XXX Domenica del Tempo Ordinario
Non basta l’amore verso Dio…
Non basta l’amore verso Dio, se questo amore rimane soltanto sulle nostre labbra, nei nostri pensieri o nelle preghiere che recitiamo.
Dire di amare Dio è semplice. Sentirlo vicino quando tutto va bene è naturale. CercarLo nei momenti di difficoltà è umano. Ma amare davvero Dio significa qualcosa di molto più profondo: significa lasciare che il Suo amore entri nella nostra vita e la trasformi.
Perché l’amore vero non può rimanere fermo. Non può essere soltanto un sentimento custodito dentro di noi. L’amore, quando è autentico, si manifesta, si dona, si mette in cammino.
E allora viene spontanea una domanda: come possiamo dire di amare Dio, che non vediamo, se non sappiamo amare le persone che ogni giorno incontriamo?
Possiamo pregare per ore, parlare di fede, conoscere le Scritture e partecipare alle celebrazioni, ma se poi davanti a una persona che soffre passiamo oltre, se davanti a chi ha sbagliato sappiamo soltanto giudicare, se conserviamo rancore nel cuore, qualcosa dentro di noi non è ancora cambiato.
L’amore verso Dio ci chiede di guardare il prossimo con occhi diversi.
Ci chiede di vedere una persona là dove noi vediamo un errore. Di vedere una ferita là dove noi vediamo un comportamento che non comprendiamo. Di vedere una storia là dove noi siamo tentati di dare soltanto un giudizio.
Non è facile. È molto più facile giudicare che comprendere. È più facile allontanarsi che restare. È più facile ricordare un torto che concedere un perdono. È più facile parlare dell’amore che viverlo.
Eppure, è proprio qui che la nostra fede viene messa alla prova.
La fede non si misura soltanto da ciò che fac- ciamo dentro una chiesa, ma anche da ciò che siamo quando usciamo da quella chiesa e torniamo nella nostra vita quotidiana. Si vede nel modo in cui trattiamo chi lavora con noi, chi vive accanto a noi, chi ci sta vicino da anni e magari conosce anche le nostre fragilità. Si vede nel modo in cui parliamo di chi non è presente. Si vede nel modo in cui reagiamo quando qualcuno ci ferisce. Si vede soprattutto nelle piccole cose, quelle che spesso nessuno nota e che non ricevono applausi.
Un messaggio mandato a una persona sola. Una telefonata fatta senza un particolare. Una parola gentile detta a chi sta attraversando una giornata difficile. Un silenzio scelto invece di una parola che potrebbe ferire. Un perdono concesso senza pretendere che l’altro lo meriti. Una mano tesa proprio quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.
Forse è in queste cose semplici che l’amore verso Dio diventa concreto. Perché Dio non ci chiede soltanto di amarlo con le parole. Ci chiede di permettere al Suo amore di passare attraverso di noi e raggiungere qualcun altro.
E questo significa anche accettare che non sempre saremo perfetti.
Ci saranno giorni in cui saremo stanchi, impazienti, arrabbiati. Giorni in cui la nostra fede sembrerà debole e il nostro cuore farà fatica a perdonare. Giorni in cui avremo più domande che risposte.
Ma amare Dio, non significa non cadere mai. Significa avere il desiderio di rialzarsi. Significa riconoscere i propri errori senza nasconderli. Significa chiedere perdono quando abbiamo ferito qualcuno. Significa provare, ogni giorno, a diventare persone un po’ più capaci di amare.
Perché forse Dio non ci chiede di essere straordinari. Ci chiede di essere autentici. Di portare un po’ di luce dove c’è buio. Un po’ di speranza dove c’è sconforto. Un po’ di pace dove c’è rabbia. Un po’ di amore dove qualcuno si sente dimenticato. E allora comprendiamo che amare Dio non significa soltanto alzare gli occhi verso il cielo. Significa anche abbassarli verso chi è caduto e provare ad aiutarlo a rialzarsi. Significa accorgerci di chi abbiamo accanto. Significa non essere indifferenti.
Perché l’indifferenza è forse una delle forme più silenziose con cui possiamo allontanarci dall’amore.
Possiamo avere tutto: parole, conoscenze, abitudini religiose, certezze, tradizioni. Ma se manca la capacità di amare, tutto rischia di diventare vuoto.
Alla fine, ciò che rimane non sono le parole che abbiamo pronunciato, ma l’amore che abbiamo saputo lasciare negli altri.
Rimane il bene fatto senza essere visto. Rimane una persona che, grazie a noi, si è sentita meno sola. Rimane un perdono che ha ricucito una distanza. Rimane una mano che abbiamo teso quando qualcuno non aveva più la forza di chiederla. Rimane una parola che magari abbiamo dimenticato di aver detto, ma che per qualcun altro è stata importante.
E forse è proprio questo il senso più profondo dell’amore verso Dio: non tenerlo tutto per noi. Lasciarlo uscire. Lasciarlo diventare gesto, pazienza, ascolto, perdono, compassione, presenza.
Perché non basta dire: “Signore, io Ti amo.”
Bisogna permettere a quell’amore di cambiare il nostro modo di vivere. Di cambiare il modo in cui guardiamo gli altri. Di cambiare il modo in cui affrontiamo le ferite. Di cambiare il modo in cui perdoniamo. Di cambiare il modo in cui doniamo.
Perché quando l’amore verso Dio diventa amore verso il prossimo, allora la nostra fede smette di essere soltanto una parola e diventa una testimonianza.
E forse, alla fine, è proprio lì che Dio desidera incontrarci: nel bene che facciamo, nell’amore che doniamo e nel cuore che scegliamo di non chiudere mai.
Sebastiano Ribaudo



