XXXII Domenica del Tempo Ordinario
SAN FRANCESCO
L’umiltà: “apertura dell’io a Dio e agli altri”
Dell’umiltà si può parlare da diversi punti di vista, ma nel suo significato più profondo essa è quella di Cristo, il quale “umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 5-8) e disse: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29). Per san Francesco questa verità si concretizzò in una esperienza di conversione e minorità, secondo quanto egli stesso ricorda nel Testamento, “un ricordo, un’ammonizione, una esortazione” sugli amori ai quali il Signore lo aveva condotto, proprio da quest’ultimo suo scritto coglieremo le citazioni.
“Il Signore stesso mi condusse tra (i lebbrosi) e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu ambiato in dolcezza di anima e di corpo”. In questo incontro, nel
quale Francesco, ricorda Celano, “fece violenza a sé stesso, gli si avvicinò e lo baciò”, si compie il passaggio da sé all’altro, fondamento della sequela di Cristo, che è “rinnegare sé stessi” (cf. Mc 8, 34). Il rinnegamento non è fine a sé stesso, ma via per uscire dall’io e aprirsi a Dio e ai fratelli.
L’umiltà è anzitutto verità: “Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi” (Rm 12, 3.16), poiché “che osa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?” (1 Cor 4, 7). La superbia è menzogna, mentre l’umiltà riconosce che “se qualcuno pensa di essere qualcosa, mentre è nulla, inganna sé stesso” (Gal 6, 3),
ricordando la parola del Signore: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Ma riconoscere il proprio nulla non basta: occorre lasciarsi correggere dagli altri, perché anche il bene compiuto può diventare motivo di vanto; per questo Paolo ricevette una “spina nella carne” perché non montasse in superbia (2 Cor 12, 7).
Questa verità Francesco la tradusse nella minorità, rifiutando privilegi e dominio: dei sacerdoti scrive che vuole “temere, amare e onorare” ciascuno, perché “in essi io vedo
il Figlio di Dio”. Ai frati desiderosi di privilegi per predicare indicò invece quello di “essere rispettoso con tutti e di convertire la gente più con l’esempio che con le parole”. Non farsi padroni, ma servi, secondo l’Apostolo:
“Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2 Cor1, 24).
Francesco contemplava la stessa umiltà nell’Eucaristia: “O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane!”. Perciò ammonisce: “Nulla, dunque, di voi, tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si dà tutto”, non limitarsi a celebrare il mistero: bisogna imitarne nella vita l’abbassamento, donandosi ai fratelli.
Inseparabile da questo amore è quello per la Parola, poiché “lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo” e Francesco cercò “con ogni diligenza di eseguirlo alla lettera”, non essendo, come scrive il Celano, “un ascoltatore sordo del Vangelo”. La povertà francescana è dunque rinuncia al prestigio, al potere e al possesso degli altri oltre che ai beni: vivere “come forestieri e pellegrini” (cf. 1 Pt 2, 11), riconoscendo di aver tutto ricevuto e perciò di non dover trattenere nulla per sé. L’incontro con il lebbroso, l’Eucaristia, il Vangelo e il rifiuto del dominio esprimono un’unica umiltà: lasciarsi condurre dal Signore affinché ciò che sembrava amaro diventi “dolcezza di anima e di corpo”. Con le parole del Poverello: “Ed io, frate Francesco, il più piccolo dei frati, vostro servo, come posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione”.
Francesco Palazzolo



