E dopo il Giubileo?
Il 6 gennaio scorso papa Leone XIV ha chiuso la porta santa della Basilica di San Pietro, dichiarando concluso il Giubileo della Speranza. L’anno giubilare appena trascorso è stato un tempo di grazia che ha invitato ciascuno a rallentare il passo e a rimettere al centro l’essenziale. È stato un cammino segnato da porte aperte, non solo quelle simboliche, ma soprattutto quelle del cuore, chiamate a lasciar entrare misericordia, riconciliazione e speranza.
Il Giubileo ci ha ricordato che il perdono non è un gesto astratto, ma una scelta quotidiana, spesso faticosa, che libera chi lo riceve e chi lo dona. In un tempo storico segnato da divisioni, incertezze e fragilità, questo anno speciale ha offerto l’occasione di riscoprire il valore dell’ascolto, della pazienza e della solidarietà concreta verso i più deboli. Molti hanno vissuto il Giubileo come un ritorno alle radici della fede, altri come un primo passo o una ripresa dopo un periodo di distanza. Pellegrinaggi, momenti di silenzio, celebrazioni e opere di carità hanno intrecciato la dimensione spirituale con quella quotidiana, ricordandoci che la fede non si esaurisce nei riti, ma si traduce in scelte di vita. Ora che l’anno giubilare si è concluso, la sfida più grande è non disperdere quanto seminato. Il Giubileo non è un punto di arrivo, ma un passaggio: ciò che abbiamo riscoperto — il senso della misericordia, della responsabilità reciproca e della speranza — è chiamato a diventare stile permanente. Solo così l’esperienza giubilare potrà continuare a dare frutto nel tempo, trasformando la vita personale e le nostre comunità.
(Matteo Carota)
IL NOSTRO GIUBILEO
… per non dimenticare
(a cura di Sebastiano Ribaudo)
SUL MONDO SPLENDE IL SOLE OLTRE LE NUBI
CHIAMATI A DARE SEGNI DI SPERANZA
Viviamo in un tempo in cui molti cuori sono appesantiti dalla fatica, dalla solitudine e dalle incertezze del futuro. Proprio per questo, come cristiani, siamo chiamati più che mai a diventare portatori di speranza.
Non una speranza vaga o superficiale, ma quella che nasce dalla fede nel Signore risorto, Colui che ha vinto il male e la morte e che continua ad accompagnare la nostra storia.
Ogni giorno incontriamo persone che forse non chiedono grandi discorsi, ma solo un gesto gentile, uno sguardo accogliente, una parola che faccia sentire che non sono sole.
La speranza cristiana non è un sentimento passeggero, ma una presenza viva che si trasmette attraverso la nostra vita concreta: un ascolto sincero, un aiuto offerto con discrezione, una testimonianza di fiducia anche nelle prove. Quando, pur nelle difficoltà, continuiamo a credere nell’amore di Dio e lo rendiamo visibile con gesti semplici, diventiamo luce nel buio del mondo.
Il Signore ci invita a non chiuderci nelle nostre preoccupazioni, ma a lasciarci guidare dal suo Spirito per essere segni della sua consolazione.
Ogni volta che scegliamo di perdonare, incoraggiare, servire, stiamo annunciando che il bene è più forte del male e che la grazia è all’opera anche quando non ce ne accorgiamo. Non aspettiamo grandi occasioni: la speranza si costruisce nelle piccole fedeltà quotidiane, nel modo in cui trattiamo chi ci vive accanto, nel coraggio di rimanere saldi nella fede anche quando tutto sembra vacillare.
Il mondo ha bisogno di vedere cristiani che non si arrendono, che sanno mantenersi calmi anche nelle tempeste, perché hanno posto la loro sicurezza in Dio.
Chiediamo al Signore che ci renda strumenti del suo amore, perché attraverso la nostra vita molti possano ricevere un raggio di luce.
Sì, siamo chiamati a dare segni di speranza: che questa missione diventi la nostra gioia e il nostro impegno quotidiano. Come ha scritto Papa Benedetto XVI, “chi ha speranza vive diversamente; gli è donata una vita nuova.”(Spe Salvi, 2). La nostra speranza è radicata in Cristo.
(a cura di Matteo Carota)
Il tempo e il dominio dell’uomo su di esso
L’anno sabbatico segue la stessa logica dello shabbat, un’istituzione dell’Antico Testamento essenziale per cogliere l’essenza dell’umanesimo biblico. Porre un sigillo su un giorno della settimana significa aver sottratto il tempo al dominio assoluto degli uomini. Nessuno possiede il tempo. Nella settimana ebraica lo shabbat è il settimo giorno, festivo e consacrato a Dio, nel corso del quale si interrompe ogni lavoro e attività che comportino cosciente trasformazione dell’ordine esistente. Durante un anno giubilare, dovevano essere compiuti con maggiore radicalità i gesti di fraternità umana e cosmica celebrati durante l’anno sabbatico ogni sette anni, ovvero la cessazione dei lavori nei campi, la liberazione degli schiavi e la remissione dei debiti. Infatti, il giubileo ebraico cadeva ogni sette anni sabbatici.
Tornando alla settimana, nel mondo cristiano il sabato è diventato il giorno che precede la festa ed è ricco di gioia perché si apre alla domenica, caratterizzata non solo dal riposo, ma dall’inizio della settimana che ci ricorda la Resurrezione di Cristo. Non siamo padroni del tempo, che scorre come un fiume: forse siamo padroni o meglio gestori accorti o intelligenti amministratori o semplici consumatori del momento che viviamo, ma il tempo è di Dio. Non c’è virtù umana che possa permetterci di esercitare qualche potere sul tempo, se non quella che il Signore ci regala per vivere il tempo: la speranza. La sapienza ci porta a pregare e a discernere ogni momento come possibilità di vivere con speranza nel tempo.
Il lavoro alla luce della fede
Il lavoro è una parte integrante della vita, perché vi investiamo larga parte del nostro tempo, delle nostre energie e dei nostri pensieri. Per alcuni lavorare è un piacere, per altri è un peso, per altri ancora è una semplice necessità. Alla luce della fede, il lavoro non è soltanto uno strumento d’azione; viene sviluppata la persona del singolo, il quale contribuisce al progresso della società nel suo complesso. Quindi cosa accade quando vediamo il lavoro con lo sguardo della fede, e non con quello della produttività e del dovere? Questa riflessione scaturisce da una domanda molto profonda nella sua semplicità: che significato ha il mio lavoro agli occhi di Dio? La fatica, le frustrazioni e gli incombenti dietro l’angolo, insieme con i rapporti che intrecciamo sul lavoro, possono diventare un punto d’incontro con il Signore? Alla luce della fede, il lavoro è uno spazio in cui coltivare responsabilità, equilibrio, disponibilità, ma anche pazienza, umiltà e speranza. Coltivare la speranza non implica perdere il contatto con la realtà, né tantomeno nutrire un susseguirsi di illusioni: implica essere certi che le giornate più faticose, se vissute con fede, non sono mai sprecate.
Fede e fatturato: una convivenza possibile?
Nel mondo contemporaneo, dove l’efficienza economica e il profitto sembrano dominare ogni aspetto della vita, la domanda se fede e fatturato possano convivere è quanto mai attuale. A prima vista, sembrano appartenere a due mondi inconciliabili: la fede richiama valori come gratuità, giustizia, solidarietà; il fatturato evoca numeri, competizione, profitto. Eppure, una convivenza non solo è possibile, ma può diventare necessaria e virtuosa. L’imprenditore credente non è chiamato a rinunciare al successo economico, ma a vivere l’attività economica come una vocazione, secondo i principi del Vangelo. Il lavoro e l’impresa diventano luoghi in cui si esercita la responsabilità verso i dipendenti, i clienti, l’ambiente. La dottrina sociale della Chiesa parla di un’economia “al servizio dell’uomo”, dove il profitto non è fine a sé stesso ma mezzo per creare valore umano e sociale, che quindi dà agli uomini la speranza di migliorare la propria vita. In definitiva, fede e fatturato possono camminare insieme quando l’etica guida le scelte economiche, e quando l’impresa diventa spazio di fraternità e non solo di produttività. Non è facile, ma è possibile. Ed è ciò di cui oggi la società ha più bisogno.
Comunicare con fede nel tempo dell’incertezza
Siamo regolarmente trascinati da un flusso continuo di notizie: titoli, video, commenti, analisi. La rapida diffusione delle notizie dà all’informazione un terreno molto fragile in cui la verità è oggetto di contesa, così la fiducia nell’informazione viene meno e a lungo andare la paura viene abitualmente trasmessa non solo nel modo in cui ci informiamo, ma anche in quello in cui comunichiamo, fomentando allarmismo e diffidenza. Comunicare con fede significa scegliere di credere che la parola può costruire ponti, generando fiducia e curando ferite, anche quando il mondo sembra crollarci addosso. Non basta trasmettere notizie, è necessario avere il desiderio di raccontare la verità, dando luce a ciò che viene nascosto.
Comunicare con fede implica dare importanza alla qualità delle informazioni e non limitarsi a scegliere se dire qualcosa o non farlo. Implica rifiutarsi di strumentalizzare la paura e scegliere invece informazioni che costruiscono, educano e promuovono la fiducia e la solidarietà. Anche nel caos mediatico, la fede nella comunicazione, si traduce nella volontà di ascoltare e non solo di parlare.
Comunicare con fede nel tempo dell’incertezza è una sfida continua, oltre a essere una missione fondamentale. Farlo non vuol dire avere tutte le risposte, ma scegliere ogni giorno di fare della comunicazione un atto che costruisce, che cura, che dà spazio alla speranza e alla verità. In un mondo pieno d’incertezze, la fede nella parola diventa un modo per continuare a credere nel suo potere di cambiare il mondo.
Famiglia e fede: un’alleanza sacra
La famiglia è il luogo in cui la vita cresce, nasce e si proietta verso il futuro. Compito della famiglia è la tutela di tradizioni, valori e ricordi trasmessi dai suoi anziani; questo gesto indica che Dio continua a sperare nell’umanità, soprattutto quando i coniugi aspettano la nascita di un figlio. Generare e accogliere la vita è uno degli atti più profondi di speranza. Mettere al mondo un figlio, educarlo, prendersene cura, significa credere nel futuro, nonostante le incertezze del presente.
Pregare insieme, superare le difficoltà quotidiane e perdonarsi sono solo alcuni segni che Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza: in un presente in cui le relazioni sono sempre più fragili, le famiglie che rimangono unite sono una testimonianza viva di speranza che l’amore fedele è ancora possibile. Ogni famiglia che vive secondo il Vangelo anticipa il Regno di Dio nella storia. È una realtà umana che guarda al cielo, rendendo visibile la speranza eterna nella concretezza delle relazioni quotidiane.
Anche in tempi di crisi e trasformazioni sociali, la famiglia rimane un pilastro fondamentale della società, capace di generare non solo vita biologica, ma vita spirituale e morale. Custodirla e sostenerla significa costruire le basi di una società più giusta, fraterna e aperta al futuro.
Servire è governare con il cuore
Cosa c’entra il Giubileo con la politica? Ogni autorità è, in fondo, un servizio. San Paolo scrive ai Romani che “chi governa lo faccia con diligenza” (Rm 12,8), e Gesù stesso lava i piedi ai suoi discepoli per mostrare che governare è servire Gesù ci ha mostrato che il potere vero è proprio quello che si fa servizio e lo ha fatto chinandosi a lavare i piedi dei suoi Apostoli. E San Paolo, nella Lettera ai Romani, ci ricorda: “Chi governa, lo faccia con impegno” (Rm 12,8). Ma aggiungiamo oggi: con speranza. Con la speranza fondata sulla fiducia che Dio opera anche nelle scelte pubbliche, quando sono animate dal desiderio sincero di compiere il bene. Anche governare può essere un atto di speranza. Speranza che il bene comune prevalga sul tornaconto personale, tramite il proprio esempio. Speranza che si possa ancora amministrare con giustizia, trasparenza, passione. Speranza che chi amministra il nostro paese e i nostri enti locali lo faccia accompagnato dalla preghiera di chi crede. In un tempo in cui la fiducia nelle istituzioni sembra affievolirsi, questo Giubileo ci ricorda che governare può essere ancora una vocazione, se vissuta con umiltà e spirito di servizio. Per tutti noi questa è un’occasione per pregare per chi ci amministra, troppo spesso oggetto solo di inutili critiche e polemiche.
Un Giubileo per chi ci guida nella fede
In occasione del Giubileo dei sacerdoti, papa Leone XIV li ha esortati a radicare la loro vita e il loro ministero «in un amore sempre più forte, personale e autentico per Gesù», rimarcando l’importanza di restare immersi nella realtà della vita delle persone, invito rivolto a più riprese anche dal compianto papa Francesco. Il Giubileo li spinge a sentirsi guardati da Dio e salvati dalla Sua misericordia, per poi imparare a guardare con lo stesso sguardo paterno. Questo sguardo sacerdotale non giudica ma accoglie, accompagna e perdona.
In questo Giubileo, siamo chiamati a pregare per i nostri sacerdoti, affinché possano rinvigorire il loro amore personale per Gesù; esercitare uno stile pastorale fatto di misericordia e concretezza, accogliere con cuore paterno ogni fratello e sorella, anche i più smarriti, nonché vivere e testimoniare insieme l’unità della Chiesa. Anche noi fedeli siamo chiamati a sostenere il loro ministero con gratitudine, collaborazione, preghiera e affetto. Ricordiamo ogni giorno che, con tutte le sfide e le responsabilità che comporta, il sacerdozio è un dono che sostiene la vita spirituale della comunità cristiana. Che questo tempo giubilare faccia dono anche a noi del cuore di Cristo, per camminare insieme con i nostri sacerdoti come pellegrini di speranza.
ABBIAMO VISSUTO INSIEME IL GIUBILEO
Carissimi,
giovedì 13 marzo alle 18.30 insieme ai ragazzi ed i loro genitori e nonni abbiamo vissuto il Giubileo presso il santuario della B.V. delle Grazie. Nonostante la pioggia eravamo in tanti anche se non tutti. È stata un’ora di intensità spirituale, preparata dai catechisti della Collaborazione pastorale Udine-centro. Credo che tutti abbiamo colto il senso della speranza cristiana che, come un faro, proietta la luce sul nostro cammino, lo illumina e fa scoprire tanti umili segni della presenza di Gesù in mezzo a noi. Direi emozionante percepire il silenzio dei ragazzi e degli adulti davanti al Crocefisso esposto sul presbiterio del Santuario. Cosa avranno detto questi ragazzi fissando Gesù crocefisso in un momento di intimità con Lui? Non lo sappiamo ma sappiamo che hanno sentito la sua presenza ed hanno con Lui dialogato per alcuni minuti. Vi esorto a leggere l’approfondimento che il giovane Francesco offre oggi su questo foglio domenicale circa il silenzio.
Vivremo un altro momento di Giubileo in forma comunitaria il 10 aprile. Tutti potranno intervenire. Ci troveremo presso il Battistero della Cattedrale alle ore 18.30 per esprimere insieme la nostra fede recitando il Credo di Aquileia poi ci porteremo processionalmente in Cattedrale per l’adorazione del Crocifisso. Quindi celebreremo l’Eucaristia nella chiesa della Purità. Nel mese di maggio ci sarà un’altra occasione per celebrare il Giubileo in forma comunitaria. Ci recheremo al santuario di S. Antonio a Gemona domenica 25 maggio, nel pomeriggio. Comunicherò il programma più dettagliato sul Bollettino parrocchiale di Pasqua e da questo sito. Vi auguro un buon cammino di Quaresima. Ciascuno si regali ogni giorno un momento di silenzio davanti a Dio. D’altronde il tempo è di Dio.
Il Parroco, Mons. Luciano Nobile
Pellegrini di speranza
Il giubileo dei giovani 2025
Del Giubileo dei Giovani resterà impressa un’immagine che, ne sono certa, entrerà nella storia: il Papa che, dall’elicottero che lo porta a Tor Vergata, guarda dall’alto con tenerezza e orgoglio, quasi come un padre, la “sua” gioventù. Più di un milione di ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo, riuniti per pregare insieme a lui, per testimoniare la speranza. Ma per noi giovani dell’Arcidiocesi di Udine il viaggio è cominciato ben prima di quel momento.
La nostra avventura è iniziata la mattina di lunedì 28 luglio, quando in circa trecento tra giovani, accompagnatori, seminaristi e sacerdoti siamo partiti alla volta di Roma. Durante il viaggio il pullman provavamo un miscuglio di emozioni: entusiasmo, curiosità, ma anche un po’ di timore. Nessuno di noi sapeva davvero cosa aspettarsi, ma tutti avevamo la sensazione che stessimo andando incontro a qualcosa di grande. Quando siamo arrivati, la città ci ha accolti con il suo caos meraviglioso: le strade piene di gente, il sole che scaldava ogni cosa, e quell’aria vibrante che solo Roma sa avere. Lì ho sentito che l’attesa si trasformava in gioia, e che la vera avventura stava iniziando.
Nei giorni successivi abbiamo partecipato alle attività organizzate dalla CEI e dall’Arcidiocesi, camminando per Roma tra basiliche, musei e piazze. Non era un semplice itinerario turistico, ma un pellegrinaggio. Ogni passo aveva un significato, ogni incontro lasciava un segno. Mi ha colpito molto ascoltare le testimonianze di altri giovani: c’era chi aveva riscoperto la fede dopo un periodo difficile, chi la stava ancora cercando, chi la viveva nel servizio agli altri. Ho capito che credere non significa avere tutte le risposte, ma avere il coraggio di cercarle insieme.
Venerdì 1 agosto ho vissuto uno dei momenti più intensi di tutto il viaggio: mi sono confessata nella chiesa delle Catacombe di San Sebastiano. Lì, in quel luogo silenzioso e pieno di storia, ho sentito nascere dentro di me una pace nuova. È stato come alleggerirmi da tutto ciò che mi pesava, per essere pronta ad accogliere pienamente ciò che mi aspettava a Tor Vergata.
Il giorno più forte, quello che resterà per sempre nel mio cuore, è stato sabato 2 agosto. L’arrivo a Tor Vergata per la grande Veglia con Papa Leone XIV è stato un momento indescrivibile. C’erano bandiere che sventolavano da ogni parte del mondo, canti in decine di lingue diverse, abbracci spontanei tra sconosciuti che si sentivano fratelli. Quando il Papa ha parlato di noi come “pellegrini di speranza”, tema di tutto il Giubileo, ho sentito che quelle parole mi appartenevano. “È Gesù che sognate quando cercate la felicità”, ha detto. In quel momento ho capito che la speranza non è aspettare che qualcosa cambi da solo, ma scegliere ogni giorno di credere nella vita, anche quando fa male, anche quando sembra impossibile.
Quella notte abbiamo dormito all’aperto, sotto un cielo pieno di stelle e, per qualche minuto, anche sotto la pioggia. Faceva caldo, poi freddo, ma nessuno si è lamentato. Sdraiata nel mio sacco a pelo, ho pensato a quanto mi sentissi diversa rispetto a quando ero partita: più serena, più consapevole, più grata. Attorno a me c’erano ragazzi che ormai consideravo amici. Non importava da dove venissimo, parlavamo la stessa lingua: quella della fede, della speranza, della gioia di esserci.
La mattina dopo, durante la Messa conclusiva, l’emozione è stata travolgente. Vedere migliaia di giovani che pregavano insieme, che si abbracciavano, che cantavano con le lacrime agli occhi, mi ha fatto capire che la Chiesa è viva, e che ne faccio parte anch’io. Non è qualcosa di lontano o astratto, ma una famiglia che cammina unita, nonostante le differenze e le fragilità. Durante il viaggio di ritorno, nel silenzio del pullman, ho ripensato a tutto. A quanto avevo temuto all’inizio e a quanto invece ho ricevuto. Porto con me i volti, i sorrisi, le parole del Papa, ma soprattutto una nuova consapevolezza: la fede non è fatta di grandi gesti, ma di piccoli passi quotidiani. Essere “pellegrina di speranza” significa non smettere mai di cercare il bene, anche quando costa fatica; significa guardare avanti con fiducia, credendo che Dio opera anche nei dettagli, nelle fragilità, nelle relazioni vere.Oggi, ogni volta che ripenso a Roma, sento ancora quella pace che mi ha attraversata. E capisco che quel viaggio non è finito: continua dentro di me, ogni giorno, nei gesti semplici, nei sorrisi che scelgo di donare, nei sogni che non voglio smettere di inseguire. Perché, come ci ha ricordato il Papa, “la speranza è più forte di ogni paura”. E io voglio camminare portandola con me, passo dopo passo.
(Cristina Fogliarini)
Una missione giubilare a Udine
testimonianza dei missionari vincenziani
Era dal 1985 che la città di Udine non vedeva una missione popolare sul suo territorio. Si deve all’intuizione del parroco della cattedrale, Mons. Luciano Nobile, la realizzazione di una settimana di animazione missionaria nella sua parrocchia, per la cui conduzione ha invitato noi missionari vincenziani di Udine. L’occasione di questa iniziativa è stata la riapertura della pieve di S. Maria di Castello, la chiesa più antica di Udine, riportata alla sua semplice e al tempo stesso elegante bellezza, dopo otto anni di restauri.
Dal 28 settembre al 5 ottobre, i vincenziani di Udine si sono così dedicati ad una missione popolare, l’apostolato primigenio della loro casa fin dalla sua fondazione nel 1750. I padri della comunità di Udine, con il supporto prezioso di un confratello della casa di Torino, hanno animato la celebrazione della Santa Messa, del Rosario e dell’Adorazione Eucaristica nelle quattro chiese principali della parrocchia. Molti fedeli si sono accostati al Sacramento della Riconciliazione e molti altri hanno partecipato ai momenti di incontro e di preghiera (per i collaboratori pastorali, per le persone anziane nel Sacramento dell’Unzione degli Infermi) con interesse e anche con un pizzico di curiosità perché la presenza di noi missionari èstata discreta e priva di fasti o di protagonismo.
La settimana missionaria ha visto la sua conclusione con una partecipata processione dalla restaurata chiesa di S. Maria di Castello alla cattedrale, dove l’arcivescovo Mons. Riccardo Lamba ha presieduto la solenne Eucaristia.
Cuore dell’esperienza missionaria sono state le visite casa per casa, o meglio condominio per condominio. Sappiamo quanto non sia facile trovare la forza di suonare un campanello e rischiare di essere presi a male parole o forse peggio nell’indifferenza dei nostri tempi; eppure le molte persone che attendevano la visita e quelle che, sorprese, hanno aperto il proprio “fogolâr” ci hanno ripagato della fatica di salire e scendere le scale o di percorrere strade e vicoli del centro cittadino. Alcuni incontri e la benedizione portata alle famiglie visitate rimarranno non tanto nei ricordi personali ma come espressione del nostro carisma missionario, vissuto nel cercare di portare o riportare Cristo nel cuore degli uomini.
Una nuova pagina è ora scritta nel nostro Libro delle Missioni: nutriamo la speranza che altre verranno riempite in futuro, a Dio piacendo. Da parte nostra, saremo ben contenti di poter “riannodare” i fili di una tradizione plurisecolare, che ha visto nel Friuli generazioni di missionari vincenziani spendersi con dedizione in questo ministero di evangelizzazione e di carità.
A Mons. Luciano, ai suoi collaboratori pastorali, a tutti quelli hanno reso possibile questa bella iniziativa pastorale va tutta la nostra riconoscenza e gratitudine.
(La comunità vincenziana di Udine)


