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Solennità dell’Ascensione del Signore

Carissimi parrocchiani,

domenica scorsa abbiamo celebrato una festa, bella, raccolta, ricca di sentimenti, rivedendoci bambini attorno all’altare, come i fanciulli/e che hanno partecipato alla Messa della loro Prima Comunione. Tutti nutriamo la speranza che, crescendo, questi figli possano essere continuamente corroborati dall’ Eucaristia e vivano la testimonianza della vita di Cristo, aiutati anche dalle loro famiglie e dalla comunità. È lunedì notte e sono appena tornato dal seminario di Castellerio ove si è tenuto un incontro diocesano per discutere sui progetti, sulle collaborazioni pastorali vissute nell’amore reciproco “perché il mondo creda”, accogliendo la Parola di Dio. Anche se è tardi, apro il piccolo Messale che tengo in casa e leggo il Vangelo che tutti abbiamo sentito oggi. E ho fatto qualche riflessione che nuovamente propongo a me e a voi perché non ci agitiamo ma nuotiamo nel mare della vita personale e comunitaria con serenità. Gesù ascende al cielo e affida una missione: «Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli» (Mt28,19). Ieri si è fidato dei suoi apostoli, entusiasti e fragili, pronti a promettere: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. (Mt 26,35) Così Pietro. Ma così anche gli altri ma l’evangelista nota: “Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56). Non mi pare siano stati tanto coraggiosi, gli apostoli, inizialmente. Non sono stati all’altezza della loro vocazione e della situazione. Questo non mi scandalizza, anzi mi conforta.
Li comprendo. Sempre più mi accorgo che il cristianesimo è un paradosso.
Dio si è fidato di “questi apostoli” un tempo e oggi si fida di me, di te, di tutti noi e ci manda nel mondo. Noi progettiamo, giustamente, per non battere inutilmente l’aria. Ma non siamo superuomini che vanno a manifestare il loro coraggio. Siamo “vasi di creta, di terra”. Non possiamo far nulla da noi stessi. Dipendiamo dallo Spirito che Gesù ci ha promesso.
La nostra fede, simboleggiata da questa donna che fissa lo sguardo su Cristo che sale al cielo, dipinta dal Louis Dorigy sulla parte destra dell’abside della nostra cattedrale, è la luce che sostiene la nostra perenne attesa dello Spirito che, invocato, sempre viene a dare fecondità alla nostra umile parola, alla nostra sincera testimonianza di vita, perfino alle nostre paure e
contraddizioni trasformate dalla sua forza, ai nostri fallimenti che ci rendono umili e fanno spazio a Lui che ci consola e difende.
Così ogni nostro servizio, prestato con umiltà nel nostro stato di vita, con la sua potenza può diventare testimonianza feconda di bene, produce la pace, attira alla fede, diffonde amore e genera speranza.
Un cordiale saluto a tutti e l’augurio che la prossima Domenica di Pentecoste lo Spirito Santo scenda su tutti e rinnovi la nostra vita.
Don Luciano, parroco