può essere considerata il pronao attraverso il quale tutti possiamo passare per vivere poi con fede la festa patronale con la celebrazione della S. Messa alle 10.30 ed il concerto dellle ore 20.30 in occasione della consegna del Premio Santi Ermacora e Fortunato – Cuore Solidale, giunto alla seconda Edizione ed al quale auguriamo lunga vita per mettere in risalto il bene che non fa chiasso ma cambia il mondo.

A tutti auguro ogni bene.                                           

Cordialmente, don Luciano, parroco

20 Giugno 2026
https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/04/Corpus-Domini-1-3.jpg 184 273 cattedraleudine https://www.cattedraleudine.it/wp-content/uploads/2024/05/cropped-logo_Cattedrale-Udine_150x150-300x300.png cattedraleudine2026-06-20 10:28:202026-06-20 10:56:49XII Domenica del T.O.
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XI Domenica del T.O.

PAPA LEONE XIV

Nel suo primo discorso a Barcellona dalla Cattedrale della Santa Croce e Sant’Eulalia, il Papa ha detto: “Il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita è un clima di famiglia, in cui si vive insieme, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”. Il Pontefice ha aggiunto che “Barcellona, in questo, ha una grande tradizione”, ricordando che ne faceva memoria San Giovanni Paolo II “quando, in visita qui, lodava l’animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti”. E “nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione.

Dalla solidarietà al Santo Padre alla condanna dei prepotenti

In questi giorni, il nome di Papa Leone XIV risuona in tutto il mondo, accompagnato da un sentimento che va ben oltre i confini della fede cattolica: la solidarietà. Non quella formale, di circostanza, ma quella autentica che unisce persone di culture, tradizioni e convinzioni diverse attorno a una figura che ha già mostrato di voler mettere al centro del proprio pontificato i più vulnerabili. E proprio questa solidarietà diventa specchio. Riflette, per contrasto, tutto ciò che nel mondo cammina nella direzione opposta. Perché mentre ci si stringe attorno a chi ha scelto il servizio come vocazione, non si può restare in silenzio davanti a chi esercita il potere come sopraffazione. I prepotenti del mondo – quelli che siedono su troni politici o economici che decidono le sorti di interi popoli senza averne mai condiviso le sofferenze — rappresentano l’antitesi di ciò che un pontificato fondato sulla misericordia e sulla giustizia cerca di incarnare.

La condanna non appartiene a una bandiera o a un’ideologia.

È una condanna morale, prima ancora che politica.

È la condanna di chi usa la forza contro i deboli, di chi trasforma la guerra in strumento di potere, di chi lascia morire di fame popolazioni intere mentre celebra i propri trionfi davanti al mondo.

Ma questa condanna non può restare solo nelle mani dei grandi della terra, né affidata unicamente alle istituzioni.

Spetta a ciascuno di noi — nei gesti quotidiani, nelle scelte di ogni giorno, nella voce che si alza o che si abbassa davanti all’ingiustizia.

Il cittadino comune non è uno spettatore della storia: ne è co-autore.

Scegliere da che parte stare, rifiutare l’indifferenza, prendersi cura del vicino prima ancora che del lontano — sono atti politici e spirituali al tempo stesso. La prepotenza prospera nel silenzio. E il silenzio è una scelta, come lo è la parola. 

In un tempo in cui troppi leader alzano muri, soffocano il dissenso e alimentano la paura, scegliere la solidarietà è già un atto di resistenza. È dire chiaramente che il potere ha senso solo quando è al servizio dell’altro — specialmente del più fragile.

Eppure, al di là dell’indignazione e della denuncia, rimane qualcosa che nessuna prepotenza riesce davvero a spegnere: la speranza. Non quella ingenua, che chiude gli occhi sulla realtà, ma quella testarda e luminosa che continua a credere nel cambiamento, nella conversione dei cuori, nella possibilità che il bene — anche quando sembra soccombere — lasci sempre un seme nel terreno della storia. È una speranza che attraversa le religioni e parla anche a chi non crede, perché nasce dalla parte più profonda dell’essere umano: quella che sa che vivere per gli altri è l’unica forma di vita che vale davvero la pena. 

Che si creda o meno, questo è un messaggio che appartiene a tutti.

(Sebastiano Ribaudo)

13 Giugno 2026
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