Solennità di Tutti i Santi
RISPLENDE LA SANTITA’ DI DIO
San Francesco e il creato
La parola ‘creato’ informa di qualcosa che il semplice nome di natura non esprime interamente, perché riconduce ogni essere all’atto d’amore da cui ha ricevuto l’esistenza. Nel libro della Sapienza leggiamo: “Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato” (Sap11,24). È questa la ragione ultima della fraternità francescana: Francesco si sente fratello delle creature perché riconosce in esse la medesima dipendenza dal Creatore che costituisce la verità più profonda sua propria esistenza. Bonaventura, nella Legenda Maior, osserva che il Santo, “considerando che le cose hanno un’origine comune”, chiamava fratello o sorella anche le creature più piccole. La sua non era una semplice disposizione poetica dell’animo; era il frutto di una fede che gli aveva insegnato a scorgere, sotto la diversità delle forme, il legame che unisce ogni cosa al suo principio. E questo sguardo trova la sua espressione forse più alta ma certamente più nota nel Cantico delle Creature, composto nel 1225, quando Francesco, gravemente malato e quasi cieco, dimorava presso San Damiano. La circostanza merita di essere considerata: proprio quando la sofferenza aveva sottratto al Santo una parte considerevole della possibilità di godere sensibilmente del mondo, egli levava il suo inno al sole, all’acqua, al fuoco e alla terra. La sua lode evidentemente non dipendeva più dalla facilità con cui poteva godere dei beni creati.
Molto prima di Francesco, sant’Agostino aveva interrogato le cose create nella ricerca di Dio.
Nelle Confessioni scrive: “Interrogai la terra e mi rispose: “Non sono io””, e così il mare, il cielo e gli altri esseri, fino a quando tutti gli apparvero come altrettante testimonianze del loro Autore. Nei Discorsi ritorna sulla medesima intuizione, invitando a interrogare la bellezza del mondo: “Guardaci: siamo belli!”. La contemplazione, tuttavia, raggiunge il suo compimento quando l’uomo comprende che la bellezza incontrata in una creatura rimanda a una bellezza che non si esaurisce in essa. Francesco vive di questa convinzione. Il sole è fratello perché illumina il giorno e porta significazione dell’Altissimo; l’acqua è sorella perché, nella sua umiltà, serve alla vita. Le cose non vengono sottratte alla loro realtà concreta per diventare simboli: è proprio nella realtà, nella bontà della loro esistenza, che lasciano trasparire qualcosa della bontà divina.
Tommaso da Celano, raccogliendo meticolosamente le testimonianze a lui pervenute, riferisce episodi che, nella loro semplicità, rivelano quanto questa contemplazione sapesse diventare premura concreta. Il Santo raccoglieva dalla strada i vermi, perché non venissero schiacciati dai passanti, e durante l’inverno faceva preparare miele e vino per le api, temendo che morissero di freddo. Tutto ciò senza tuttavia raggiungere una visione sentimentale della natura; i Fioretti, nel racconto del lupo di Gubbio, introducono proprio l’elemento che impedisce una simile lettura: il lupo è una creatura pericolosa, che ha ferito e ucciso, e la paura degli abitanti è tutt’altro che infondata. Francesco non ignora il male provocato dall’animale; cerca piuttosto una pace nella quale anche la comunità si impegni a procurargli il necessario sostentamento nonostante i rancori. La fraternità diventa così una relazione che esige un ordine giusto, nel quale la vita dell’uomo sia protetta e quella dell’animale non venga abbandonata alla fame. La tradizione francescana conserva in questa narrazione una bella meditazione: la riconciliazione con il creato si realizza attraverso una trasformazione del modo in cui l’uomo vi prende parte.
Francesco Palazzolo


