In occasione del compleanno di Giambattista Tiepolo ( 5 marzo 1696), sabato 8 marzo dalle ore 10.00 alle 17.00 l’Oratorio della Beata Vergine della Purità è aperto alle visite con orario esteso. Sarà presente il personale per l’illustrazione.

Dalle 15.00 alle 17.30 si svolgerà inoltre la visita guidata a pagamento: Un sogno di città! Il viaggio per famiglie alla scoperta della Udine del Tiepolo. Il percorso ha come tappe il Castello, l’Oratorio della Purità e il Museo Diocesano. Ritrovo presso il Castello.

Mercoledì 5 marzo dalle ore 18.00 alle 19.30, presso il Salone d’Onore di Palazzo Mantica Via Manin n. 18, si svolgerà la presentazione dell’album illustrato “Giandomenico sogna”, a cura di Giovanna Zordan e illustrazioni di Barbara Jelenkovich (edizione Società Filologica Friulana)

“DA CUORE A CUORE”

Una sfida per il nostro tempo

“Vuoi essere grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi edificare un edificio che arrivi fino al cielo? Pensa prima al fondamento dell’umiltà.” (Sant’Agostino, Sermo 69, 1)

C’è un paradosso cristiano che attraversa tutta la Scrittura e la tradizione della Chiesa: per elevarsi, bisogna abbassarsi; per essere grandi, occorre farsi piccoli. Sant’Agostino esprime questo principio con un’immagine vivida: l’edificio della vita spirituale non si può innalzare senza un solido fondamento, e questo fondamento è l’umiltà. La grandezza autentica, quella che resiste al tempo e alle tempeste della vita, non si costruisce con la ricerca del potere, del successo o della fama, ma con il riconoscimento della propria piccolezza davanti a Dio. L’umiltà, per Agostino, non è semplice modestia, né un atteggiamento esteriore di sottomissione. È la verità più profonda su noi stessi: senza Dio, non siamo nulla. E se c’è un errore che può rovinare ogni crescita spirituale, è proprio la superbia, il desiderio di costruire la propria grandezza su se stessi anziché sulla grazia di Dio. “Ogni orgoglio è superbo contro Dio” (Enarrationes in Psalmos 93, 15), scrive il vescovo di Ippona. L’orgoglio è il tentativo dell’uomo di scalare il cielo con le proprie forze, dimenticando che non è nelle sue capacità.

L’umiltà nella Scrittura: il ribaltamento delle logiche del mondo

Le parole di Agostino si inseriscono in una lunga tradizione biblica. Nelle pagine della Scrittura, Dio ribalta continuamente le logiche umane: sceglie Davide, il più piccolo tra i fratelli, per farne un re; chiama Maria per far entrare nel mondo il Salvatore; fa di Pietro la roccia su cui edificare la Chiesa. “Dio resiste ai superbi, ma agli umili dà la sua grazia” (Gc 4,6), scrive san Giacomo. Gesù stesso ha incarnato questa legge divina nel modo più radicale. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29), dice ai suoi discepoli. Non solo ha predicato e vissuto l’umiltà, ha scelto il cammino dell’abbassamento per rivelare la vera gloria. San Paolo riassume tutto questo nell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi: Cristo “svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo […] per questo Dio lo ha esaltato” (Fil 2,7-9).

Altri testimoni della Chiesa: dall’imitazione di Cristo all’umiltà come via

Nei secoli, i grandi maestri spirituali hanno ripreso e sviluppato l’insegnamento di Agostino. San Benedetto, nella Regola, dedica un intero capitolo alla scala dell’umiltà: una progressione interiore che porta il monaco dall’obbedienza esteriore alla pace profonda di chi ha abbandonato ogni orgoglio. Per lui, l’umiltà è l’atteggiamento fondamentale del vero discepolo: “Quanto più si sale in alto, tanto più bisogna abbassarsi” (Regula Benedicti, 7). San Francesco d’Assisi, sulle orme di Cristo, ripeteva ai suoi frati: “Quanto vale un uomo davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Nessuna ricchezza, nessuna abilità acquisita, nessuna posizione sociale possono aggiungere qualcosa al valore di una persona davanti a Dio: solo l’umiltà permette di riconoscere e accogliere la grazia. Anche santa Teresa di Lisieux, con la sua “piccola via”, ha testimoniato la forza di questa virtù: non bisogna cercare le grandi imprese, ma accettare la propria fragilità e abbandonarsi all’amore di Dio. ”L’umiltà non consiste nel dire che si è miseri, ma nel saper accettare che Dio ci ami nella nostra miseria” (Manoscritto C, 36r).

L’umiltà oggi: una sfida per il nostro tempo

Se l’umiltà è così essenziale, perché è così difficile? Forse perché, nel giudicare una persona, spesso valutiamo l’autoaffermazione, l’apparenza, e poiché siamo giudicati a nostra volta proviamo a dimostrare queste stesse caratteristiche. Siamo portati a credere che valiamo solo in base a ciò che realizziamo, a come appariamo agli occhi degli altri. Ma è proprio in questo contesto che l’umiltà diventa un segno di contraddizione: non significa rinunciare a crescere, ma costruire a partire da basi più solide; non è rassegnazione, ma una riflessione sui nostri veri bisogni e aspirazioni, eliminare il superfluo, avere fiducia nel fatto che è Dio a operare in noi. Raniero Cantalamessa, parlando dell’umiltà, dice che essa è “la chiave che apre tutte le porte del cuore di Dio” (La vita in Cristo). Essa rende possibile l’amore autentico, la misericordia, la pazienza. È l’umiltà che ci permette di accettare la debolezza, la sofferenza, perfino la malattia, senza perdere la pace. E oggi, guardando alla fragilità fisica di Papa Francesco, vediamo un testimone vivente di questa verità. Il Papa, con il suo corpo affaticato e il suo spirito saldo, ci ricorda che la Chiesa non si regge sulla forza umana, ma sulla grazia di Dio. Preghiamo per lui, perché il Signore gli conceda una pronta guarigione, lo sostenga con la sua grazia e lo custodisca. Pensando alla precarietà che vediamo ovunque in questo momento, ricordiamo che proprio nella fragilità si manifesta la vera grandezza, e che è proprio nell’umiltà che Dio compie le sue opere più grandi.

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

“Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo 241, 2)

La creazione è un libro aperto che narra la gloria di Dio. Le montagne, i fiumi, il cielo stellato non fanno sermoni, eppure evangelizzano. Dicono “guardaci”, e poi “guarda oltre noi”; traspare che questa bellezza non è fine a sé stessa, è rimando, segno, traccia. È una riflessione che si fa poche volte, preferiamo interrogare il creato solo per dominarlo. Ne misuriamo solo le risorse, ne calcoliamo solo l’utilità. Manca lo sguardo contemplativo, quello capace di lasciarsi ferire dalla meraviglia. Così il mondo diventa muto, non perché abbia smesso di parlare, ma perché il cuore è diventato sordo. “Non è il mondo che è povero, è l’occhio che è spento”, dicevano i Padri del deserto.

Il segno del creato

Per Agostino, ogni realtà creata è un segno (signum), una freccia che indica l’Invisibile. Chi si ferma alla bellezza visibile e non va oltre, non ha compreso il messaggio. “Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” chiede il vescovo di Ippona. È la domanda decisiva: il creato è bello, ma la sua bellezza è fragile, passeggera. Fiori che appassiscono, cieli che mutano, mari che si agitano. Ma poi torna sempre l’equilibrio; la natura, pur attraversando periodi di grande turbamento, sa rigenerarsi, rinnovando continuamente la sua bellezza. Ogni catastrofe, ogni ciclicità del tempo, sembra solo un passaggio che prepara il terreno per un nuovo inizio. In questa instabilità apparente, nella continua rinascita delle stagioni e nel ritorno del silenzio dopo il fragore, si rivela la ‘Bellezza Immutabile’, quella che è la vera sorgente di tutto ciò che è il creato. La fragilità non è mai fine a se stessa, ma diventa il riflesso di una perfezione che rimane intatta, al di là del cambiamento e della morte.

Agostino, con la sua profonda conoscenza del cuore umano, vede nell’orgoglio la radice di ogni rovina, anche la rovina della terra. “L’uomo superbo non è mai custode, è sempre predatore. Perché il superbo non sa amare, sa solo possedere. Possiede la terra, la sfrutta, la svuota.” Ma chi vive per il possesso distrugge ciò che ama. Il creato non è una miniera, ma un magnifico monumento, una casa in cui siamo ospiti. Il mondo è dono di Dio, affidato alla nostra responsabilità, affinché lo custodiamo e ne traiamo beneficio con rispetto. La questione ecologica è, in fondo, una questione morale. Non si può amare il Creatore e calpestare la sua opera. “Non si può adorare Cristo e distruggere la terra su cui Egli è passato, i cieli sotto cui ha pregato, il mare che ha placato”.

 Contemplazione e conversione Ma come tornare a un rapporto giusto con il creato? Non basta la tecnica, non bastano le leggi. Serve una conversione dello sguardo. La radice della crisi ecologica è una crisi spirituale. Abbiamo perso il senso del mondo come theophania, epifania, manifestazione di Dio. Abbiamo smarrito la capacità di stupirci. “Interroga la bellezza”. Non osservare soltanto. Interroga. Ascolta. “Contemplare il creato è pregare con gli occhi”, è, continua Agostino, vedere il cielo non solo come spazio, ma come promessa. È sentire l’oceano non solo come massa d’acqua, ma come profondità del mistero. È riconoscere che ogni fiore, ogni albero, ogni animale è una parola di Dio. Per questo la custodia del creato è inseparabile dalla custodia del cuore. Non c’è una vera ecologia della terra senza un’ecologia dello spirito. La violenza verso la natura nasce dalla violenza interiore, dall’avidità, dall’egoismo, dalla mancanza di pace. È inutile piantare alberi fuori, se lasciamo seccare l’albero della nostra anima. Agostino direbbe: inizia dal cuore. Non puoi amare il creato se non ami il Creatore. Non puoi custodire la terra se non impari a custodire te stesso. Il primo giardino da coltivare è l’anima. Il mondo è lo spazio che non ha bisogno di noi, ma in cui noi siamo venuti a stare; si è lasciato plasmare, adattandosi alla nostra presenza. E anche adesso, che lo abbiamo modificato per trovare il nostro posto, ci chiede soltanto di riconoscere il suo ordine, di viverlo con rispetto. La creazione è una presenza che ci accoglie, non un semplice strumento da utilizzare, ma un bene da custodire con gratitudine. “Interroga la bellezza”, ci invita Agostino, ricordandoci che, se sapremo contemplarlo, il creato avrà molto da dirci.

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

“Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”

“Chi non distingue tra le cose che passano e quelle che restano, tra le cose temporali e quelle eterne, sbaglia ogni sua scelta.” (Sermone 263, 10)

Sant’Agostino è stato un cercatore inquieto della verità; la sua giovinezza fu segnata da desideri contrastanti, ambizioni mondane e dottrine filosofiche che promettevano sapienza, ma lasciavano insoddisfatto il cuore. Egli stesso, nelle Confessioni, descrive con struggente sincerità il suo travaglio interiore: “Io divenni per me stesso un grande problema” (Confessioni IV, 4, 9). Eppure, quando finalmente incontra Cristo, comprende una verità fondamentale: senza discernimento, senza la capacità di distinguere tra ciò che è eterno e ciò che è passeggero, la vita diventa un pellegrinaggio senza meta.

Possiamo fare tutto

L’epoca in cui viviamo è segnata da una costante inflazione di possibilità. Il mondo ci offre tutto, eppure ci ritroviamo spesso vuoti. La libertà, che dovrebbe essere la condizione per una vita autentica, è spesso ridotta a una prigione di scelte fatte senza una direzione chiara. Agostino lo riassume con la sua proverbiale acutezza: “Non tutto ciò che si può fare, si deve fare” (De Libero Arbitrio I, 3, 7). Qui sta il punto: non ogni opzione è un bene, e non ogni desiderio merita di essere seguito. Seneca diceva che “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”; eppure, oggi più che mai, molti sembrano veleggiare senza rotta, trascinati dalle correnti della moda, dell’opinione pubblica o delle ambizioni personali. Gesù ci ha lasciato un principio essenziale: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6,21). Ma cosa intendiamo per “tesoro”? Pascal affermava: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”, intendendo che la nostra esistenza non può ridursi alle sole cose materiali. Eppure, quanto spesso scambiamo le cose passeggere per eterne! Dante, nel Purgatorio, ammonisce le anime che hanno inseguito falsi beni: “Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via” (Purgatorio, III, 34-36). Il discernimento è proprio questo: distinguere tra le illusioni e la verità, tra i miraggi e le acque vive.

Bisogna mettere ordine

E allora viene da chiederci: come si fa a discernere? Come possiamo imparare a scegliere bene? Agostino ci aiuta anche qui. Discernere significa mettere ordine nel cuore. “Ogni bene è bene secondo il suo ordine” (De natura boni, 3). Quante volte ci ritroviamo inquieti perché vogliamo troppe cose, tutte insieme, senza un criterio? Bisogna fare pulizia, aiutandoci con la preghiera, i sacramenti; perché senza la bussola di Cristo il cuore dell’uomo è come una nave senza timone. Lo diceva anche Platone: l’anima è come un cocchio trainato da due cavalli, uno che tira in alto e uno che trascina in basso. Chi tiene le redini? Senza discernimento, lasciamo che siano gli eventi, le emozioni, le opinioni degli altri a guidarci. Ma il cristiano sa che c’è una mano più sicura a cui affidarsi. A questo punto, alcuni amici non credenti muovono delle critiche: “se Dio ha già una volontà su di me, allora io non sono veramente libero!” Questo è il fraintendimento di chi guarda la fede da fuori: Dio non ci impone nulla, ci chiama. “Dio ti ha creato senza di te, ma non ti salva senza di te.” (Sermo 169, 11). La sua volontà non è un ostacolo, ma compimento della nostra felicità. Il discernimento ci aiuta proprio in questo: a scoprire che il desiderio più profondo del nostro cuore e il volere di Dio non sono due strade opposte, ma due linee che convergono.

Il valore delle rinunce

Ogni volta che si sceglie, bisogna rinunciare a qualcosa. Queste rinunce possono essere difficili ma sono tutte possibili, e alla fine diventano belle e preziose, se hanno un perché. E se questo perché giustifica la difficoltà della rinuncia. San Paolo ha usato in questo contesto l’immagine delle olimpiadi e degli atleti impegnati nella preparazione, dice: “loro per arrivare alla corona (oggi la medaglia) devono vivere una disciplina molto dura, devono rinunciare a tante cose, e fanno grandi sacrifici ma hanno un perché” e alla fine delle gare ne è valsa la pena anche se non sono tra i vincitori, è una bella cosa aver disciplinato se stessi e dimostrato di saper praticare la propria disciplina con una certa perfezione. Lo stesso vale, con questa immagine, per tutte le altre dimensioni della vita. Non si può raggiungere una vita professionale senza rinunce, senza una preparazione adeguata e disciplina. Tutti comprendiamo che per raggiungere uno scopo dobbiamo rinunciare, imparare per andare avanti. Tutta l’arte di vivere, di essere se stessi, di essere un uomo, esige rinunce. E sono proprio le vere rinunce, quelle indicate nella Parola di Dio, che ci aiutano a trovare la strada, a non cadere nell’abisso della droga, dell’alcol, della schiavitù della sessualità, della schiavitù del denaro, della pigrizia. Tutte queste cose in un primo momento appaiono come azioni di libertà, ma sono realmente inizi di una schiavitù che diventa sempre più insuperabile. Questo è il gran bene delle rinunce: aiutano a superare le tentazioni del momento, ad andare avanti verso il Bene che crea la vera libertà e fa preziosa la vita. Il discernimento non è una prerogativa per pochi. È il lavoro quotidiano di ogni cristiano che vuole vivere con saggezza. È il processo interiore che permette di riconoscere il centro di tutto, di acclamare, come Pietro, a gran voce: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16,16).

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

“Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace”

La vera pace: dono di Dio e impegno dell’uomo

Non vi è vera pace se non con Dio e tra di noi.” (Città di Dio, XIX, 21). Sant’Agostino, con la lucidità che lo contraddistingue, ci offre qui una sintesi mirabile di ciò che la Scrittura e la tradizione della Chiesa non cessano di ripetere: la pace non è un semplice equilibrio di forze, un’assenza di conflitti o una tregua armata tra nazioni, ma è comunione, armonia, dono di Dio e responsabilità dell’uomo. La pace è un nome di Dio: “Dominus pax est” (Gdc 6,24), proclama Gedeone nell’Antico Testamento. E, nel Nuovo, Cristo stesso si presenta come il dispensatore della pace vera: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. La pace che vi do non è come quella del mondo.” (Gv 14,27). La pace è un compito Papa Giovanni XXIII, nella sua enciclica Pacem in Terris (1963), traccia un’architettura della pace che si regge su quattro pilastri fondamentali: verità, giustizia, amore e libertà (n. 18-19). Senza la giustizia, la pace è solo una parvenza, un’illusione destinata a infrangersi. È quanto sottolinea anche il Salmo 85: “Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.” (Sal 85,11). Non può esserci pace se il debole è oppresso, se la dignità umana è violata. Sant’Agostino, nel passo citato, ci invita a considerare la pace come una realtà che non può essere costruita prescindendo da Dio. Ogni tentativo di edificare la pace senza Dio è destinato a rivelarsi fragile, provvisorio, instabile. E ce lo insegna la storia; “Se il Signore no costruisce la casa, invano faticano i costruttori” (Sal 127,1) Eppure, la pace non è solo dono, ma anche compito: Cristo proclama beati non coloro che sognano la pace, ma i costruttori di pace (Mt 5,9). Essere operatori di pace significa avere il coraggio di andare controcorrente, di spezzare la logica dell’odio, di rispondere alla violenza con la forza mite dell’amore. Dietrich Bonhoeffer, martire del nazismo, scriveva: “La pace non significa sicurezza, ma mettersi totalmente nelle mani di Dio.

Dalla pace del cuore alla pace del mondo.

Ma come si può costruire la pace nel mondo se prima non si è in pace con se stessi? Non a caso, Agostino collega la pace con Dio alla pace “tra di noi”. In interiore homine habitat veritas – “La verità abita nell’intimo dell’uomo” (De vera religione, 39,72). Se il nostro cuore è diviso, inquieto, schiavo di risentimenti, come possiamo sperare di portare pace agli altri? È necessario partire dalla pace interiore, che non è indifferenza né rassegnazione, ma la serenità che nasce dalla comunione con Dio. Chi è riconciliato con Dio diventa strumento di riconciliazione nel mondo: San Francesco d’Assisi lo aveva compreso bene quando pregava: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dove è odio, fa’ che io porti amore.

“Ch’io Vi ami sempre più”

La carità diventa così il criterio non solo dell’interpretazione, ma della vita stessa del cristiano. Agostino vede nell’amore il culmine di ogni virtù e l’unica forza capace di ordinare tutti i desideri umani verso il loro vero fine, che è Dio. “Ama e fai ciò che vuoi” (In Epistolam Ioannis ad Parthos 7,8), scriverà altrove, condensando in poche parole l’intero spirito del Vangelo. La carità, infatti, non sopprime la libertà, ma la perfeziona, perché l’amore autentico non conosce costrizioni, ma solo il desiderio di compiere la volontà dell’Amato. La conoscenza e la sapienza, nella riflessione di Agostino, sono poca cosa se non si traducono in un viaggio verso Dio e verso il prossimo. Nel mondo bisogna sentire, compatire, tutelare: amare sempre più, in obbedienza a un altro comando del Signore, che ha messo in noi la sete di progresso. Non si può progredire soltanto nel lavoro, nella preparazione, nella tecnica; con la stessa intensità bisogna fare sempre passi in avanti affinché questo amore a Dio sia sempre più intenso e perfetto. Il Signore ha detto a tutti i suoi: “voi siete la luce del mondo, il sale della terra” (Matth. 5,8); “siate perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste” (Mt. 5,48). Dunque sempre progredire, con l’aiuto di Dio e nell’amore a Dio. “È troppo grande Dio, troppo Egli merita da noi, perché gli si possano gettare, come ad un povero Lazzaro, appena poche briciole del nostro tempo e del nostro cuore” (Giovanni Paolo I).

La pace nelle case

Non si può sognare la pace tra i popoli se prima non si costruisce la pace nelle proprie case, nelle proprie famiglie, nei rapporti quotidiani. La pace tra gli Stati è solo il riflesso di una pace che deve prima essere vissuta tra le persone. Il Concilio vaticano II, nella Gaudium et Spes, ricorda che “la pace non è la semplice assenza della guerra, né si riduce a garantire l’equilibrio tra forze avverse, ma è fondata su una giusta ordinazione della società umana.” (GS 78). E questa ordinazione non inizia nelle cancellerie della diplomazia, ma nei cuori e nelle relazioni più vicine. Papa Francesco ci avverte: “Quante volte si parla di pace mentre si fabbricano armi o si seminano discordie! La pace comincia nelle piccole cose: nel rispetto, nella capacità di ascolto, nel perdono.” La guerra non si prepara solo nei palazzi del potere, ma nei cuori inaspriti dall’odio, nelle famiglie lacerate da rancori, nelle comunità chiuse nel loro egoismo, ecc. “Se uno dice: ‘Io amo Dio’, e odia suo fratello, è un bugiardo.” (1Gv 4,20). La pace del mondo inizia quando scegliamo di non alzare la voce, di non rispondere all’offesa con l’offesa, di ricostruire un ponte là dove è stato distrutto. Per questo Gesù ci ha lasciato un comandamento preciso: “Se stai per presentare la tua offerta all’altare e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia là il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con lui.” (Mt 5,23-24).

La scelta di appartenere alla Città di Dio

Sant’Agostino, nella Città di Dio, distingue tra due città: la civitas terrena, fondata sull’amore di sé fino al disprezzo di Dio, e la civitas Dei, fondata sull’amore di Dio fino al disprezzo di sé (Città di Dio, XIV, 28). Sembra una distinzione un poco estrema, ma serve per rendere l’idea: disprezzo di sé significa prima di tutto altruismo, polarmente opposto all’egoismo. È tra queste due predisposizioni che si deve, inevitabilmente, fare una scelta. Possa il Signore renderci operatori di pace, nelle nostre case, nelle nostre comunità.

Francesco Palazzolo

“DA CUORE A CUORE”

Grande dono ricevuto, unico tesoro da offrire

La Carità “Chiunque interpreta le Scritture con il fine della carità costruisce non solo se stesso ma anche il prossimo” (De Doctrina Christiana I,36)

Interpretazione

Il De Doctrina Christiana è un trattato sull’arte di interpretare e insegnare le Scritture. Diviso in quattro libri, l’opera si propone di fornire una guida per coloro che vogliono comprendere e comunicare il messaggio biblico. È un’esegesi un po’ tecnica, e giunge ad analizzare anche gli scopi dell’interpretazione. Fra di essi vi è un principio di straordinaria forza: la carità, che Agostino definisce come il criterio essenziale per ogni lettura e spiegazione delle Scritture. Non vi è comprensione autentica della Parola di Dio che non conduca all’amore per Dio e per il prossimo. Questo principio culmina nella affermazione del primo libro: “Chiunque interpreta le Scritture con il fine della carità costruisce non solo se stesso ma anche il prossimo” (De Doctrina Christiana I,36). “Se stesso e il prossimo” sintetizza il paradosso della carità: è un grande dono che l’uomo riceve e insieme l’unico tesoro che può offrire.

Concretamente

Come realizzarla concretamente? C’è una preghiera che appartiene al catechismo che i nostri nonni sapevano a memoria e che il Beato Giovanni Paolo I riporta in una sua udienza: “Mio Dio, amo con tutto il cuore sopra ogni cosa Voi, bene infinito e nostra eterna felicità, e per amor Vostro amo il prossimo mio come me stesso e perdono le offese ricevute. O Signore, ch’io Vi ami sempre più”.

L’amore muove, inclina; chi ama “corre, vola, è lieto” (Imitazione di Cristo III,V). Amare Dio è dunque un viaggio col cuore verso Dio, un viaggio che può portare anche a dei sacrifici. “Gesù è in croce: tu lo vuoi baciare? Non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore” (S. Francesco di Sales, Oeuvres XXI,153). Origene aveva già indicato la carità come chiave per comprendere il senso spirituale delle Scritture, affermando che “la Parola di Dio si apre solo a chi vive secondo lo Spirito di Dio” (De Principii IV, 3). Andare verso Dio comporta anche uno slancio verso il prossimo. San Paolo, scrive ai Corinzi che “senza l’amore, nulla mi giova” (1 Cor 13,3), riconoscendo nella carità l’anima di ogni azione cristiana. Anche autori non cristiani riconoscono, come Cicerone in De Officiis, che “non c’è dovere più grande che prendersi cura del bene comune, che nasce dall’amore per gli altri” (I, 22), intuendo in qualche modo l’universalità della legge dell’amore. Non a caso, Agostino, nel De Doctrina Christiana, sottolinea che l’interprete delle Scritture deve farsi “servo della parola” (I, 4), abbandonando ogni pretesa di dominio intellettuale per lasciarsi guidare dallo Spirito nella comunione della carità. Qui emerge un’eco nella saggezza di Aristotele, il quale, nell’Etica Nicomachea, afferma che “l’amicizia perfetta è quella che cerca il bene dell’altro per se stesso” (VIII, 3). Anche se il filosofo pagano parla di amicizia, il principio di amare per il bene dell’altro prefigura il concetto cristiano della carità.

“Ch’io Vi ami sempre più”

La carità diventa così il criterio non solo dell’interpretazione, ma della vita stessa del cristiano. Agostino vede nell’amore il culmine di ogni virtù e l’unica forza capace di ordinare tutti i desideri umani verso il loro vero fine, che è Dio. “Ama e fai ciò che vuoi” (In Epistolam Ioannis ad Parthos 7,8), scriverà altrove, condensando in poche parole l’intero spirito del Vangelo. La carità, infatti, non sopprime la libertà, ma la perfeziona, perché l’amore autentico non conosce costrizioni, ma solo il desiderio di compiere la volontà dell’Amato. La conoscenza e la sapienza, nella riflessione di Agostino, sono poca cosa se non si traducono in un viaggio verso Dio e verso il prossimo. Nel mondo bisogna sentire, compatire, tutelare: amare sempre più, in obbedienza a un altro comando del Signore, che ha messo in noi la sete di progresso. Non si può progredire soltanto nel lavoro, nella preparazione, nella tecnica; con la stessa intensità bisogna fare sempre passi in avanti affinché questo amore a Dio sia sempre più intenso e perfetto. Il Signore ha detto a tutti i suoi: “voi siete la luce del mondo, il sale della terra” (Matth. 5,8); “siate perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste” (Mt. 5,48). Dunque sempre progredire, con l’aiuto di Dio e nell’amore a Dio. “È troppo grande Dio, troppo Egli merita da noi, perché gli si possano gettare, come ad un povero Lazzaro, appena poche briciole del nostro tempo e del nostro cuore” (Giovanni Paolo I).

Francesco Palazzolo

S. Agostino: alcuni cenni biografici

Sant’Agostino, conosciuto anche come Agostino di Ippona, è uno dei Padri della Chiesa più significativi e un punto di riferimento per la teologia cristiana. Nato nel 354 d.C. a Tagaste, nell’attuale Algeria, la sua vita fu inizialmente lontana dalla fede cristiana. Prima della sua conversione, Agostino ebbe una giovinezza turbolenta e si dedicò allo studio della retorica, diventando un abile oratore. La sua ricerca della verità lo portò ad aderire alla setta del manicheismo, ma rimase deluso dalle risposte che questa offriva ai suoi interrogativi esistenziali. Fu la lettura delle epistole di San Paolo ad avviare il suo percorso di conversione, che culminò nel 386 d.C. quando, secondo il racconto delle sue ‘Confessioni’, una voce infantile lo invitò a leggere un passo del Nuovo Testamento, portandolo a una profonda trasformazione interiore. Battezzato da Sant’Ambrogio a Milano, in seguito divenne vescovo di Ippona e si dedicò alla lotta contro le eresie, in particolare il donatismo e il pelagianesimo. Autore di opere fondamentali come ‘Le Confessioni’ e ‘La Città di Dio’, Agostino influenzò notevolmente il pensiero occidentale, soprattutto per la sua riflessione sul concetto di grazia e peccato originale. Morì nel 430 d.C., lasciando un’eredità teologica che perdura fino ai giorni nostri.

“DA CUORE A CUORE”

“La speranza non delude”

“Noi siamo salvati nella speranza; ma una speranza che si vede non è più speranza. Sperare, infatti, è credere ciò che non si vede, e pazientare finché non si vedrà. De Civitate Dei, XIX, 4 La speranza è uno dei doni più straordinari che Dio ha elargito all’uomo. Per Sant’Agostino è la forza che ci permette di guardare oltre le difficoltà presenti, fissando il nostro sguardo su ciò non è ancora visibile, ma che è già stato promesso. L’opera De Civitate Dei, da cui è tratta la citazione, è una monumentale riflessione che il vescovo d’Ippona fa sulla storia, la fede e il destino umano. Scritta in un periodo di profonda crisi per l’Impero Romano, dopo il sacco di Roma del 410, esplora la tensione tra la “città terrena”, simbolo dell’umanità dominata dall’egoismo, e la “città di Dio”, il regno eterno di pace e giustizia. Nonostante siano passati sedici secoli, e le invasioni barbariche siano lontane nella storia, rimane un’opera di sorprendente attualità e regala ricchi spunti anche per le incertezze del nostro tempo. La speranza, all’interno dell’opera, è presentata come la forza che consente ai credenti di vivere in questo mondo travagliato senza perdere di vista il loro destino ultimo. Agostino scrive: “La nostra patria è lassù, ma mentre siamo pellegrini qui, viviamo nella speranza di raggiungerla” (De Civitate Dei, XIX, 17).

Una speranza che non delude

La speranza, insieme alla fede e alla carità, è una virtù teologale, cioè ha Dio come origine, oggetto e fine. Sant’Agostino la caratterizza commentando le parole di San Paolo ai Romani (“Nella speranza siamo stati salvati”, Rm 8,24), scrive: “Sperare è credere ciò che non si vede e pazientare finché non si vedrà”. Osserva che questa virtù non riguarda ciò che possediamo già, ma ciò che aspettiamo con fiducia. Questa anticipazione ben si distingue dalle illusioni e dai semplici ottimismi; la speranza cristiana si fonda sulla promessa di Dio, che è fedele (“Teniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso” (Eb 10,23). Questa fedeltà è il cuore della riflessione di Agostino; afferma che la speranza non ci abbandona mai, purché rimaniamo saldi in Dio. E aggiunge: “La speranza ti prepara alla gioia futura, la speranza del bene futuro non ti delude, perché Dio non inganna mai” (Enarrationes in Psalmos, Salmo 62).

La pazienza, il segno di resurrezione

In De Patientia, fa appunto una precisazione: “Non c’è speranza senza pazienza, poiché attendiamo con perseveranza ciò che ancora non vediamo”. Agostino ci ricorda che la pazienza è strettamente legata alla speranza, cioè il saper attendere, accogliere ogni cosa a suo tempo: richiede, inevitabilmente, una grande forza d’animo. Questa visione trova un’eco straordinario negli scritti San Tommaso d’Aquino, che descrive la speranza come “una virtù che tende al bene futuro, arduo ma possibile da conseguire” (Summa Theologiae, II-II, q. 17). È la pazienza che ci sostiene nell’attesa di questo bene. La speranza cristiana è soprattutto escatologica, cioè guarda alla vita eterna, alla resurrezione dei morti e alla comunione eterna con Dio. Sant’Agostino, nel suo commento al Vangelo di Giovanni, scrive: “La nostra speranza è nella resurrezione. È per questa speranza che viviamo, ed è per questa speranza che ci sacrifichiamo”. Non si parla solo di un futuro temporale, ma della radice nella promessa di Cristo: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11,25).

Testimoni della speranza

Sant’Agostino ci invita a esplorare le diverse dimensioni sella speranza: sostegno alla nostra vita travagliata, guida alla promessa di Dio, segno di resurrezione. E ci chiama a esserne testimoni in un mondo che spesso è privo di orizzonti. Come dice Papa Francesco: “Quanti sono i volti della speranza! La speranza è audace, sa guardare oltre le comodità personali, le piccole sicurezze e le compensazioni che restringono l’orizzonte per aprirsi ai grandi ideali che rendono la vita più bella e più dignitosa” (Evangelii Gaudium, 275). Prendiamo quindi a cuore le parole di Agostino e viviamo con una speranza viva, che ci sospinge verso la gioia eterna. Perché, ci ricorda, chi ha speranza cammina senza stancarsi e canta anche delle difficoltà.

Francesco Palazzolo

Carissimi,

la Festa del Battesimo del Signore conclude il Tempo di Natale presentandoci Gesù mandato dal Padre per la nostra salvezza. Egli inizia la sua missione di amore per noi, quell’amore che vorremo contemplare con particolare interesse e fede in quest’anno giubilare, aiutati per qualche tempo da un grande santo dei primi tempi della chiesa, Sant’Agostino (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430). Le sue reliquie sono conservate nella chiesa di S. Pietro in ciel d’oro a Pavia.

È stato un filosofo, vescovo, teologo, monaco e mistico. Dottore e santo della Chiesa cattolica, è detto anche Doctor Gratiae (“Dottore della Grazia”). «Agostino non è soltanto un pilastro della cultura, della teologia e della spiritualità, ma anche l’uomo vivo che parla, da cuore a cuore, agli uomini del nostro tempo.» In questo cammino che vorrei chiamare proprio “Da cuore a cuore”, ci aiuta un giovane parrocchiano, Francesco, che ha approfondito qualche testo di sant’Agostino mettendolo in relazione anche con altri autori. Questo contributo, che ci viene donato da un giovane, alimenta la nostra speranza che è il tema del Giubileo di quest’anno: “La speranza non delude”. Anche questo per noi è un segno da leggere quando parliamo dei giovani, i quali chiedono agli adulti ma anche sanno offrire segni di speranza.

Buona lettura e buon proseguimento nel nuovo anno.

Il Parroco d. Luciano Nobile

“Da cuore a cuore”

“Ama e fa’ ciò che vuoi”

“Ama e fa’ ciò che vuoi. Se taci, taci per amore; se parli, parla per amore; se correggi, correggi per amore; se perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell’amore, perché da questa radice non può procedere che il bene.”(Sant’Agostino, In epistulam Ioannis ad Parthos, 7,8)

Con queste parole, Sant’Agostino esprime la profonda convinzione che l’amore è il cuore pulsante della vita cristiana. È un messaggio che non si limita a essere un richiamo morale ma diviene la chiave interpretativa della vita e delle scelte di fede.

Fondamento e meta del cammino cristiano

In epistulam Ioannis ad Parthos è una raccolta di omelie che rappresenta uno dei commenti più intimi e spiritualmente intensi scritti dal Vescovo di Ippona. Esplora il messaggio contenuto nella Prima Lettera di Giovanni, la natura di Dio come amore e le sue implicazioni per la vita del credente. Nel settimo libro, da cui è tratta la celebre frase “Ama e fa’ ciò che vuoi”, Agostino non propone un amore generico o sentimentale, ma quell’amore radicato in Dio, che trasforma le intenzioni e purifica le azioni. È insieme fondamento e meta del cammino cristiano. Non è solo un commentario esegetico, ma una guida spirituale per chi desidera vivere l’autenticità del Vangelo.

Il messaggio agostiniano rimane di sorprendente attualità: le sue parole ci invitano a considerare che, nel cuore della vita cristiana, non vi è solo il desiderio di essere buoni, ma la sete di amare e di essere amati in Cristo, poiché “chi rimane nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui” (1 Gv 4,16). Questa verità trova eco nella tradizione cristiana. Origene, uno dei più grandi teologi dei primi secoli, spiegava che “amare Dio con tutto il cuore significa non lasciare nel nostro cuore spazio per qualcosa che non sia l’amore di Lui” (Commento al Cantico dei Cantici, I,1). Anche qui, l’amore si manifesta come totalità: un dono che consuma e che, al contempo, rigenera. Non è una costrizione, ma un fuoco che illumina e purifica, come il roveto ardente che non si logora (Es 3,2).

Forza viva e operante

In particolar modo, non è un semplice sentimento, ma una forza viva e operante. Il card. Cantalamessa sottolinea che “l’amore cristiano è l’unico legame che, mentre unisce, libera. Chi ama non è mai prigioniero dell’altro, ma vive in quella libertà che è il segno distintivo dello Spirito Santo” (Sete di Dio, p. 95). In questo, l’amore cristiano si differenzia radicalmente da ogni forma di possesso o di egocentrismo. E non è solo un ideale: è una realtà concreta, che si manifesta nella quotidianità. Teresa d’Avila, in uno dei suoi scritti più celebri, ci ricorda che “l’amore si misura dalle opere, non dai sentimenti” (Il castello interiore, IV, 1,7). Questo ci spinge a riflettere: quanto il nostro amore si traduce in gesti reali? Quanto siamo pronti a perdonare, a servire, a mettere da parte noi stessi per il bene degli altri? “Ama Dio e tutto ciò che vuoi sarà ciò che Dio vuole” (Confessioni, XIII,9), scrive Agostino, l’amore autentico non è mai separato dalla volontà divina. Qui troviamo un paradosso meraviglioso: la libertà cristiana, che sembra lasciare spazio a ogni possibilità, è in realtà il compimento perfetto di un vincolo d’amore. Come afferma San Bernardo di Chiaravalle, “l’amore non conosce misura se non l’amore stesso” (De diligendo Deo, 1,1). Anche nella modernità, voci autorevoli hanno insistito sull’importanza di radicare le nostre scelte nell’amore. Il teologo Dietrich Bonhoeffer scrive: “La vita cristiana è azione, ed è azione motivata dall’amore. Senza amore, anche l’azione più nobile perde il suo significato” (Etica, cap. 3). Non è mai una teoria o un principio astratto: è una vita vissuta, un cammino che si compie ogni giorno. E non è privo di lotte. Sant’Agostino stesso lo testimonia; egli conosceva bene il dramma della divisione interiore, dell’amore combattuto tra Dio e il mondo. “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova!” (Confessioni, X,27), scrive, esprimendo il rimpianto per un tempo perduto inseguendo piaceri vuoti. Questo grido non è solo il lamento di un uomo, ma la condizione universale di ogni cuore che, come dice Pascal, è un “abisso che solo Dio può colmare”.

Cosa significa per noi oggi?

Ma cosa significa per noi, oggi, vivere secondo l’insegnamento di Agostino? Significa riconoscere che l’amore non è un’opzione, ma l’essenza stessa della nostra vocazione cristiana. Ogni scelta, ogni parola, ogni silenzio dovrebbe nascere dall’amore che perdona, che accoglie, che si dona. È l’amore che ci rende simili a Cristo, che ci trasforma in “un unico cuore e un’anima sola” (At 4,32). Nella preghiera, chiediamo al Signore di insegnarci ad amare come Lui ama. La nostra fede, senza amore, diventa sterile; le nostre opere, senza amore, perdono il loro valore, solo così possiamo portare frutti che rimangono. “Ama e fa’ ciò che vuoi” non è una licenza per fare ciò che ci piace, ma un invito a lasciarci guidare dall’amore che viene da Dio, un amore che non sbaglia mai.

Concludiamo allora con le parole di un altro grande maestro spirituale, Carlo Carretto: “Quando ami, sei già nella gioia eterna. Non devi aspettare il cielo: il cielo è già dentro di te.”

Francesco Palazzolo

Lunedì e Martedì

Per i fanciulli, secondo il solito orario, presso l’Oratorio della Purità.

Martedì

ore 18.30: Incontro per i cresimandi presso la parrocchia della B. V. delle Grazie.

Giovedì

ore 18.30: Incontro per i ragazzi presso la parrocchia di S. Giorgio maggiore.

Sono online le schede di iscrizione per il catechismo delle scuole elementari, medie e per il percorso di preparazione alla Cresima. Un’opportunità semplice e comoda per le famiglie che desiderano iscrivere i propri figli ai percorsi di formazione cristiana presso la nostra Parrocchia di S.Maria Annunziata nella Chiesa Metropolitana in Udine.

Come iscriversi:

1. Scarica le schede: Clicca sul pulsante qui sotto per accedere ai moduli di iscrizione.
2. Compila il modulo: Inserisci i dati richiesti con attenzione. È importante che tutte le informazioni siano corrette e complete.
3. Consegna l’iscrizione:
• Di persona: Puoi consegnare i moduli compilati direttamente presso la sacrestia della Cattedrale.
• Via mail: In alternativa, puoi inviare le schede compilate all’indirizzo info@cattedraleudine.it.

Clicca qui per scaricare le schede di iscrizione.