“DA CUORE A CUORE”

Nel silenzio Dio parla

Se vuoi ascoltare la parola di Dio, taci!”.

Sant’Agostino, Sermones 52,16

Un invito caloroso, quello del vescovo di Ippona, che lascia poco spazio all’interpretazione del significato. Ci invita piuttosto all’esplorazione della sua profondità. Il “tacere” a cui ci invita suggerisce una riflessione a più livelli perché, in fin dei conti, il silenzio non è semplicemente l’assenza di suoni o parole, ma rappresenta un momento di apertura interiore, in cui la mente e il cuore si liberano dalle distrazioni, diventando pronti ad accogliere la presenza divina. Il silenzio è il luogo dell’incontro. È lo spazio vuoto che permette alla Parola di attecchire. Pensiamo a Mosè davanti al roveto ardente (Es 3,2). Dio non gli parla nel frastuono, ma in quel silenzio carico di mistero. E Mosè, per ascoltare, deve togliersi i sandali: un gesto che è segno di spoliazione, di umiltà. Anche noi, per ascoltare Dio, dobbiamo “togliere le scarpe” delle distrazioni, delle parole inutili, delle preoccupazioni che ci affollano la mente. Agostino, nel De Trinitate, scrive che l’anima trova Dio “nel segreto più intimo di se stessa”, e che questo segreto si apre solo nel silenzio. È come se la parola di Dio fosse un seme: non può crescere in un terreno rumoroso, battuto e sturo, ha bisogno di profondità e raccoglimento. Ecco perché Gesù, prima di iniziare la sua missione, si ritira nel deserto per quaranta giorni (Mc 1,12-13). Il silenzio diventa il punto di partenza, il tempo necessario per lasciare che “la voce del Padre risuoni senza interferenze”. I monaci del deserto lo sapevano bene: il silenzio è un’arte. “Fuggi, taci, riposa” diceva Abbà Arsenio. Fuggire non nel senso di scappare dal mondo, ma dal superfluo, da ciò che appesantisce l’anima. Tacere, non per disinteresse, ma per imparare ad ascoltare. E riposare, cioè lasciare che il cuore si distenda, che smetta di agitarsi inutilmente. È in questo spazio che Dio parla.

Un gesto di purificazione

 

L’assenza di parole, però, da sola non basta: ci vuole lavoro interiore. Agostino scrive: “Ritorna al tuo cuore, e in esso troverai Dio” (Sermones 311,13). Ma il cuore è spesso un luogo caotico. Pensieri che si accavallano, desideri che ci trascinano da una parte all’altra, paure che fanno rumore anche quando tutto è tranquillo. Il silenzio diventa allora una purificazione: un tempo in cui lasciar decantare l’anima. San Giovanni della Croce parla della “notte oscura” come di un tempo in cui Dio priva l’anima di ogni consolazione sensibile per insegnarle a cercarlo in profondità. È come se Dio ci dicesse: “Non ti parlo nel modo in cui vorresti, perché voglio che tu impari a cercarmi oltre le emozioni”. Quando tutto tace, il cuore impara a distinguere la voce di Dio, questo vuoto ci mette di fronte a noi stessi, senza scuse. Quando smettiamo di parlare, emergono le domande vere: “Chi sono? Cosa cerco? Di cosa ho paura? ecc.”. È un processo che può fare paura, perché ci costringe a guardare in faccia le nostre fragilità. Ma è proprio lì che Dio ci aspetta; lo sappiamo dalla Bibbia: Dio parla spesso ai suoi profeti nel deserto: uno spazio vuoto, dove non ci si può nascondere. E così è il silenzio: un deserto interiore dove, poco a poco, impariamo a riconoscere la voce che ci chiama per nome. È da notare che i monaci chiamavano il silenzio hesychia, cioè “quiete”, a sua volta definita come il risultato di una lotta. Chi sceglie il silenzio scopre presto quanto sia difficile restarci. Ma è proprio in questa fatica che l’anima si rafforza. Perché il silenzio ci educa: ci insegna la pazienza, la perseveranza, l’umiltà di non pretendere risposte immediate.

Presenza discreta di Dio

Alla fine, il silenzio diventa un’esperienza di presenza. San Francesco d’Assisi, nei momenti più difficili, si ritirava in silenzio nei boschi o nelle grotte. Non cercava risposte immediate, ma lasciava che il silenzio lo riconducesse all’essenziale. E spesso tornava con una pace profonda, frutto non di parole nuove, ma della riscoperta della presenza di Dio nelle cose semplici. Anche nella vita di ogni giorno, il silenzio può diventare uno spazio di incontro. Non serve invero granché: basta proprio dedicarvi qualche momento. Fermarsi qualche minuto in chiesa dopo la Messa, senza correre subito via. Camminare lasciando che solo il respiro e i passi restino a cadenzare il pensiero. Oppure spegnere il cellulare la sera e restare qualche istante in silenzio prima di dormire, lasciando che la giornata decanti davanti a Dio. Sono momenti in cui non succede nulla di straordinario, ma sono un buon esercizio per il cuore. A poco a poco impariamo a stare con noi stessi senza scappare, a lasciare che i pensieri si plachino, a riconoscere quella pace sottile che arriva quando smettiamo di riempire tutto con le parole. E lì, in quel silenzio quotidiano e discreto, ci accorgiamo che Dio è presente. “Se vuoi ascoltare la parola di Dio, taci!” È un invito che vale per tutti, perché il silenzio è una scuola che ci insegna a vivere meglio. Ci rende più attenti, più presenti, più capaci di accogliere l’altro senza dover sempre dire la nostra. Ci aiuta a ridimensionare i problemi, a trovare pace nelle difficoltà, a riscoprire la bellezza delle cose piccole. E, soprattutto, ci apre alla voce più importante, che ha tutto un altro linguaggio. “Quando ci si chiama fra noi uomini, la chiamata è chiarissima. Quando chiama Dio, la cosa è diversa; niente di scritto o di forte o di evidentissimo: un sussurro lieve, un pianissimo che sfiora l’anima.” (Giovanni Paolo I).

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

Un esercizio di resurrezione quotidiana

Digiuniamo in questi giorni santi affinché il nostro corpo sia strumento dell’anima e il cuore si apra alla carità” (Sant’Agostino, Sermones)

Sant’Agostino ci offre un’immagine potente del digiuno: non come semplice rinuncia, ma come trasformazione. Digiunare è ridare al corpo la sua vocazione più alta — essere strumento dell’anima — e aprire il cuore alla carità. Ma cosa significa, concretamente, questa apertura? E perché privarsi di qualcosa può arricchire la vita? Una libertà ritrovata Sant’Agostino stesso lo diceva: “Chi è schiavo delle proprie passioni, non è libero.” Rinunciare volontariamente a qualcosa — che sia il cibo, le distrazioni, o l’impulso a parlare sempre — ci insegna a governare noi stessi, a non lasciarci dominare dagli automatismi. Come scriveva Thich Nhat Hanh: “La vera libertà è essere padroni della propria mente.” Questa libertà interiore ci restituisce anche il gusto della semplicità. La privazione temporanea ci educa ad apprezzare ciò che diamo per scontato. In un certo senso, il digiuno ci aiuta a riscoprire il valore dell’attesa. Viviamo in un mondo dell’”adesso“, dove tutto è immediato, ma le cose più preziose richiedono tempo per maturare. La pazienza del contadino che aspetta la crescita del seme ci insegna che la rinuncia di oggi può portare frutto domani. E così, digiunando, coltiviamo la virtù della speranza: la capacità di guardare oltre il sacrificio presente verso una pienezza futura.

Un corpo che si fa spazio

Ma il digiuno non riguarda solo la mente: coinvolge anche il corpo. Privarsi di un pasto, per esempio, ci ricorda che il corpo ha bisogni reali, ma anche che può resistere molto più di quanto pensiamo. È un ritorno all’essenziale, un modo per riscoprire la sobrietà come valore. Pensiamo a San Francesco d’Assisi, che abbracciava la povertà non per disprezzo del mondo, ma per amarlo di più. “Desidero poco, e quel poco che desidero, lo desidero poco”, diceva. Ridurre il superfluo non impoverisce, ma libera spazio per l’essenziale. Come quando, facendo ordine in casa, ci accorgiamo che eliminare il caos fisico ci regala anche più chiarezza mentale. Anche molte filosofie orientali insegnano che l’eccesso di stimoli ci appesantisce. Il monaco buddista Matthieu Ricard scrive: “La felicità duratura non deriva dall’accumulare, ma dal lasciare andare.

Questa logica non è lontana dal pensiero cristiano: svuotarsi del superfluo, anche a livello fisico, crea uno spazio interiore dove può abitare qualcosa di più grande. Digiuno e relazioni: imparare a donarsi Il digiuno non è solo una questione di sottrazione, ma anche di ascolto. Quando rallentiamo e riduciamo il rumore intorno a noi, iniziamo a percepire meglio i segnali del corpo, le emozioni più sottili, i pensieri nascosti. È come spegnere le luci della città per vedere le stelle: solo quando il frastuono si placa, emergono dettagli che prima ignoravamo. In questo senso, il digiuno ci educa a una forma più profonda di presenza a noi stessi e al mondo. Questo è vero anche perché apre alla carità. Sant’Agostino scriveva: “Ciò che risparmi nel digiuno, donalo ai poveri.” Ma questa logica va anche oltre l’aspetto materiale: digiunare può significare anche rinunciare a una parola dura, a un giudizio affrettato, a un po’ del nostro tempo per ascoltare davvero chi ci sta accanto. La psicologia moderna conferma che pratiche come la gratitudine e l’altruismo migliorano anche il benessere emotivo di chi le pratica. Insomma, il digiuno ci ricorda che siamo connessi agli altri, che la nostra libertà è vera solo quando diventa amore.

Una rinuncia che fiorisce

Forse il senso più profondo del digiuno sta proprio qui: nel creare un vuoto che può essere riempito da qualcosa di più grande. È un principio che troviamo in molte tradizioni. In Giappone, il concetto di ‘ma’ indica lo spazio vuoto che dà senso alla forma: senza ‘pause’, la musica sarebbe solo rumore; senza spazi ‘bianchi’, la pittura sarebbe un ammasso di colori indistinti. Allo stesso modo, togliere qualcosa dalla nostra vita — anche solo temporaneamente — ci permette di riscoprire il valore di ciò che rimane. “Se vuoi riempire un vaso, devi prima svuotarlo”, diceva ancora Sant’Agostino. Il digiuno, allora, non è tristezza, ma attesa. È un tempo di potatura, perché la vita possa rifiorire con più intensità. Come la natura che in inverno sembra morire, ma in realtà si prepara a sbocciare. Alla fine del digiuno quaresimale c’è la Pasqua: non la negazione della vita, ma la sua pienezza. Forse, ogni piccola rinuncia che scegliamo di fare può diventare proprio questo: un piccolo esercizio di resurrezione quotidiana. Un modo per ricordarci che, liberandoci da ciò che ci appesantisce, possiamo camminare più leggeri verso ciò che davvero conta.

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

Quaresima e Pasqua: Via Crucis – Via Lucis

“Dio, essendo sommo bene, non permetterebbe in alcun modo l’esistenza del male nelle sue opere se non fosse capace di trarre il bene anche dal male.” (De Civitate Dei XII, 26)

Sant’Agostino ci offre, in questa breve frase, un pensiero capace di trasformare la nostra visione delle difficoltà: il male che incontriamo nella vita non è sempre una condanna, né un incidente di percorso, ma può diventare una scuola, una lezione divina nascosta, un’occasione di crescita. Ma come possiamo crederlo quando siamo immersi nella sofferenza? Come vedere un disegno di bene in ciò che appare come rovina e dolore? È difficile dare consigli, ma può essere d’aiuto guardare alcuni esempi.

La pedagogia di Dio nella prova

La Sacra Scrittura ci introduce in questa prospettiva con la storia di Giuseppe, il figlio di Giacobbe. Il suo cammino sembra segnato dall’ingiustizia: tradito dai fratelli, venduto come schiavo, gettato in prigione per una colpa non sua. Eppure, quando il cerchio si chiude, egli stesso riconosce che tutto ciò è servito a un bene più grande: “Voi avete pensato il male contro di me, ma Dio lo ha pensato in bene” (Gen. 50,20). Non è questa la dinamica stessa della Croce? Anche i discepoli di Emmaus, dopo la Passione, si disperano vedendo solo fallimento. Ma quando il Risorto si fa loro compagno di strada e “spiega loro le Scritture” (Lc 24,27), allora comprendono: il male subito non era una sconfitta, ma il passaggio necessario per la vittoria della Resurrezione. Anche Paolo ha sperimentato questa pedagogia divina. Egli, uomo di azione, forte e instancabile, si ritrova a dover convivere con quella misteriosa “spina nella carne” che chiede tre volte al Signore di rimuovere. La risposta di Dio lo spiazza: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor. 12,9). Qui c’è una lezione: non è la prova a essere tolta, ma l’uomo a essere trasformato nel modo di viverla. Paolo impara a vedere nella sua fragilità non un ostacolo, ma lo spazio attraverso cui Dio può operare.

Questa logica percorre la vita dei santi.

Francesco d’Assisi, dopo essere stato ferito e imprigionato, vede crollare tutti i suoi sogni di gloria mondana. Ma è proprio in quel momento, nella frattura delle sue certezze, che si apre un nuovo orizzonte: la sua vocazione nasce dalla sua sconfitta. Anche Teresa di Lisieux, segnata dalla malattia e dal senso di impotenza, impara che non è necessario compiere grandi imprese per amare Dio, ma che si può fare della fragilità stessa un’offerta: “Tutto è grazia!”, dirà in punto di morte. E come non ricordare Edith Stein, che nelle tenebre della persecuzione nazista riconosce una chiamata a condividere la croce del suo popolo?

Figure straordinarie

Se volgiamo lo sguardo alla storia, troviamo figure straordinarie che hanno saputo affrontare il dolore con dignità, trasformando la sofferenza in testimonianza di bene. Pensiamo a Viktor Frankl, psichiatra ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento, che nel suo libro “Uno psicologo nei lager” racconta come, anche nel mezzo della disumanizzazione, l’uomo possa conservare la sua serenità interiore. Scrive: “Tutto può essere tolto a un uomo, tranne una cosa: l’ultima delle libertà rimane, scegliere il proprio atteggiamento in ogni determinata situazione, scegliere la propria via.” E fu proprio questa libertà interiore che gli permise di resistere, trovando un senso persino nell’orrore. Un altro esempio straordinario è quello di Chiara Corbella Petrillo, una giovane donna italiana che affrontò la malattia terminale con una serenità disarmante. Dopo aver perso due figli alla nascita, si trovò a lottare contro un tumore che avrebbe potuto essere curato, ma che scelse di non trattare subito per proteggere la vita del bambino che portava in grembo. Fino alla fine, mantenne uno sguardo di speranza e di amore per la vita, tanto da dire: “Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.” La sua storia, testimoniata dagli scritti e dalle parole di chi le fu vicino, continua a ispirare molte persone.

La grande letteratura, a suo modo, ha sempre intuito questa verità.

Dostoevskij, ne “I fratelli Karamazov”, ci mostra come la sofferenza possa essere il crocevia della conversione. Il giovane Alioscia, colpito dalla morte del suo maestro, lo starec Zosima, e sconvolto dagli eventi che travolgono la sua famiglia, potrebbe lasciarsi trascinare dal dolore e dal dubbio. Ma è proprio in quel momento di crisi che matura in lui la decisione di abbracciare fino in fondo la vita evangelica, scegliendo di restare accanto agli ultimi e ai peccatori. Dostoevskij ci suggerisce che non è l’assenza della sofferenza a generare uomini forti, ma la capacità di darle un senso. Shakespeare, nel “Re Lear”, dipinge un dramma simile. Il vecchio re, cieco di orgoglio, viene tradito dalle figlie a cui aveva donato il regno, mentre l’unica che lo ama davvero viene scacciata. È solo nel momento della rovina totale, quando Lear vaga nudo nella tempesta, privato di tutto, che arriva alla vera conoscenza di sé. La sofferenza lo ha reso umile, lo ha purificato dal suo egoismo, gli ha insegnato la compassione per chi soffre. Per questo, sul finale, può dire: “Sono un uomo più forte di prima.”  Se ci fidiamo di Sant’Agostino, ci convinciamo che persino nel male esiste una lezione per il nostro bene, allora la domanda non è più: “Perché questa prova?”, ma: “Cosa vuoi insegnarmi attraverso di essa?”. La sofferenza non è un enigma da risolvere, ma un mistero da abitare. E se oggi non ne comprendiamo il senso, domani, voltandoci indietro, osserveremo che Dio non spreca nulla, nemmeno le nostre ferite.                                                                                         

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

Una sfida per il nostro tempo

“Vuoi essere grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi edificare un edificio che arrivi fino al cielo? Pensa prima al fondamento dell’umiltà.” (Sant’Agostino, Sermo 69, 1)

C’è un paradosso cristiano che attraversa tutta la Scrittura e la tradizione della Chiesa: per elevarsi, bisogna abbassarsi; per essere grandi, occorre farsi piccoli. Sant’Agostino esprime questo principio con un’immagine vivida: l’edificio della vita spirituale non si può innalzare senza un solido fondamento, e questo fondamento è l’umiltà. La grandezza autentica, quella che resiste al tempo e alle tempeste della vita, non si costruisce con la ricerca del potere, del successo o della fama, ma con il riconoscimento della propria piccolezza davanti a Dio. L’umiltà, per Agostino, non è semplice modestia, né un atteggiamento esteriore di sottomissione. È la verità più profonda su noi stessi: senza Dio, non siamo nulla. E se c’è un errore che può rovinare ogni crescita spirituale, è proprio la superbia, il desiderio di costruire la propria grandezza su se stessi anziché sulla grazia di Dio. “Ogni orgoglio è superbo contro Dio” (Enarrationes in Psalmos 93, 15), scrive il vescovo di Ippona. L’orgoglio è il tentativo dell’uomo di scalare il cielo con le proprie forze, dimenticando che non è nelle sue capacità.

L’umiltà nella Scrittura: il ribaltamento delle logiche del mondo

Le parole di Agostino si inseriscono in una lunga tradizione biblica. Nelle pagine della Scrittura, Dio ribalta continuamente le logiche umane: sceglie Davide, il più piccolo tra i fratelli, per farne un re; chiama Maria per far entrare nel mondo il Salvatore; fa di Pietro la roccia su cui edificare la Chiesa. “Dio resiste ai superbi, ma agli umili dà la sua grazia” (Gc 4,6), scrive san Giacomo. Gesù stesso ha incarnato questa legge divina nel modo più radicale. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29), dice ai suoi discepoli. Non solo ha predicato e vissuto l’umiltà, ha scelto il cammino dell’abbassamento per rivelare la vera gloria. San Paolo riassume tutto questo nell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi: Cristo “svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo […] per questo Dio lo ha esaltato” (Fil 2,7-9).

Altri testimoni della Chiesa: dall’imitazione di Cristo all’umiltà come via

Nei secoli, i grandi maestri spirituali hanno ripreso e sviluppato l’insegnamento di Agostino. San Benedetto, nella Regola, dedica un intero capitolo alla scala dell’umiltà: una progressione interiore che porta il monaco dall’obbedienza esteriore alla pace profonda di chi ha abbandonato ogni orgoglio. Per lui, l’umiltà è l’atteggiamento fondamentale del vero discepolo: “Quanto più si sale in alto, tanto più bisogna abbassarsi” (Regula Benedicti, 7). San Francesco d’Assisi, sulle orme di Cristo, ripeteva ai suoi frati: “Quanto vale un uomo davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Nessuna ricchezza, nessuna abilità acquisita, nessuna posizione sociale possono aggiungere qualcosa al valore di una persona davanti a Dio: solo l’umiltà permette di riconoscere e accogliere la grazia. Anche santa Teresa di Lisieux, con la sua “piccola via”, ha testimoniato la forza di questa virtù: non bisogna cercare le grandi imprese, ma accettare la propria fragilità e abbandonarsi all’amore di Dio. ”L’umiltà non consiste nel dire che si è miseri, ma nel saper accettare che Dio ci ami nella nostra miseria” (Manoscritto C, 36r).

L’umiltà oggi: una sfida per il nostro tempo

Se l’umiltà è così essenziale, perché è così difficile? Forse perché, nel giudicare una persona, spesso valutiamo l’autoaffermazione, l’apparenza, e poiché siamo giudicati a nostra volta proviamo a dimostrare queste stesse caratteristiche. Siamo portati a credere che valiamo solo in base a ciò che realizziamo, a come appariamo agli occhi degli altri. Ma è proprio in questo contesto che l’umiltà diventa un segno di contraddizione: non significa rinunciare a crescere, ma costruire a partire da basi più solide; non è rassegnazione, ma una riflessione sui nostri veri bisogni e aspirazioni, eliminare il superfluo, avere fiducia nel fatto che è Dio a operare in noi. Raniero Cantalamessa, parlando dell’umiltà, dice che essa è “la chiave che apre tutte le porte del cuore di Dio” (La vita in Cristo). Essa rende possibile l’amore autentico, la misericordia, la pazienza. È l’umiltà che ci permette di accettare la debolezza, la sofferenza, perfino la malattia, senza perdere la pace. E oggi, guardando alla fragilità fisica di Papa Francesco, vediamo un testimone vivente di questa verità. Il Papa, con il suo corpo affaticato e il suo spirito saldo, ci ricorda che la Chiesa non si regge sulla forza umana, ma sulla grazia di Dio. Preghiamo per lui, perché il Signore gli conceda una pronta guarigione, lo sostenga con la sua grazia e lo custodisca. Pensando alla precarietà che vediamo ovunque in questo momento, ricordiamo che proprio nella fragilità si manifesta la vera grandezza, e che è proprio nell’umiltà che Dio compie le sue opere più grandi.

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

“Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo 241, 2)

La creazione è un libro aperto che narra la gloria di Dio. Le montagne, i fiumi, il cielo stellato non fanno sermoni, eppure evangelizzano. Dicono “guardaci”, e poi “guarda oltre noi”; traspare che questa bellezza non è fine a sé stessa, è rimando, segno, traccia. È una riflessione che si fa poche volte, preferiamo interrogare il creato solo per dominarlo. Ne misuriamo solo le risorse, ne calcoliamo solo l’utilità. Manca lo sguardo contemplativo, quello capace di lasciarsi ferire dalla meraviglia. Così il mondo diventa muto, non perché abbia smesso di parlare, ma perché il cuore è diventato sordo. “Non è il mondo che è povero, è l’occhio che è spento”, dicevano i Padri del deserto.

Il segno del creato

Per Agostino, ogni realtà creata è un segno (signum), una freccia che indica l’Invisibile. Chi si ferma alla bellezza visibile e non va oltre, non ha compreso il messaggio. “Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” chiede il vescovo di Ippona. È la domanda decisiva: il creato è bello, ma la sua bellezza è fragile, passeggera. Fiori che appassiscono, cieli che mutano, mari che si agitano. Ma poi torna sempre l’equilibrio; la natura, pur attraversando periodi di grande turbamento, sa rigenerarsi, rinnovando continuamente la sua bellezza. Ogni catastrofe, ogni ciclicità del tempo, sembra solo un passaggio che prepara il terreno per un nuovo inizio. In questa instabilità apparente, nella continua rinascita delle stagioni e nel ritorno del silenzio dopo il fragore, si rivela la ‘Bellezza Immutabile’, quella che è la vera sorgente di tutto ciò che è il creato. La fragilità non è mai fine a se stessa, ma diventa il riflesso di una perfezione che rimane intatta, al di là del cambiamento e della morte.

Agostino, con la sua profonda conoscenza del cuore umano, vede nell’orgoglio la radice di ogni rovina, anche la rovina della terra. “L’uomo superbo non è mai custode, è sempre predatore. Perché il superbo non sa amare, sa solo possedere. Possiede la terra, la sfrutta, la svuota.” Ma chi vive per il possesso distrugge ciò che ama. Il creato non è una miniera, ma un magnifico monumento, una casa in cui siamo ospiti. Il mondo è dono di Dio, affidato alla nostra responsabilità, affinché lo custodiamo e ne traiamo beneficio con rispetto. La questione ecologica è, in fondo, una questione morale. Non si può amare il Creatore e calpestare la sua opera. “Non si può adorare Cristo e distruggere la terra su cui Egli è passato, i cieli sotto cui ha pregato, il mare che ha placato”.

 Contemplazione e conversione Ma come tornare a un rapporto giusto con il creato? Non basta la tecnica, non bastano le leggi. Serve una conversione dello sguardo. La radice della crisi ecologica è una crisi spirituale. Abbiamo perso il senso del mondo come theophania, epifania, manifestazione di Dio. Abbiamo smarrito la capacità di stupirci. “Interroga la bellezza”. Non osservare soltanto. Interroga. Ascolta. “Contemplare il creato è pregare con gli occhi”, è, continua Agostino, vedere il cielo non solo come spazio, ma come promessa. È sentire l’oceano non solo come massa d’acqua, ma come profondità del mistero. È riconoscere che ogni fiore, ogni albero, ogni animale è una parola di Dio. Per questo la custodia del creato è inseparabile dalla custodia del cuore. Non c’è una vera ecologia della terra senza un’ecologia dello spirito. La violenza verso la natura nasce dalla violenza interiore, dall’avidità, dall’egoismo, dalla mancanza di pace. È inutile piantare alberi fuori, se lasciamo seccare l’albero della nostra anima. Agostino direbbe: inizia dal cuore. Non puoi amare il creato se non ami il Creatore. Non puoi custodire la terra se non impari a custodire te stesso. Il primo giardino da coltivare è l’anima. Il mondo è lo spazio che non ha bisogno di noi, ma in cui noi siamo venuti a stare; si è lasciato plasmare, adattandosi alla nostra presenza. E anche adesso, che lo abbiamo modificato per trovare il nostro posto, ci chiede soltanto di riconoscere il suo ordine, di viverlo con rispetto. La creazione è una presenza che ci accoglie, non un semplice strumento da utilizzare, ma un bene da custodire con gratitudine. “Interroga la bellezza”, ci invita Agostino, ricordandoci che, se sapremo contemplarlo, il creato avrà molto da dirci.

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

“Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”

“Chi non distingue tra le cose che passano e quelle che restano, tra le cose temporali e quelle eterne, sbaglia ogni sua scelta.” (Sermone 263, 10)

Sant’Agostino è stato un cercatore inquieto della verità; la sua giovinezza fu segnata da desideri contrastanti, ambizioni mondane e dottrine filosofiche che promettevano sapienza, ma lasciavano insoddisfatto il cuore. Egli stesso, nelle Confessioni, descrive con struggente sincerità il suo travaglio interiore: “Io divenni per me stesso un grande problema” (Confessioni IV, 4, 9). Eppure, quando finalmente incontra Cristo, comprende una verità fondamentale: senza discernimento, senza la capacità di distinguere tra ciò che è eterno e ciò che è passeggero, la vita diventa un pellegrinaggio senza meta.

Possiamo fare tutto

L’epoca in cui viviamo è segnata da una costante inflazione di possibilità. Il mondo ci offre tutto, eppure ci ritroviamo spesso vuoti. La libertà, che dovrebbe essere la condizione per una vita autentica, è spesso ridotta a una prigione di scelte fatte senza una direzione chiara. Agostino lo riassume con la sua proverbiale acutezza: “Non tutto ciò che si può fare, si deve fare” (De Libero Arbitrio I, 3, 7). Qui sta il punto: non ogni opzione è un bene, e non ogni desiderio merita di essere seguito. Seneca diceva che “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”; eppure, oggi più che mai, molti sembrano veleggiare senza rotta, trascinati dalle correnti della moda, dell’opinione pubblica o delle ambizioni personali. Gesù ci ha lasciato un principio essenziale: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6,21). Ma cosa intendiamo per “tesoro”? Pascal affermava: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”, intendendo che la nostra esistenza non può ridursi alle sole cose materiali. Eppure, quanto spesso scambiamo le cose passeggere per eterne! Dante, nel Purgatorio, ammonisce le anime che hanno inseguito falsi beni: “Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via” (Purgatorio, III, 34-36). Il discernimento è proprio questo: distinguere tra le illusioni e la verità, tra i miraggi e le acque vive.

Bisogna mettere ordine

E allora viene da chiederci: come si fa a discernere? Come possiamo imparare a scegliere bene? Agostino ci aiuta anche qui. Discernere significa mettere ordine nel cuore. “Ogni bene è bene secondo il suo ordine” (De natura boni, 3). Quante volte ci ritroviamo inquieti perché vogliamo troppe cose, tutte insieme, senza un criterio? Bisogna fare pulizia, aiutandoci con la preghiera, i sacramenti; perché senza la bussola di Cristo il cuore dell’uomo è come una nave senza timone. Lo diceva anche Platone: l’anima è come un cocchio trainato da due cavalli, uno che tira in alto e uno che trascina in basso. Chi tiene le redini? Senza discernimento, lasciamo che siano gli eventi, le emozioni, le opinioni degli altri a guidarci. Ma il cristiano sa che c’è una mano più sicura a cui affidarsi. A questo punto, alcuni amici non credenti muovono delle critiche: “se Dio ha già una volontà su di me, allora io non sono veramente libero!” Questo è il fraintendimento di chi guarda la fede da fuori: Dio non ci impone nulla, ci chiama. “Dio ti ha creato senza di te, ma non ti salva senza di te.” (Sermo 169, 11). La sua volontà non è un ostacolo, ma compimento della nostra felicità. Il discernimento ci aiuta proprio in questo: a scoprire che il desiderio più profondo del nostro cuore e il volere di Dio non sono due strade opposte, ma due linee che convergono.

Il valore delle rinunce

Ogni volta che si sceglie, bisogna rinunciare a qualcosa. Queste rinunce possono essere difficili ma sono tutte possibili, e alla fine diventano belle e preziose, se hanno un perché. E se questo perché giustifica la difficoltà della rinuncia. San Paolo ha usato in questo contesto l’immagine delle olimpiadi e degli atleti impegnati nella preparazione, dice: “loro per arrivare alla corona (oggi la medaglia) devono vivere una disciplina molto dura, devono rinunciare a tante cose, e fanno grandi sacrifici ma hanno un perché” e alla fine delle gare ne è valsa la pena anche se non sono tra i vincitori, è una bella cosa aver disciplinato se stessi e dimostrato di saper praticare la propria disciplina con una certa perfezione. Lo stesso vale, con questa immagine, per tutte le altre dimensioni della vita. Non si può raggiungere una vita professionale senza rinunce, senza una preparazione adeguata e disciplina. Tutti comprendiamo che per raggiungere uno scopo dobbiamo rinunciare, imparare per andare avanti. Tutta l’arte di vivere, di essere se stessi, di essere un uomo, esige rinunce. E sono proprio le vere rinunce, quelle indicate nella Parola di Dio, che ci aiutano a trovare la strada, a non cadere nell’abisso della droga, dell’alcol, della schiavitù della sessualità, della schiavitù del denaro, della pigrizia. Tutte queste cose in un primo momento appaiono come azioni di libertà, ma sono realmente inizi di una schiavitù che diventa sempre più insuperabile. Questo è il gran bene delle rinunce: aiutano a superare le tentazioni del momento, ad andare avanti verso il Bene che crea la vera libertà e fa preziosa la vita. Il discernimento non è una prerogativa per pochi. È il lavoro quotidiano di ogni cristiano che vuole vivere con saggezza. È il processo interiore che permette di riconoscere il centro di tutto, di acclamare, come Pietro, a gran voce: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16,16).

Francesco Palazzolo

Mi è gradito, al termine di questo anno pastorale, ricordare Roberto Lesa che per tanti anni ha offerto la sua opera gratuita come volontario nella chiesa di S. Giacomo ed ha aiutato i vari sacerdoti che in quella chiesa hanno celebrato i sacramenti ed i parroci che si sono susseguiti in questi anni nella parrocchia del Duomo. Vorrei scrivere anche a nome dei miei predecessori e con loro ripetere quanto ho detto nel giorno del suo funerale celebrato il giorno 11 aprile scorso: grazie. È una parola breve ed essenziale ma ricca di contenuto. Esprime la riconoscenza per il bene che ci ha voluto con sincerità, con la vicinanza e la condivisione delle preoccupazioni, con la generosità del collaboratore che sente di compiere un servizio nella chiesa, incoraggiando, sostenendo, spronando e adattandosi piano piano ai tempi che stavano cambiando. Faceva parte anche del Consiglio parrocchiale per gli affari economici e curava specialmente le relazioni tra i parroci e i sagrestani, suggeriva attenzioni senza invadenza, segnalando necessità che richiedevano interventi opportuni. Ora ci manca e debbo dire “mi manca” questa persona distinta ed elegante che mi teneva aggiornato sulle situazioni, con la quale spesso mi confrontavo anche se alle volte i pareri e le prospettive divergevano. Sempre corretto e rispettoso, direi un “signore”. In questi 20 anni siamo “cresciuti insieme” nella stima reciproca e nella disponibilità a servire, ognuno per la sua parte, il Signore ed il suo popolo. Fedele partecipe alla S. Messa domenicale, ha vissuto nella fede del Signore risorto nel quale ha fermamente creduto. Tutti davanti a Dio, proiettiamo le nostre ombre come quando siamo esposti al sole. Tutti abbiamo bisogno della sua misericordia. Roberto aveva uno zelo spiccato nel sostenere la “Associazione per il suffragio dei defunti”. Chissà quale folla festante ed immensa sarà stata ad accoglierlo in Paradiso. Ora continua a pregare per noi e noi per lui. Questi vincoli di fede sono forti tra noi. Non si spezzano con la morte ma restano vivi perché sono legami d’amore e l’amore che non finirà mai. È Dio stesso. Nelle mani di Dio deponiamo i nostri cari, sono le mani di un Padre amoroso, anzi innamorato di noi. Nessuno rapirà la nostra vita dalle sue mani. Permettete allora che pubbliche questa poesia di Anna Maria Galliano che mi pare interpreti la fede di Roberto nella vita eterna: Sarà come nascere, quel giorno.

“Sarà come nascere, quel giorno. Un grido ed un grande respiro:

si spezzerà il laccio e sbatterò le ali

e volerò nel tuo spazio, o Dio. E tutto sarà grande.

         Sarà come nascere, quel giorno. Un buio ed una grande luce:

         si apriranno gli occhi e fisserò lo sguardo

         e io vedrò il tuo volto, o Dio. E tutto sarà bello.

Sarà come nascere, quel giorno. Un’attesa ed una grande gioia:

io diverrò tuo figlio e scorderò il dolore

e danzerò nella tua casa, o Dio. E tutto sarà nuovo.

 

Ecco: tutto sarà grande, tutto sarà bello, tutto sarà nuovo. Il Paradiso, la perfetta comunione con Dio. C’è una prospettiva più bella? Intanto camminiamo con fiducia verso la meta, vivendo la fede, la speranza e la carità.

Il Parroco don Luciano. 

SARA’ COME NASCERE, QUEL GIORNO

Mi è gradito, al termine di questo anno pastorale, ricordare Roberto Lesa che per tanti anni ha offerto la sua opera gratuita come volontario nella chiesa di S. Giacomo ed ha aiutato i vari sacerdoti che in quella chiesa hanno celebrato i sacramenti ed i parroci che si sono susseguiti in questi anni nella parrocchia del Duomo. Vorrei scrivere anche a nome dei miei predecessori e con loro ripetere quanto ho detto nel giorno del suo funerale celebrato il giorno 11 aprile scorso: grazie. È una parola breve ed essenziale ma ricca di contenuto. Esprime la riconoscenza per il bene che ci ha voluto con sincerità, con la vicinanza e la condivisione delle preoccupazioni, con la generosità del collaboratore che sente di compiere un servizio nella chiesa, incoraggiando, sostenendo, spronando e adattandosi piano piano ai tempi che stavano cambiando. Faceva parte anche del Consiglio parrocchiale per gli affari economici e curava specialmente le relazioni tra i parroci e i sagrestani, suggeriva attenzioni senza invadenza, segnalando necessità che richiedevano interventi opportuni. Ora ci manca e debbo dire “mi manca” questa persona distinta ed elegante che mi teneva aggiornato sulle situazioni, con la quale spesso mi confrontavo anche se alle volte i pareri e le prospettive divergevano. Sempre corretto e rispettoso, direi un “signore”. In questi 20 anni siamo “cresciuti insieme” nella stima reciproca e nella disponibilità a servire, ognuno per la sua parte, il Signore ed il suo popolo. Fedele partecipe alla S. Messa domenicale, ha vissuto nella fede del Signore risorto nel quale ha fermamente creduto. Tutti davanti a Dio, proiettiamo le nostre ombre come quando siamo esposti al sole. Tutti abbiamo bisogno della sua misericordia. Roberto aveva uno zelo spiccato nel sostenere la “Associazione per il suffragio dei defunti”. Chissà quale folla festante ed immensa sarà stata ad accoglierlo in Paradiso. Ora continua a pregare per noi e noi per lui. Questi vincoli di fede sono forti tra noi. Non si spezzano con la morte ma restano vivi perché sono legami d’amore e l’amore che non finirà mai. È Dio stesso. Nelle mani di Dio deponiamo i nostri cari, sono le mani di un Padre amoroso, anzi innamorato di noi. Nessuno rapirà la nostra vita dalle sue mani. Permettete allora che pubbliche questa poesia di Anna Maria Galliano che mi pare interpreti la fede di Roberto nella vita eterna: Sarà come nascere, quel giorno.

“Sarà come nascere, quel giorno. Un grido ed un grande respiro:

si spezzerà il laccio e sbatterò le ali

e volerò nel tuo spazio, o Dio. E tutto sarà grande.

         Sarà come nascere, quel giorno. Un buio ed una grande luce:

         si apriranno gli occhi e fisserò lo sguardo

         e io vedrò il tuo volto, o Dio. E tutto sarà bello.

Sarà come nascere, quel giorno. Un’attesa ed una grande gioia:

io diverrò tuo figlio e scorderò il dolore

e danzerò nella tua casa, o Dio. E tutto sarà nuovo.

 

Ecco: tutto sarà grande, tutto sarà bello, tutto sarà nuovo. Il Paradiso, la perfetta comunione con Dio. C’è una prospettiva più bella? Intanto camminiamo con fiducia verso la meta, vivendo la fede, la speranza e la carità.

Il Parroco don Luciano. 

L’ABBRACCIO

Carissimi amici,

in questi giorni tutti abbiamo assistito con trepidazione e parlato della tragica vicenda vissuta da tre giovani sul greto del fiume Natisone, presso il ponte romano di Premariacco. Li abbiamo ricordati domenica scorsa durante la S. Messa, affidandoli al Padre che dona la vita nel tempo e nell’eternità.  Desidero condividere con voi i miei sentimenti perché tutti proviamo una certa commozione che ci rende partecipi del dolore dei famigliari delle vittime. Quando accade qualcosa di grave vicino a noi non si resta freddi. Tutti siamo sensibili. La disgrazia ci può rendere più umili, ci aiuta a cogliere i nostri limiti, intenerisce il cuore. Ci unisce. Ma causa senz’altro sofferenza che può innescare sentimenti di ribellione, indurire il cuore, intristire l’animo, spegnere relazioni.

La preghiera ci unisce

Qualcosa mi ha spinto ad andare alla casa funeraria per salutare e pregare per le due ragazze Bianca e Patrizia, anche se non ho mai conosciuto né loro né le loro famiglie. Non per curiosità. Non c’era nulla da curiosare. Solo per pregare, in silenzio. E’ quello che ho fatto per una decina di minuti. Poi ho salutato i genitori con una stretta di mano e, senza averci pensato prima, mi è uscita spontanea dalla bocca la domanda, che riconosco un po’ ingenua e forse scontata: “Posso pregare con voi?” Ho visto il gradimento nello sguardo dei genitori ed allora ho invitato tutti i presenti alla preghiera: Padre nostro… liberaci dal male, Ave Maria prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte, il ricordo del battesimo nel quale abbiamo ricevuto il germe della vita eterna, l’invocazione a Cristo Risorto che ha promesso “chiunque vive e crede in me non morirà in eterno”, la richiesta della misericordia del Padre che perdona e della forza dello Spirito Santo nel momento della prova. È stata una preghiera corale e partecipata. Poi ho preso commiato, in silenzio. All’uscita dalla sala qualche persona si è accostata per dirmi grazie. In questi momenti tutti abbiamo bisogno di rivolgere lo sguardo al cielo.

Una foto indelebile

Ma, da giorni ormai, ho davanti agli occhi la foto di quei tre ragazzi, abbracciati tra loro nel momento del pericolo. L’unione fa la forza, avranno pensato. Ma non è stata sufficiente, l’acqua impetuosa li ha travolti. Abbracciati per la vita, abbracciati dalla morte. Non è giusto. Sentiamo che questa è una violenza. La morte è nemica di Dio e dell’uomo. Ho ferma fiducia che questi giovani, abbracciati tra loro, siano stati abbracciati dal Padre buono che salva per la vita eterna. Non so se, proseguendo, sia opportuno cogliere qualche simbologia. L’acqua in natura è simbolo di vita, dove passa l’acqua nasce la vita ma l’alluvione è causa di morte. Nella Bibbia lo stesso, morte e vita si rincorrono: il diluvio, il passaggio del Mar Rosso. Nel battesimo siamo entrati con Cristo nella morte per risorgere a vita nuova. Morte e vita: la Pasqua permea i battezzati, la storia, l’umanità. È la luce della Pasqua che illumina il nostro cammino. Il Battesimo è l’abbraccio della SS. Trinità che ci ammette, in qualche modo, nella sua famiglia per vivere nel suo amore per sempre.

L’abbraccio esprime affetto, amore, confidenza, sostegno, fiducia. Allora l’abbraccio è un segno espressivo che dovrebbe accompagnarci sempre nella vita. L’aiuto reciproco nelle difficoltà, il sostegno nei momenti del dolore, l’accoglienza cordiale delle persone, le relazioni sincere tra noi, la vita serena nelle nostre famiglie sono “abbracci” che sostengono il cammino di un popolo che non si rassegna alla morte ma ama la vita.

Il vostro parroco don Luciano.

Giovedì 6 giugno abbiamo celebrato la Memoria del Beato Bertrando, patriarca di Aquileia (1334-1350). Un centinaio di persone hanno partecipato all’incontro organizzato dalla dott.ssa Maria Beatrice Bertone presso la prestigiosa sede della Fondazione Friuli. Dopo l’accoglienza espressa dal Presidente dott. Giuseppe Morandini ed il saluto del parroco mons. Luciano Nobile, il prof. Andrea Tilatti ha presentato alcuni aspetti della personalità del Beato ed il dott. Francesco Pertegato ha presentato i tessuti dei paramenti liturgici del tempo ed in particolare la dalmatica di Bertrando.

Un folto gruppo di persone provenienti da S. Giorgio della Richinvelda, dove il Beato Bertrando ha subito la morte violenta, hanno partecipato all’incontro e poi anche alla S. Messa in cattedrale, presieduta dal canonico mons. Giuseppe Peressotti che ha richiamato l’opera pastorale compiuta dal beato in tempi difficili.  Il piccolo coro degli adulti ha sostenuto i canti. Dopo la benedizione impartita dall’altare sotto il quale giace l’urna che contiene le sacre reliquie del Santo, la celebrazione si è conclusa presso la sala della Purità con un brindisi beneaugurante affinché la festa sia ancora più partecipata da parte popolo udinese.