Carissimi fedeli,

è una bella festa quella cui ci prepariamo. È la festa dei Santi Ermacora e Fortunato che sono i nostri Patroni da sempre.

È una festa solenne.

I Primi Vesperi cantati della vigilia ci introducono gioiosamente in cattedrale, in processione, preceduti dalle croci delle Pievi storiche tra le quali anche la nostra di S. Maria di castello. L’arcivescovo, i preti, i canonici, i diaconi si incamminano verso la cattedrale partendo dall’Oratorio della Purità. La Cappella Musicale inizia a cantare “Plebs fidelis Hermachorae”. Siamo ancora il popolo fedele di Ermacora, primo vescovo di Aquileia, il quale con Fortunato ha promosso l’evangelizzazione delle nostre terre nel IV secolo d.C. Noi godiamo della loro fede vissuta e testimoniata fino al sangue.

È una festa di popolo.

Infatti entrando in chiesa vediamo una folla che prega e risponde alle intercessioni: Te, Domine, celebramus” (Ti lodiamo, o Signore) e poi “Tu illum adjuva”. Il Signore aiuti chi? Il Papa, i Vescovi  ecc…

Ma ancora più emerge la festa popolare quando nl giorno della Solennità, il 12 luglio, la S. Messa cantata delle 10.30 raccoglie la gente della città, le autorità civili e militari della Regione FVG e del Comune, tutte le associazioni con i loro gagliardetti, vessilli, labari ecc… Non è semplice folklore. Sono contento di avere preso, tanti anni fa, questa iniziativa di invitare tutte le associazioni del territorio comunale a mostrare il loro volto. Dietro un simbolo si nasconde e si rivela un gruppo di persone che vivono qualcosa che arricchisce la società, favoriscono la vita comunitaria, condividono un cammino e trasmettono alcuni valori alle nuove generazioni. L’Arcivescovo tiene una opportuna omelia illuminando con la luce della fede il momento presente e, alla fine, esce sul sagrato della chiesa per invocare la benedizione del Signore sulle famiglie, sugli ospedali  e le case di riposo, sulle realtà lavorative e di volontariato, su quanti si impegnano per il bene di tutti. Quindi il Sindaco porge un saluto cordiale alla cittadinanza.

È una festa di fede

È vero che molti si lamentano per le notti che il nostro tempo sta vivendo, ma non è con la lamentela che i tempi cambiano. Siamo noi che diamo senso al tempo e alla storia che viviamo. Il premio SS. Ermacora e Fortunato “Cuore solidale” è un piccolo e potente messaggio in controtendenza.

S. Francesco che ricordiamo nell’ottavo secolo della sua morte ci aiuta nella preghiera: Signore, dove c’è odio che io porti l’amore, dove c’è…

È questo che Ermacora e Fortunato hanno testimoniato in tempi altrettanto difficili annunciando il vangelo. San Luigi Scrosoppi, che abbiamo recentemente festeggiato nel XXV della sua canonizzazione, ha dedicato la vita alla carità verso i più bisognosi e continua ancora la sua opera tramite le Suore della Provvidenza. Non dimentichiamo il Beato Bertrando, le cui reliquie conserviamo nella nostra cattedrale, è ricordato come il patriarca della carità, come viene descritto in un pannello esposto nel nostro museo a lui dedicato. Certamente non hanno cambiato il mondo ma hanno fatto storia e fanno storia ancora oggi tutti coloro che cresciuti nella fede la testimoniano nella carità. Questa si esprime in mille modi ed è un segno dell’amore di Dio in mezzo a noi, del regno di Dio che attraversa tutti i tempi fecondando ed illuminando la storia. Il fiume dell’amore nasce da Dio, scorre nella storia, alcuni rivoli scendono nelle profondità della terra e riappaiono come piccole sorgenti di acqua fresca che dissetano, rallegrano, cantano saltellando di sasso in sasso, purificando quanto incontrano, donando vita a terre riarse dove nascono vere oasi di pace, di perdono, di bontà gratuita. Sono i nostri santi che fanno sì che “con la loro opera, nella notte, spunti e cresca il giorno della fede nel popolo”. Spunta il giorno, è l’alba, è l’aurora di un nuovo giorno che “soffre le doglie del parto”. La pienezza del giorno è sempre all’orizzonte. Solo Dio sa quando sarà il giorno pieno. Ma ci sarà. Sarà luminoso anche per la fiamma forse fioca e debole della nostra fede in Cristo, luce del mondo, testimoniata nella carità.

                                                Un cordiale saluto a tutte le famiglie e buona festa dei Santi Patroni

                                                                              Mons. Luciano Nobile, parroco

In ponte di pîts O torni in paîs.

Ritorno al mio paese in punta di piedi. Cari fedeli, mi piace comunicare ciò che vivo in questi giorni per coinvolgere anche voi nella gioia, giacché siamo in famiglia ed in famiglia si mantengono relazioni cordiali e si condividono momenti belli e preoccupazioni. Comunicare è un momento di felicità per me e scrivere a voi che leggete, per me è riposo.

Su questo foglio domenicale “L’angelo di S. Maria di castello” ho cercato di comunicare con voi 690 volte. È stato ed è per me un modo di dialogare con le persone, uno strumento di evangelizzazione silenziosa ma, spero, efficace per quanti di domenica in domenica lo hanno ritirato e letto, portato a casa anche perché altri lo potessero prendere in mano.

Sono nato in una famiglia già numerosa il 5 agosto 1942 a Basiliano. Son partito a 11 anni per il Seminario di Castellerio e son tornato in paese regolarmente per le vacanze di Natale, di Pasqua e quelle estive, durante i lunghi 13 anni di formazione.

Ho trascorso la vita pastorale sempre in Friuli per il ministero che i vari vescovi mi ha affidato: S. Paolo in Udine, Rivignano, Mortegliano, Pavia di Udine, S. Quirino in Udine, Seminario di Castellerio, Cattedrale di Udine. Sono tappe della vita che mi hanno dato l’occasione di crescere, di progettare, di fare esperienze, di conoscere nuove persone e anche di soffrire per ogni trasferimento. È una ginnastica mentale e del cuore che mantiene allenati e liberi, rende attenti, crea qualche incidente di percorso, procura qualche caduta ma poi ci si rimette in sella e si continua a camminare con maggiore forza di prima.

Al mio paese sono sempre tornato, certamente per salutare i miei parenti, di tanto in tanto, ma anche per condividere i momenti di festa: S. Marco, S. Cuore di Maria (Perdon de Madone), Sant’Andrea apostolo. È stato ed è sempre un piacere trovarsi, salutarsi, stringersi la mano e comunicarsi notizie.

Amo il mio paese perché le persone che mi hanno voluto bene, hanno pregato per me e mi hanno accompagnato lungo il cammino della vita e stimato, anche oltre i miei meriti. Questa comunità cristiana mi ha donato qualcosa di grande ed inestimabile: il Battesimo, la Comunione Eucaristica, la Cresima, cioè la ricchezza dei sacramenti della iniziazione cristiana. Sono stato ordinato sacerdote in cattedrale il 29 giugno 1966, Solennità dei SS. Pietro e Paolo, e ho celebrato la prima S. Messa il 3 luglio a Basiliano, con una partecipazione davvero corale. Tutto il paese era presente e in festa.

Quando celebro la Messa a Basiliano, vedo i chierichetti in sagrestia e me, bambino, a servire all’altare con i miei coetanei. E chiedo ai bambini: Come ti chiami? Chi è tuo nonno o nonna? E da lì risalgo alla famiglia. Ma tante volte non è così perché persone nuove sono venute ad abitare in paese e mi fa piacere sapere che si integrano e frequentano la comunità cristiana. Questa domenica vado a celebrare la Messa nel 60° anniversario di Ordinazione sacerdotale. Sono grato al parroco don Gabriel che mi ha invitato, anche perché son stato suo Rettore in Seminario e l’ho accolto e accompagnato per sei anni di formazione. Vado a ringraziare i miei famigliari e tutti i parenti ed amici. Entro anche in cimitero perché là riposano le spoglie di tante persone cui debbo riconoscenza. A Messa ci saranno anche loro, sono certo. La liturgia della terra è in comunione con la liturgia perenne del cielo dove i beati, tra i quali anche i nostri cari defunti, godono della visione di Dio, mentre noi camminiamo nella speranza. Cielo e terra si incontrano, l’eternità entra nel tempo. È uno spaccato di eternità dove anche noi ci sentiamo concittadini dei santi. Tutti insieme ringraziamo il Signore con Cristo che perpetua la sua presenza in mezzo a noi, nella forza dello Spirito santo.

Un cordiale saluto a tutti e grazie per la vostra preghiera.

Don Luciano, parroco.

Carissimi fedeli,

                         ultimamene abbiamo celebrato insieme una festa a noi cara: la solennità del Corpus Domini. Ci ha fatto sentire il Signore vicino a noi, anzi Lui stesso pellegrino con noi lungo le strade della nostra città. Dopo aver celebrato la S. Messa presieduta dall’ Arcivescovo, abbiamo partecipato alla processione che mi è sembrata raccolta e devota, cogliendo quelle riflessioni che ci venivano proposte dai lettori dell 5 parrocchie del centro-città e ripetendo a voce alta le preghiere di lode, di adorazione, di richiesta di grazie o di perdono. Grazie alla cappella Musicale che ci ha coinvolti nei canti eucaristici,  agli Scout cattolici d’Europa che ogni anno si prestano ad aprire la processione recando il crocifisso e a reggere gli altoparlanti, alla Polizia Locale che garantisce l’ordine, agli Alpini che, con braccia forti e abituate alla fatica, sempre si offrono di portare il baldacchino. Non abbiamo chiamato quest’anno la banda musicale che dona senz’altro una nota di colore. Abbiamo voluto una processione ritmata soltanto dalla preghiera e dal canto con qualche spazio di meditazione silenziosa. Le tre soste ci hanno aiutato a riflettere sulla tragedia del terremoto avvenuto nel 1976 che ci ha fatto gustare la solidarietà delle chiese sorelle d’ Italia e oltre, sulla rinascita del popolo friulano che con coraggio ammirevole si è rimboccato le maniche per ricostruire quanto era stato distrutto, sulla necessità di ricostruire sempre il tessuto sociale dei nostri paesi ed il tessuto cristiano delle nostre comunità ecclesiali.

Ora ci stiamo avvicinando alla Solennità dei Patroni, venerdì 26 giugno vi presentiamo una proposta culturale interessante (clicca QUI) che può essere considerata il pronao attraverso il quale tutti possiamo passare per vivere poi con fede la festa patronale con la celebrazione della S. Messa alle 10.30 ed il concerto dellle ore 20.30 in occasione della consegna del Premio Santi Ermacora e Fortunato – Cuore Solidale, giunto alla seconda Edizione ed al quale auguriamo lunga vita per mettere in risalto il bene che non fa chiasso ma cambia il mondo.

A tutti auguro ogni bene.                                           

Cordialmente, don Luciano, parroco

PAPA LEONE XIV

Nel suo primo discorso a Barcellona dalla Cattedrale della Santa Croce e Sant’Eulalia, il Papa ha detto: “Il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita è un clima di famiglia, in cui si vive insieme, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”. Il Pontefice ha aggiunto che “Barcellona, in questo, ha una grande tradizione”, ricordando che ne faceva memoria San Giovanni Paolo II “quando, in visita qui, lodava l’animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti”. E “nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione.

Dalla solidarietà al Santo Padre alla condanna dei prepotenti

In questi giorni, il nome di Papa Leone XIV risuona in tutto il mondo, accompagnato da un sentimento che va ben oltre i confini della fede cattolica: la solidarietà. Non quella formale, di circostanza, ma quella autentica che unisce persone di culture, tradizioni e convinzioni diverse attorno a una figura che ha già mostrato di voler mettere al centro del proprio pontificato i più vulnerabili. E proprio questa solidarietà diventa specchio. Riflette, per contrasto, tutto ciò che nel mondo cammina nella direzione opposta. Perché mentre ci si stringe attorno a chi ha scelto il servizio come vocazione, non si può restare in silenzio davanti a chi esercita il potere come sopraffazione. I prepotenti del mondo – quelli che siedono su troni politici o economici che decidono le sorti di interi popoli senza averne mai condiviso le sofferenze — rappresentano l’antitesi di ciò che un pontificato fondato sulla misericordia e sulla giustizia cerca di incarnare.

La condanna non appartiene a una bandiera o a un’ideologia.

È una condanna morale, prima ancora che politica.

È la condanna di chi usa la forza contro i deboli, di chi trasforma la guerra in strumento di potere, di chi lascia morire di fame popolazioni intere mentre celebra i propri trionfi davanti al mondo.

Ma questa condanna non può restare solo nelle mani dei grandi della terra, né affidata unicamente alle istituzioni.

Spetta a ciascuno di noi — nei gesti quotidiani, nelle scelte di ogni giorno, nella voce che si alza o che si abbassa davanti all’ingiustizia.

Il cittadino comune non è uno spettatore della storia: ne è co-autore.

Scegliere da che parte stare, rifiutare l’indifferenza, prendersi cura del vicino prima ancora che del lontano — sono atti politici e spirituali al tempo stesso. La prepotenza prospera nel silenzio. E il silenzio è una scelta, come lo è la parola. 

In un tempo in cui troppi leader alzano muri, soffocano il dissenso e alimentano la paura, scegliere la solidarietà è già un atto di resistenza. È dire chiaramente che il potere ha senso solo quando è al servizio dell’altro — specialmente del più fragile.

Eppure, al di là dell’indignazione e della denuncia, rimane qualcosa che nessuna prepotenza riesce davvero a spegnere: la speranza. Non quella ingenua, che chiude gli occhi sulla realtà, ma quella testarda e luminosa che continua a credere nel cambiamento, nella conversione dei cuori, nella possibilità che il bene — anche quando sembra soccombere — lasci sempre un seme nel terreno della storia. È una speranza che attraversa le religioni e parla anche a chi non crede, perché nasce dalla parte più profonda dell’essere umano: quella che sa che vivere per gli altri è l’unica forma di vita che vale davvero la pena. 

Che si creda o meno, questo è un messaggio che appartiene a tutti.

(Sebastiano Ribaudo)

Quando l’orizzonte si fa corto

Vi sarete chiesti o vi avranno chiesto: cosa può dare senso e significato alla vita quando l’orizzonte si fa corto e il presente diventa l’unico tempo davvero abitabile?_ 

Penso che la risposta stia innanzitutto in un cambiamento di scala – non nel rinunciare al significato, ma nel cercarlo in luoghi diversi da quelli che la cultura moderna tende a valorizzare. Una cultura che misura tutto in termini di produttività, progetto, futuro. Ma il senso non ha bisogno del futuro per esistere.

Le relazioni affettive diventano, in età avanzata, il terreno più fertile. Non le relazioni utili o socialmente necessarie, ma quelle vere: i nipoti, gli amici di lunga data, persino nuove amicizie inaspettate. La capacità di essere presenti per qualcuno è un dono che non si consuma con l’età. Anzi, spesso si affina.

C’è poi la trasmissione – passare qualcosa alle generazioni successive: un sapere, una storia, un modo di guardare il mondo. Non come insegnamento cattedratico, ma come testimonianza viva. “Io ho vissuto, e ho imparato questo.” È una forma di continuità che trascende il tempo individuale, un filo che continua oltre di noi.

In età avanzata diventa anche possibile qualcosa che la frenesia della vita attiva spesso impedisce: la contemplazione. Da giovani si fa; da anziani si può finalmente vedere. La bellezza di un tramonto, di una musica, di un libro riletto con occhi diversi. L’attenzione che si dà alle piccole cose diventa essa stessa un atto di gratitudine verso l’esistenza. 

E poi c’è la riconciliazione – con sé stessi, con le proprie scelte, con ciò che non è andato come si sperava. Non rassegnazione, ma qualcosa di più maturo: l’accettazione che una vita intera, con tutte le sue contraddizioni, ha comunque avuto un valore. Erik Erikson chiamava questa sfida dell’ultima stagione della vita il confronto tra integrità e disperazione. Chi riesce a guardare indietro e riconoscere che la propria vita aveva una forma – non perfetta, ma autentica – trova una pace che è essa stessa pienezza.

Il cristianesimo, su tutto questo, ha qualcosa di specifico e potente da dire.

Al cuore del messaggio evangelico c’è un’idea radicale: il valore di una persona non dipende da ciò che produce o progetta, ma da ciò che è. “Sei amato” – non perché sei utile, non perché hai ancora un lungo futuro davanti, ma semplicemente perché esisti. È una risposta diretta, quasi chirurgica, all’angoscia moderna della produttività perduta.

Il Vangelo insiste che Dio si incontra adesso, non in un futuro ipotetico. “Non affannatevi per il domani” dice Gesù nel Discorso della Montagna. In età avanzata queste parole smettono di essere un consiglio astratto e diventano quasi una descrizione della realtà. L’orizzonte corto, come è stato  definito,   può diventare paradossalmente un’apertura verso il verticale – verso la profondità invece che verso la lunghezza. Non meno spazio, ma uno spazio diverso. 

La tradizione ebraico-cristiana custodisce inoltre qualcosa che la cultura contemporanea ha quasi del tutto dimenticato: la dignità specifica della vecchiaia. Gli anziani nella Bibbia sono i portatori di memoria, i testimoni. Il libro dei Proverbi dice che i capelli bianchi sono “una corona di gloria”. Non declino, ma compimento.

Il contributo più originale del cristianesimo rimane però la questione della morte. Non tolta di mezzo con una consolazione ingenua, ma privata della sua assolutezza. Se la vita non finisce nel nulla, allora ogni momento vissuto – anche nel tempo della fragilità – acquista un peso che va oltre se stesso. Ci si avvicina a qualcosa, non ci si allontana da tutto. S. Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. In vecchiaia quell’inquietudine può finalmente placarsi, non per stanchezza, ma per approssimazione.

E anche quando il corpo non permette più molto, rimane la preghiera – intesa come attenzione, ascolto, gratitudine silenziosa. I contemplativi cristiani direbbero che non è poco. È forse il massimo. Il paradosso più bello è questo: il cristianesimo offre un linguaggio in cui la fragilità non è una sconfitta. La croce stessa – il simbolo centrale della fede – è il punto in cui il significato emerge proprio là dove tutto sembra perduto. Per chi è anziano e credente, questo non è una metafora lontana. È quasi una biografia.

E forse il segreto ultimo, al di là di ogni tradizione, sta nella capacità di meravigliarsi ancora – di conservare la curiosità, lo stupore, l’interesse per le cose. Chi la mantiene non perde mai davvero il filo del senso. Perché il senso non si trova altrove. Si riconosce  in ciò che si è vissuto, in ciò che si è ancora capaci di sentire, in ciò che, misteriosamente, ci precede e ci attende.

(Sebastiano Ribaudo)

UNA FEDE CHE TRASFORMA LA VITA

Un cristiano si contraddistingue principalmente per la fede in Gesù Cristo, l’impegno a vivere secondo il suo insegnamento e la presenza di un amore altruistico e concreto verso il prossimo.

Per comprendere meglio cosa significhi essere cristiani e come questa identità si traduca nella vita di ogni giorno, possiamo considerare alcuni aspetti fondamentali della fede e della testimonianza.

Identità e fede

La caratteristica fondante di un cristiano è la relazione personale con Cristo che ci ha amati per primo e ci ha scelti e noi ci lasciamo amare da Lui. Non  si tratta semplicemente di aderire ad alcune regole o di partecipare a riti religiosi, ma di avere una fede viva in Gesù risorto, riconoscendolo come Figlio di Dio e Salvatore personale di tutti. Questa fede produce una trasformazione della vita, che si manifesta in scelte, pensieri e atteggiamenti continuamente rinnovati dalla partecipazione alla S. Messa che è il sostegno della nostra vita cristiana.

Espressione quotidiana

Un cristiano autentico cerca di armonizzare la propria vita con la Parola di Dio e la volontà divina: esprime giustizia, pazienza, umiltà, onestà e altruismo in ogni ambito, sia nella famiglia sia nella società. Il cristiano si distingue per la capacità di perdonare, aiutare chi è in difficoltà, essere sincero e servire senza secondi fini. I suoi atti sono guidati dall’amore e dalla ricerca del bene altrui.

Dimensione interiore e testimonianza

La differenza tra il semplice rappresenta una caratteristica essenziale. Non basta, infatti, conoscere o praticare esteriormente la religione: ciò che distingue il cristiano è la fedeltà interiore e la disponibilità a lasciarsi cambiare da Dio.

“Voi Un cristiano non si lascia condizionare dalle mode o dallo “spirito del tempo”, ma vive secondo i principi del Vangelo, anche se questi sono controcorrente rispetto alla mentalità diffusa. La libertà dalle inclinazioni egoistiche e dalla ricerca del consenso sociale è segno distintivo della maturità cristiana. 

Libertà e autonomia spirituale

cuore l’invito di Gesù, che illumina il senso profondo dell’essere cristiani:

Sintesi

• Fede in Gesù Cristo come Signore e Salvatore di tutti.

• Vita rinnovata e coerente con il Vangelo, sostenuta dai sacramenti.

• Amore verso il prossimo e capacità di perdonare.

• Libertà interiore, indipendenza dal giudizio del mondo.

• Testimonianza concreta della propria fede con le opere 

Conclusione

Essere cristiani non è una condizione acquisita una volta per tutte, ma un cammino quotidiano di fede, conversione e amore. In un mondo che spesso esalta l’apparenza, il successo e l’individualismo, il vero discepolo di Cristo sceglie la via della semplicità e del dono di sé. Il cristiano autentico non cerca di distinguersi con le parole, ma con la coerenza e la luce delle proprie azioni.

Ogni gesto di perdono, ogni atto di servizio, ogni scelta guidata dall’amore diventa allora una piccola testimonianza del Vangelo vivente. Solo così la fede smette di essere un’idea astratta e si fa vita che illumina e rinnova il mondo. A conclusione di questo cammino di riflessione, lasciamo che risuoni nel siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte.” (Matteo 5,14)

Sebastiano Ribaudo

È  ACCADUTA UNA COSA BELLA

Carissimi fedeli,

                        è grande questa festa, ci dà la sensazione di una nuova creazione, di una pienezza di gioia che inonda le nostre comunità che celebrano la discesa dello Spirito di Dio che ci impregna di amore, di quell’amore che Gesù ci ha manifestato nel giorno di Pasqua e che ogni domenica noi accogliamo vivendo il mistero della S. Messa. Ma questa cosa bella che accade ogni anno genera cose buone. Una settantina di persone adulte si sono preparate a ricevere il dono dello Spirito attraverso l’imposizione delle mani dell’Arcivescovo, la preghiera e la crismazione. Chi accoglie lo Spirito viene consacrato a Dio, non per se stesso ma in vista di una missione: essere profeta per interpretare la storia alla luce della Parola di Dio, essere sacerdote per offrire a Dio il culto con la propria vita cristiana nella S. Messa assieme al pane e al vino, essere pastore nel senso di assumersi le responsabilità che la vita presenta. I cresimati assumono questa triplice missione di Cristo.

 Su questo foglio viene comunicata oggi la iniziativa del “Premio dei Santi Patroni: Cuore solidale”. Direi che questa iniziativa torni opportuna proprio oggi come un dono, poiché, in mezzo a tante tristi notizie anche di questi giorni, ci viene comunicata una notizia bella. Ci sono tante persone che nascondono in se stesse un cuore solidale che si esprime in dedizione prolungata, esemplare, che cambia il mondo. È cosa buona segnalare, porre in evidenza, pubblicare il bene che esiste nel nostro mondo. È un segno di speranza.  È una presa di coscienza che

ci rallegra. Il Premio cui ho accennato ha questa finalità. Ringraziamo lo Spirito Santo che suscita tanto bene nel mondo e diventa una prova della sua presenza costante e del suo operare nei cuori che diventano sempre più solidali. E questa è la garanzia della  presenza del Regno di Dio nel nostro mondo.

Buona festa di Pentecoste.           

Il Parroco don Luciano.

Vieni, o Spirito creatore

Vieni, o Spirito creatore,

visita le nostre menti,

riempi della tua grazia i cuori che hai creato.

O dolce consolatore, dono del Padre altissimo, acqua viva, fuoco, amore, santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio, promesso dal Salvatore, irradia i tuoi sette doni, suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore; sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico, reca in dono la pace, la tua guida invincibile ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo Amore.

Amen

                                             

Carissimi parrocchiani,

domenica scorsa abbiamo celebrato una festa, bella, raccolta, ricca di sentimenti, rivedendoci bambini attorno all’altare, come i fanciulli/e che hanno partecipato alla Messa della loro Prima Comunione. Tutti nutriamo la speranza che, crescendo, questi figli possano essere continuamente corroborati dall’ Eucaristia e vivano la testimonianza della vita di Cristo, aiutati anche dalle loro famiglie e dalla comunità. È lunedì notte e sono appena tornato dal seminario di Castellerio ove si è tenuto un incontro diocesano per discutere sui progetti, sulle collaborazioni pastorali vissute nell’amore reciproco “perché il mondo creda”, accogliendo la Parola di Dio. Anche se è tardi, apro il piccolo Messale che tengo in casa e leggo il Vangelo che tutti abbiamo sentito oggi. E ho fatto qualche riflessione che nuovamente propongo a me e a voi perché non ci agitiamo ma nuotiamo nel mare della vita personale e comunitaria con serenità. Gesù ascende al cielo e affida una missione: «Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli» (Mt28,19). Ieri si è fidato dei suoi apostoli, entusiasti e fragili, pronti a promettere: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. (Mt 26,35) Così Pietro. Ma così anche gli altri ma l’evangelista nota: “Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56). Non mi pare siano stati tanto coraggiosi, gli apostoli, inizialmente. Non sono stati all’altezza della loro vocazione e della situazione. Questo non mi scandalizza, anzi mi conforta.
Li comprendo. Sempre più mi accorgo che il cristianesimo è un paradosso.
Dio si è fidato di “questi apostoli” un tempo e oggi si fida di me, di te, di tutti noi e ci manda nel mondo. Noi progettiamo, giustamente, per non battere inutilmente l’aria. Ma non siamo superuomini che vanno a manifestare il loro coraggio. Siamo “vasi di creta, di terra”. Non possiamo far nulla da noi stessi. Dipendiamo dallo Spirito che Gesù ci ha promesso.
La nostra fede, simboleggiata da questa donna che fissa lo sguardo su Cristo che sale al cielo, dipinta dal Louis Dorigy sulla parte destra dell’abside della nostra cattedrale, è la luce che sostiene la nostra perenne attesa dello Spirito che, invocato, sempre viene a dare fecondità alla nostra umile parola, alla nostra sincera testimonianza di vita, perfino alle nostre paure e
contraddizioni trasformate dalla sua forza, ai nostri fallimenti che ci rendono umili e fanno spazio a Lui che ci consola e difende.
Così ogni nostro servizio, prestato con umiltà nel nostro stato di vita, con la sua potenza può diventare testimonianza feconda di bene, produce la pace, attira alla fede, diffonde amore e genera speranza.
Un cordiale saluto a tutti e l’augurio che la prossima Domenica di Pentecoste lo Spirito Santo scenda su tutti e rinnovi la nostra vita.
Don Luciano, parroco

MESE DI MAGGIO

L’eternità dell’amore: tra poesia e fede

“L’amore è una forma di eternità. È ciò che ci salva dal tempo e dall’oblio.”

In questa frase attribuita a Alda Merini si condensa un’intuizione profonda: l’essere umano, pur immerso nel fluire del tempo, fa esperienza di qualcosa che sembra sottrarsi alla sua legge. Il tempo consuma, trasforma, dissolve; l’oblio cancella anche ciò che il tempo risparmia. Eppure, nell’amore, qualcosa resiste. Questa idea affonda le sue radici già nella filosofia antica. Platone, nel Simposio, descrive l’amore come desiderio di immortalità: l’uomo, consapevole della propria finitezza, cerca di partecipare all’eterno attraverso ciò che genera e attraverso i legami che costruisce. Amare significa allora oltrepassare i confini del proprio io e inscriversi in una continuità più ampia. Con Søren Kierkegaard, l’amore diventa una scelta che si rinnova nel tempo e proprio per questo lo trascende. Non è l’istante emotivo a renderlo eterno, ma la fedeltà che lo sostiene. In questa prospettiva, l’amore autentico non subisce il tempo: lo attraversa e lo trasfigura. Anche Henri Bergson aiuta a comprendere questa esperienza distinguendo tra il tempo misurabile e la “durata” vissuta. Nell’amore, il tempo non si conta più: si intensifica. Un attimo può contenere un’intera vita, perché ciò che conta non è la quantità, ma la qualità dell’esperienza.

A questo orizzonte filosofico si affianca, in modo sorprendentemente armonico, la visione cristiana. Nella prospettiva del Vangelo, l’amore non è soltanto una tensione verso l’eterno, ma una partecipazione all’eterno stesso. Nel Vangelo secondo Giovanni si legge infatti che “Dio è amore”: l’eternità non è un tempo infinito, ma una relazione viva, una comunione. Per San Paolo, l’amore è l’unica realtà che non passa: tutto il resto è destinato a cadere, ma la carità “non avrà mai fine”. Qui l’intuizione di Merini trova un’eco ancora più radicale: l’amore non solo lascia tracce nel tempo, ma è ciò che sopravvive al tempo stesso.

Anche Sant’Agostino vede nell’amore il principio che unifica e salva l’esistenza dalla dispersione. Il tempo, per lui, è frammentazione e inquietudine; l’amore, invece, raccoglie, dà senso, orienta verso ciò che non passa. Amare significa già cominciare a dimorare in ciò che è eterno.

Così, tra poesia, filosofia e fede, emerge una stessa verità sotto forme diverse: l’amore non elimina la finitezza umana, ma la trasfigura. Per Merini, esso salva dall’oblio lasciando trac ce indelebili nel cristia nesimo, salva persino dalla morte, perché ciò  è eterno.

(Sebastiano Ribaudo)

Carissimi,             

abbiamo intrapreso il cammino del tempo pasquale, un tempo di gioia per la resurrezione di Cristo, un tempo di dolore per le guerre in atto, un tempo in cui rafforzare la speranza. La forza di camminare e sperare ci viene dal Risorto. A Lui il nostro ringraziamento ma anche a tutti coloro che in diversi modi collaborano all’ unità tra i popoli, gettando semi di bontà, di misericordia e di perdono nei solchi della nostra storia. Tutti possiamo essere seminatori di bontà con gesti che fanno parte di una normale vita cristiana e profumano di vita nuova.

Ringrazio i sacerdoti che, in preparazione della Pasqua, si sono prestati per il servizio delle Confessioni, i sagrestani, i Pueri et Juvenes cantores, la Cappella Musicale, i ministri della Comunione Eucaristica, i lettori, tutti coloro che hanno collaborato per rendere solenni e partecipate le liturgie di Pasqua.

Accogliamo l’invito del Papa a pregare per la pace. Ricordiamo anche tutti i bambini che nel tempo pasquale vengono battezzati ed entrano a far parte della chiesa, i fanciulli che oggi celebrano la festa del perdono poiché si sono accostati in questi giorni al sacramento della riconciliazione, ai ragazzi che il 10 maggio parteciperanno alla S. Messa della Prima Comunione Eucaristica. Si avvicina ormai il mese di maggio, tradizionalmente dedicato alla B. V. Maria. Siamo invitati a recitare il S. Rosario per la pace nel mondo. Possiamo aiutarci anche con i mezzi di comunicazione (radio Maria, TV 2000…) oltre che partecipare al Rosario che viene recitato in chiesa. Il 24 maggio celebreremo la solennità di Pentecoste e verranno cresimati tanti adulti che si sono preparati ad accogliere lo Spirito santo e a testimoniare con coraggio il Signore con la loro vita.

Il 7 giugno, “Corpus Domini”, avrà luogo anche la processione Eucaristica lungo le strade della nostra città. Sono momenti di spiritualità che vivremo insieme.

Non mi resta che augurare a tutti un buon cammino.

Il Parroco don Luciano.