XXIX Domenica del Tempo Ordinario
GUAI QUANDO TUTTI DIRANNO BENE DI VOI
Cari amici,
vi ringrazio di essere stati alla S. Messa che ho celebrato domenica scorsa assieme agli ordinati nel 1966, ai confratelli sacerdoti e a tanti di voi fino a riempire la cattedrale. Abbiamo indirizzato il nostro grazie al Signore per la misericordia che sempre ci rimette in piedi perché camminiamo alacremente verso il futuro e per il bene che insieme abbiamo compiuto in tanti anni. Trascorsi 60 tra alterne vicende, tra gioie e preoccupazioni, tra le fatiche dei semi sparsi in abbondanza e i frutti raccolti o non ancora in fiore né maturi, abbiamo fiducia che il Signore porterà a termine, se vuole, quanto Egli con noi opera o ha operato. Noi viviamo sempre nell’attesa del suo Regno che è sbocciato con Cristo ma non è ancora completamente realizzato.
Sappiamo e crediamo che si realizzerà pienamente nel futuro, grazie anche alla nostra collaborazione. Da qui la nostra ferma speranza che ci spinge ogni giorno al dono della vita al Signore nella chiesa.
Mi sono emozionato al vedere tanta gente ma non mi son per nulla “esaltato”. Anzi. Sarebbe da sciocchi. Il fatto che tanta gente si esprima con elogi significa che sa vedere il bene; interpreta con arguzia anche ciò che bene non è o non è stato, è capace di perdono, nell’entusiasmo sa scusare e comprendere deficienze e pigrizie. È il manto della bontà che copre una umanità condivisa nella debolezza. È lo sguardo della misericordia che incoraggia. Per questo sono contento, perché veramente mi fa sentire bisognoso di pazienza come anch’io devo aver pazienza con gli altri. L’umiltà, a mio parere, è riconoscere con sincerità i propri difetti e le proprie qualità senza vivere complessi di inferiorità e senza mettersi sul piedestallo della superbia o della vanagloria. L’equilibrio cercato e vissuto mette il cuore in pace. Il discernimento non è difficile per ognuno di noi. L’occhio del Signore dona la luce del giudizio e davanti a Lui non si può barare. Sarebbe inutile e dannoso.
Mi sia concesso di riportare la simpatica immagine dell’asinello di Betfage che entrò in Gerusalemme portando sulla sua groppa Gesù di Nazareth, che il popolo in festa acclamava entusiasta dicendo: Hosanna! L’asinello ingenuamente sorrideva a tutti pensando che facessero festa a lui e che gli applausi fossero diretti a lui! Basta questo piccolo semplice, banale aneddoto per capire e riportare nel suo alveo la festa di domenica scorsa che aiuta a prendere atto del bene e a rendere gloria a Dio. Per quanto mi riguarda, dal giorno in cui sono entrato in Seminario come rettore nel 1994, ho iniziato a recitare molto spesso “la preghiera del pastore” del monaco benedettino Aelredo di Rievaulx (XII sec.) che trovate su questo foglio e conservo nel breviario e che consiglio ad ogni sacerdote. Mi ritrovo nelle ultime parole che ritengo vere e illuminanti: “Fallo se non per me, almeno per loro”.
Magnificat anima mea Dominum, è il canto che ho scelto per la fine della Messa, che è il più consono alla celebrazione vissuta insieme. Grazie a tutti e il Signore benedica tutti.
Don Luciano Nobile, parroco.
LA PREGHIERA DEL PASTORE
“O mite Signore, ecco il tuo popolo, eccolo davanti a Te. Ha sotto gli occhi la tua croce e i simboli della passione. Ed è a me, tuo umile servo peccatore, che tu ne hai affidato il governo.
Mio Dio, tu conosci la mia poca saggezza e la mia debolezza non ti è nascosta.
Non ti chiedo, dolcissimo Signore, né oro, né argento, né pietre preziose, ma la saggezza per poter reggere il tuo popolo.
Inviala dal trono della tua maestà, sorgente di saggezza, perché sia con me, agisca e operi con me, disponga i miei pensieri, i miei discorsi e tutte le mie decisioni a tuo piacimento e in onore del tuo nome.
Istruisci tu stesso colui che hai stabilito come educatore, guida colui che tu hai voluto come pastore, governa colui che hai voluto come capo.
Fallo, se non per me, almeno per loro.
Che così sia, mio Signore. Che così sia. Amen”.


