XI Domenica del T.O.
PAPA LEONE XIV
Nel suo primo discorso a Barcellona dalla Cattedrale della Santa Croce e Sant’Eulalia, il Papa ha detto: “Il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita è un clima di famiglia, in cui si vive insieme, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”. Il Pontefice ha aggiunto che “Barcellona, in questo, ha una grande tradizione”, ricordando che ne faceva memoria San Giovanni Paolo II “quando, in visita qui, lodava l’animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti”. E “nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione.
Dalla solidarietà al Santo Padre alla condanna dei prepotenti
In questi giorni, il nome di Papa Leone XIV risuona in tutto il mondo, accompagnato da un sentimento che va ben oltre i confini della fede cattolica: la solidarietà. Non quella formale, di circostanza, ma quella autentica che unisce persone di culture, tradizioni e convinzioni diverse attorno a una figura che ha già mostrato di voler mettere al centro del proprio pontificato i più vulnerabili. E proprio questa solidarietà diventa specchio. Riflette, per contrasto, tutto ciò che nel mondo cammina nella direzione opposta. Perché mentre ci si stringe attorno a chi ha scelto il servizio come vocazione, non si può restare in silenzio davanti a chi esercita il potere come sopraffazione. I prepotenti del mondo – quelli che siedono su troni politici o economici che decidono le sorti di interi popoli senza averne mai condiviso le sofferenze — rappresentano l’antitesi di ciò che un pontificato fondato sulla misericordia e sulla giustizia cerca di incarnare.
La condanna non appartiene a una bandiera o a un’ideologia.
È una condanna morale, prima ancora che politica.
È la condanna di chi usa la forza contro i deboli, di chi trasforma la guerra in strumento di potere, di chi lascia morire di fame popolazioni intere mentre celebra i propri trionfi davanti al mondo.
Ma questa condanna non può restare solo nelle mani dei grandi della terra, né affidata unicamente alle istituzioni.
Spetta a ciascuno di noi — nei gesti quotidiani, nelle scelte di ogni giorno, nella voce che si alza o che si abbassa davanti all’ingiustizia.
Il cittadino comune non è uno spettatore della storia: ne è co-autore.
Scegliere da che parte stare, rifiutare l’indifferenza, prendersi cura del vicino prima ancora che del lontano — sono atti politici e spirituali al tempo stesso. La prepotenza prospera nel silenzio. E il silenzio è una scelta, come lo è la parola.
In un tempo in cui troppi leader alzano muri, soffocano il dissenso e alimentano la paura, scegliere la solidarietà è già un atto di resistenza. È dire chiaramente che il potere ha senso solo quando è al servizio dell’altro — specialmente del più fragile.
Eppure, al di là dell’indignazione e della denuncia, rimane qualcosa che nessuna prepotenza riesce davvero a spegnere: la speranza. Non quella ingenua, che chiude gli occhi sulla realtà, ma quella testarda e luminosa che continua a credere nel cambiamento, nella conversione dei cuori, nella possibilità che il bene — anche quando sembra soccombere — lasci sempre un seme nel terreno della storia. È una speranza che attraversa le religioni e parla anche a chi non crede, perché nasce dalla parte più profonda dell’essere umano: quella che sa che vivere per gli altri è l’unica forma di vita che vale davvero la pena.
Che si creda o meno, questo è un messaggio che appartiene a tutti.
(Sebastiano Ribaudo)


